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parole che rotolano, immagini che catturano, luoghi da conoscere, emozioni da vivere…

Mese

ottobre 2015

Passeggiate ossolane

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Non è semplice descrivere situazioni già vissute.

Semplicemente perché l’espressione delle nostre emozioni è istantanea, effimera.

Ripercorrere con la mente quelle emozioni non è mai lo stesso di quando le hai appena sentite.

Tuttavia, l’intreccio magico che si snoda non-a-caso tra le mie storie, mi ha stimolato nella stesura di un nuovo racconto, questa volta ambientato nella natura. Quella natura di cui, ad un certo punto, abbiamo bisogno: i colori, il silenzio, i profumi, la sua essenza.

Sentire l’essenza di ciò che ci sta intorno: questa è la forza della natura.

Tutto si ferma, “non si muove un filo d’aria” e all’improvviso sentiamo come l’esigenza di morderla, afferrarla, nasconderla dentro le tasche dei pantaloni e portarla sempre con noi.

Questa estate ho sentito forte tale esigenza. Scappare dal caldo, che mi faceva girare la testa, spogliare la mente dai mille pensieri e perdermi.

Il mattino di quel lunedì la pioggia scaricava ampolle d’acqua gonfie e pesanti. Il tempo non era dei migliori per una gita in montagna ma credo che quel lunedì la mia determinazione, insieme a quella di Cinzia e Antonietta, abbia incontrato la forza della natura.

Così Lei ci ha risucchiato in un desiderio irrefrenabile di viverla comunque, in qualsiasi condizione e a qualsiasi prezzo.

Arrivate a destinazione, candidi raggi di sole, un’aria vivida e fresca hanno subito gonfiato i nostri polmoni assetati.

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Dopo una breve sosta alle Fonti di Baceno per una vera ricarica d’acqua in pieno stile “into the wild” ci rechiamo verso gli Orridi di Uriezzo.

Uriezzo è una frazione di Premia, in Valle Antigorio.

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Gli Orridi sono ombrose incisioni nella roccia scavate dall’antico sistema di torrenti che scorrevano sul fondo del ghiacciaio del Toce che percorreva in passato la valle. Con il ritiro dei ghiacciai, l’andamento della locale rete idrografica si è sensibilmente modificato: la peculiarità degli Orridi di Uriezzo consiste proprio nel fatto che il torrente che li ha modellati ora non percorre più queste strette incisioni, pertanto è possibile camminare agevolmente all’interno di esse. Gli Orridi sono contraddistinti da una serie di grandi cavità subcircolari separate da stretti e tortuosi cunicoli. Le pareti sono tutte scolpite da nicchie, volute, scanalature prodotte dal moto vorticoso e violento di cascate d’acqua e in certi punti si avvicinano tanto che dal fondo non permettono la vista del cielo. Il fondo roccioso non è visibile, perché mascherato da materiale alluvionale e da uno strato di terriccio.

Gli Orridi costituiscono un ecosistema complesso: costanti condizioni di elevata umidità, scarsa illuminazione, pareti lisce e levigate, determinano difficili condizioni ambientali, a cui si adattano, in campo vegetale soprattutto muschi e felci, presenti in una grande varietà specie.

Gli Orridi visitabili sono tre, denominati Orrido Sud (il più spettacolare, chiamato dagli abitanti del luogo “Tomba d’Uriezzo”, lungo circa 200 metri e profondo da 20 a 30 metri), Orrido Nord-Est (lungo circa 100 metri e profondo una decina, molto stretto in alcuni punti) e Orrido Ovest (meno caratteristico, formato da due tratti distinti). Un quarto orrido, che prende il nome di Vallaccia, si trova poco sotto la Chiesa di Baceno ma è difficilmente accessibile e termina con un salto sul torrente Devero.

Visitiamo i primi due.

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Ricordo quelle pareti che trasudavano d’acqua, i loro imponenti e sinuosi volumi che si chiudevano sopra le nostre teste, come se da un momento all’altro volessero inghiottirci.

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Ricordo il verde del muschio che ho tanto catturato con la macchina fotografica.

Finalmente posso fermare questa immagine, quella del muschio intendo, che io adoro tanto.

Ricordo sempre con affetto quando, da piccola, durante una gita scolastica al Parco del Ticino, tolsi le scarpe per camminare a piedi nudi su un vero tappeto di muschio. Se chiudo gli occhi, riesco ancora ad avvertire quella sensazione di benessere che provai sentendo la mia pelle nuda a contatto con una superficie morbida, umida, accogliente.

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All’uscita dell’Orrido Sud proseguiamo fino al ponte di Maiesso per ammirare le caratteristiche Marmitte dei Giganti lungo il corso del Toce. Si tratta di impressionanti cavità emisferiche o cilindriche scavate nella roccia dalla violenza delle acque di fusione del ghiacciaio.

Un nome tra mito e realtà che ben restituisce, nella potenza con cui l’acqua attacca la roccia, la forza della natura.

Decidiamo di sederci vicino a questo meraviglioso spettacolo per una breve pausa pranzo, di quelle che piacciono a me. Quando ti siedi su un sasso, senza una tavola, quando le mani sporche di terra toccano il cibo, quando ti abbandoni e ti rilassi completamente nei discorsi più vari e disparati.

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Riprendiamo a camminare ed eccole comparire “Le grandi cattedrali dell’energia”, così come le ha definite l’architetto futurista Antonio Sant’Elia.

Torri a pagoda o neomedievali, finestre esagonali, trapezoidali, bifore…La fantasia dell’architetto Piero Portaluppi si è scatenata nella progettazione delle centrali elettriche dell’Ossola. Da una parte segno del prestigio del committente, la Società Elettrica Conti, dall’altra espressioni dello stile eclettico déco del primo Dopoguerra.

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Ammiriamo la Centrale di Verampio e, riguardando le foto, che nome si staglia sul muro della stessa? Ettore Conti. Lo stesso che poco fa ho immaginato seduto nella sua calda poltrona a Milano. Adoro questi viaggi mentali.

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Terminiamo la nostra giornata con la visita alla Cascata del Toce, chiamata anche “La Frua”, che forma un salto di circa 143 metri di altezza.

Ci rigeneriamo alle Terme di Premia e a Cravegna (frazione di Crodo) ci fermiamo per una rustica cena alla festa del paese. Qui incontro gli amici dell’Unione Sportiva, un bel gruppo che qualche tempo fa ho accompagnato alla scoperta del mio caro Naviglio Grande.

Una giornata lenta, tranquilla, morbida. Una giornata che, forse, riesco a rivivere nei fugaci momenti che in questi giorni dedico ai colori dell’autunno.

No, mi sbaglio. Se rifletto bene, una cosa è ammirare la natura, un’altra è viverla.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Credits

Comunità Montana delle Valli dell’Ossola – Google

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La Vigna di Leonardo a Milano

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Eccomi ancora a Milano.
Questa volta per esplorare una vigna, o meglio la Vigna, quella di Leonardo.
Nonostante la mia natura “da guida”, mi piace conoscere luoghi di cui conosco solo il nome e non ho molte informazioni.
Una “caccia al tesoro” dove la giusta aspettativa amplifica lo stupore della scoperta.
E’ una sorta di gioco che mi diverte e tiene ben allenata quella “fame di conoscenza” che noi esseri umani abbiamo intrinseca nel sangue ma che, a mio avviso, dobbiamo sempre ridestare e sollecitare per sentirci sempre più parte di qualcosa di grande, che ci circonda e ci abbraccia con le sue meraviglie.
In fondo…è una bellezza gratuita!

Il desiderio di fotografare domina sulle informazioni dell’audio guida che ci consegnano all’inizio del percorso.
Attivo il mio processo di sintesi delle informazioni e recepisco alcune parole chiave, tra cui Rinascimento, Sforza, Leonardo, Vigna, Ettore Conti, Piero Portaluppi e le abbino agli affreschi, alle architetture e agli scorci che ammiro.
E, come sempre, si compone una bella storia, della quale, non-a-caso, ho conosciuto qualche anteprima…

UN PO’ DI…STORIA

CRONACA DI UN PROGETTO – Piero Portaluppi e le case degli Atellani

Non lontano dal Cenacolo di Leonardo da Vinci e di fronte a Santa Maria delle Grazie, la casa degli Atellani è, seppur modificata nei secoli, il solo edificio di corso Magenta che conservi ancora un aspetto rinascimentale. Ma chi erano gli Atellani? Gli Atellani, o della Tela, erano una famiglia di cortigiani e diplomatici, originari della Basilicata, giunti al nord nel corso del Quattrocento, al servizio dei duchi di Milano, di Ludovico il Moro e degli Sforza. È proprio il Moro, nel 1490, a regalare a Giacometto della Tela, capostipite conosciuto della famiglia, due case a corte con giardino situate lungo il borgo delle Grazie, l’attuale corso Magenta. Due case vicine e separate: l’una nel luogo dello scomparso numero civico 67; l’altra, probabilmente già ricostruita nel primo Cinquecento, nel luogo dell’attuale ingresso al numero civico 65. I discendenti di Giacometto le abitano fino al Seicento. Nel 1919 il senatore Ettore Conti ne diventa il nuovo proprietario e affida all’architetto Piero Portaluppi, suo genero, l’incarico di trasformarle nella sua nuova abitazione. Portaluppi abbatte il muro che le separava e s’inventa una casa sola, unendo le due corti preesistenti grazie a un nuovo atrio porticato, sotto il quale prevede l’ingresso all’appartamento padronale. La pianta della nuova casa viene riequilibrata intorno a un inedito asse prospettico che si spinge fino al giardino interno. In fondo al primo cortile, l’architetto riporta alla luce tre muri di affreschi probabilmente dipinti nel 1533 in occasione del matrimonio fra Francesco II Sforza e Cristina di Danimarca; altri frammenti d’epoca, come le arcate e lo sporto del primo piano, sono messi in mostra lungo le pareti del secondo cortile.

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Intorno al portale su corso Magenta, Portaluppi sigla il progetto con le finestre a triangolo polilobato e con il cancello, su cui disegna il motivo dell’orifiamma. Il volume e il fronte su strada attuale vengono ricostruiti dall’architetto nel dopoguerra, per rimediare alle distruzioni causate dai bombardamenti che, nell’agosto del 1943, si abbattono sulla casa. Portaluppi abitava nell’appartamento al pianoterra, proprio in fondo al secondo cortile, dove è tuttora appesa la casetta simbolo del suo studio.

SALA DELLO ZODIACO – Fare senza dire

DSC_0037_newDecorare gli ambienti con immagini astrologiche era un’usanza già medioevale, comune prima agli edifici religiosi e diffusa, dalla fine del Duecento, anche agli edifici di carattere civile. La sala dello zodiaco di casa degli Atellani risulta già citata in un documento del 1544. La sala prende il nome dai segni dello zodiaco dipinti nelle lunette, mentre sulla volta compaiono i carri dei pianeti e, alle pareti, una carta d’Italia, la Rosa dei venti e alcune figure che rappresentano le stagioni. A fronte dei dodici segni zodiacali ora le lunette però sono quattordici: nel 1922 Portaluppi amplia la sala abbattendo l’obliquo muro finestrato che la delimitava; dopodiché decora lo spazio aggiunto con gli astrolabi che tanto amava e disegna due nuove lunette, riconoscibili dal proprio motto “faire sans dire” e dalle iniziali H e J, che starebbero per Hector e Joanna, i nomi di Ettore Conti e di sua moglie, Giannina Casati. Sul mosaico del pavimento Portaluppi ridisegna pianeti e segni dello zodiaco, in corrispondenza degli affreschi in parete, e traccia in diagonale, dove poggiano le due colonne, l’ingombro del muro abbattuto, che era poi il muro che separava le due vecchie case. La sala dello zodiaco è il capolavoro dell’arte mimetica di Portaluppi, della sua capacità di mescolare vero antico e falso storico.

Questa sala mi riconduce subito al quattrocentesco loggiato della Canonica Agostiniana del mio piccolo paese, Bernate Ticino, decorato nella parte superiore con segni zodiacali.

LA SALA DEL LUINI – Un caso di devozione cortigiana

Gli Atellani erano una famiglia devotissima agli Sforza, dinastia cui restarono fedeli sempre e per la quale, nel corso delle guerre d’Italia del primo Cinquecento, svolsero diversi incarichi diplomatici. Il segno di questa devozione è senz’altro la Sala dei ritratti, la sala al pianterreno della casa dove sono dipinti, sotto una volta a lunette completamente affrescata con arabeschi e motivi vegetali, quattordici tondi con le fattezze di altrettanti uomini e donne della dinastia sforzesca. Per identificarli, è necessario decifrare l’iscrizione che accompagna ogni ritratto.

La sala dei Ritratti è ormai attribuita con certezza a Bernardino Luini e bottega, ossia a Bernardino Luini e ai suoi quattro figli. Solo gli intrecci floreali del soffitto e delle volte, però, sono gli affreschi originali. Nel 1902, onde impedirne la più volte minacciata vendita all’estero, i ritratti sono stati acquistati dal Comune e trasferiti al museo del Castello Sforzesco, dove giacciono tuttora esposti. Gli affreschi presenti in sala oggi sono delle copie realizzate negli anni venti, all’epoca del progetto di Portaluppi.

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LA SALA DELLO SCALONE – Dagli Atellani in avanti

Già nel primo progetto del 1922 questo scalone, pensato da Portaluppi, portava all’enfilade dei grandi saloni di rappresentanza del primo piano, abbattuti dai bombardamenti. Piero Portaluppi concede l’onore delle armi alle famiglie Taverna, Pianca e Martini (dagli Atellani ad Ettore Conti, in quattro secoli di storia le case passarono attraverso queste tre differenti proprietà) incastonandone gli stemmi gentilizi nella balaustra dello scalone.

LO STUDIO DI ETTORE CONTI – Dal taccuino di un borghese

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Il senatore e ingegnere Ettore Conti è il primo, vero magnate dell’industria elettrica italiana. Con le sue imprese, nel primo Novecento, costruisce molte centrali idroelettriche nelle valli alpine, di regola su progetto di Portaluppi, diventando uno dei più importanti industriali del ventennio fascista. Questo è il suo studio. Muore nel 1972, all’età di 101 anni! È sepolto assieme alla moglie nella quarta cappella a sinistra di Santa Maria delle Grazie, la basilica di cui per due volte, prima e dopo la guerra, ha finanziato i restauri. In un’altra cappella delle Grazie, la sesta sulla destra, riposano gli Atellani.

Ettore Conti, Centrali idroelettriche, Portaluppi. Ed ecco l’anteprima della storia, alla quale dedicherò un altro piccolo articolo. Ad agosto, in primis per fuggire dal caldo estivo, in secundis per scoprire nuovi luoghi e soprattutto, ignara della Vigna di Leonardo, ho camminato nella natura ossolana, chiacchierando tra “Le grandi cattedrali dell’Energia” ovvero le Centrali idroelettriche di Ettore Conti, progettate da Portaluppi.

Chissà quanti pensieri e quanti discorsi sono evaporati da queste soffici poltrone, fotografate in questa atmosfera antica, quasi magica, che ci trascina un pò indietro nel tempo…

IL GIARDINO DELLE DELIZIE – Le novelle di Matteo Bandello

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La casa degli Atellani vive la sua età dell’oro nel periodo che va dal 1490 al 1535. È in questi anni che Matteo Bandello, frate domenicano di stanza alla Basilica delle Grazie, cortigiano e letterato, nonché caro amico dei figli di Giacometto, ambienta la maggior parte delle sue Novelle. Le 214 Novelle di Matteo Bandello, pubblicate nel 1554, sono in genere riconosciute come il novelliere più importante del sedicesimo secolo. Molte novelle sono annunciate dagli Atellani, oppure hanno gli Atellani come spettatori; molte vengono raccontate e ambientate sullo sfondo della loro casa e del loro giardino, luogo di cene e feste, centro privilegiato della vita mondana milanese. Nell’Ottocento il giardino di casa degli Atellani era invece un giardino romantico all’inglese al quale dicono avesse messo mano Ercole Silva, l’architetto paesaggista che, nel primo Ottocento, aveva introdotto il giardino all’inglese in Italia. Lo stesso giardino viene riprogettato da Portaluppi secondo nuove regole di simmetria, intorno a un viale prospettico composto da cipressi, ornato di anfore e statue in pietra, completato da parterres e fontane.

LA VIGNA DI LEONARDO DA VINCI – Una passione nascosta

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Leonardo da Vinci si trasferisce a Milano, alla corte di Ludovico il Moro, nel 1482.
Sedici anni dopo, nel 1498, Ludovico regala a Leonardo una vigna, di quasi sedici pertiche (oltre un ettaro di terreno), come omaggio alle sue mirabili opere milanesi e legato al fatto che la famiglia di Leonardo possedeva molti vigneti in Toscana: ciò che Ludovico il Moro voleva suggerire con il suo regalo era di far sentire Leonardo “a casa” nella città di Milano, dove il maestro trascorse 18 anni della sua vita.

Parte della vigna di Leonardo si trovava qui, nel perimetro dell’attuale giardino di casa degli Atellani. Su questa Vigna cade l’oblio per quattro secoli, fino ai giorni in cui Portaluppi avvia il cantiere di casa degli Atellani. È in questo periodo che l’architetto Luca Beltrami, grande storico di Leonardo, verifica sugli atti e i documenti rinascimentali la possibile esatta posizione della vigna, proprio in fondo a questo giardino. Ed è in questo periodo che Beltrami identifica e fotografa la vigna di Leonardo, incredibilmente ancora intatta, prima che venga distrutta da un incendio e dalle urgenze dell’urbanistica. In questi ultimi anni la Fondazione Portaluppi e gli attuali proprietari della casa hanno promosso una ricerca intorno al sito della vigna di Leonardo. Scavando nell’area riconosciuta da Beltrami sono stati individuati i camminamenti che regolavano i filari della vigna, seppelliti sotto le macerie dei bombardamenti del 1943. Grazie al materiale organico ritrovato il professor Attilio Scienza, massimo esperto di dna della vite, è riuscito a risalire al dna del vitigno coltivato da Leonardo: la Malvasia di Candia Aromatica.

Catapultata in questa piccola e silenziosa oasi verde, incastonata nel tessuto urbano milanese, percorro un divertente viaggio con la fantasia.

Me lo immagino Leonardo. Durante o dopo una giornata di lavoro al Cenacolo di Santa Maria della Grazie, attraversare la strada e andare a controllare la sua vigna…

Un’immagine straordinariamente antica e attuale nello stesso tempo.

In fondo questi sono luoghi dove la Storia riesce sempre a stupirci, a farci riflettere e letteralmente sognare.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Una breve visita anche alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie…

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Credits

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“El Barchett el vaa!”

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“El Barchett el vaa!” – urla Giuseppe dal “Barchett” e scivoliamo lungo il Naviglio Grande, sfiorando le sue acque da Boffalora sopra Ticino a Milano.

Sono a Gaggiano e vedo il “Barchett di Boffalora” arrivare con Giuseppe che mi invita a salire “al volo”. Purtroppo ho rifiutato ma il caso ha voluto che incontrassi ancora Giuseppe e questa volta l’appuntamento è fissato. Salgo ufficialmente sul “Barchett de Boffalora”!

Un grande onore. Ho sempre lavorato come guida turistica sul Naviglio Grande ma ho sempre viaggiato sulle imbarcazioni “moderne”.

Vivere il Naviglio Grande dal “Barchett” è stata un’emozione affascinante, bellissima, unica.

Adoro questi momenti creati da quel sottile legame che esiste nella semplicità delle persone, mi affascina sempre l’idea di qualcosa di nuovo che accarezza la mia passione per i luoghi vicini a casa. Mi sento fortunata quando la vita mi regala esperienze come questa, così genuine e ricche di aria fresca.

Una sensazione di totale benessere mi avvolge e in questi momenti…è come toccare il cielo con la punta delle dita.

Il contesto

La mia avventura ha un “contesto turistico”, perché il viaggio del “Barchett” a Milano, nei venerdì dei mesi di luglio e settembre, si è svolto nell’ambito di un evento: Ossola in Expo.
Ossola in Expo è un’iniziativa organizzata dalla Città di Domodossola con l’obiettivo di promuovere l’Ossola e le sue Valli a Expo Milano 2015.
Gli eventi sono stati organizzati in collaborazione con Expo in Città presso la ex-Fornace sul Naviglio Pavese.
Io sono “capitata” venerdì 11 settembre nella giornata dedicata a “Il turismo in Val d’Ossola: una terra per la qualità della vita”.

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Così il mio viaggio si è colorato di volti e musiche, grazie ai gruppi folkloristici della Val d’Ossola e alle streghe di Croveo (frazione di Baceno).
Grazie al racconto di quest’ultime, ho scoperto che le streghe, legate a leggende, magia e tradizione, sono figure che la Valle Antigorio ha deciso di riscoprire e valorizzare.
A Baceno è nato, infatti, il “Comitato streghe” che lavora per approfondire la storia di quelle donne perseguitate durante l’Inquisizione e arse vive, sospettate di stregoneria perché conoscitrici delle erbe di montagna, oppure mogli e figlie di frontalieri che varcavano il confine per lavorare nella Svizzera calvinista di allora, o semplicemente perché dotate di una bellezza fuori dal comune. Il gruppo lavora nello specifico sulla valorizzazione della frazione antica Croveo, dove sono stati posizionati in modo permanente 14 totem nei vari punti d’interesse con la storia e le immagini visibili grazie a una applicazione.

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E ancora…si narra che in Ossola il luogo prediletto delle streghe fosse il monte Cistella dove, illuminate dalla luce della luna, queste donne, trasformate in gatte, volpi o bellissime fanciulle, danzavano scatenate fino alle prime luci dell’alba.

Adoro quando le “occasioni” che vivo si arricchiscono di queste interessanti scoperte che mi stimolano a visitare altri luoghi, la loro storia, la loro tradizione.

Torniamo a noi.

“EL BARCHETT DI BOFFALORA”

Il “Barchett” era la barca-corriera che trasportava sul Naviglio Grande passeggeri e merci diretti a Milano. Rimase in funzione dal 1645 al 1913.

Il viaggio da Boffalora a Milano (circa 40 km) durava dalle 5 alle 8 ore, con fermate a Robecco sul Naviglio, Abbiategrasso, Gaggiano e Porta Ticinese.

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Gli orari erano piuttosto approssimativi: la corriera arrivava “alle otto del mattino” e partiva “ad un’ora pomeridiana”. Per non rischiare di rimanere a terra, la gente si preparava sull’approdo diverse ore prima, oppure affollava le vicine osterie in attesa di sentire il richiamo del timoniere: “El vaa! El barchett el vaa!”

All’andata, l’imbarcazione si lasciava trasportare dalla corrente. Al ritorno invece, per risalire il canale, si faceva trainare da un cavallo (sostituito successivamente da un trattore). Il viaggio era allietato da personaggi come “el torototela”, un cantastorie che si accompagnava con uno strumento monocorde e “quel de la riffa”, che cercava di coinvolgere i passeggeri in una lotteria.

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Il costo del viaggio, secondo un tariffario del 1823, era di 43 centesimi per i passeggeri (circa un quarto del salario di un operaio del tempo) e di 5 per le merci.

Il ricordo del “Barchett” è giunto fino a noi grazie a Carlo Righetti, in arte Cletto Arrighi,  poeta milanese della corrente della Scapigliatura, che nel 1870 lo rese protagonista di una commedia intitolata appunto “El barchett de Boffalora”.

Dopo il fiasco iniziale, la commedia divenne, con oltre quattrocento repliche, la più rappresentata in assoluto del Teatro Milanese, diventando il cavallo di battaglia di Edoardo Ferravilla, grande interprete del teatro milanese e attore molto popolare.

Dopo vari tentativi per costruire una replica di tale imbarcazione, fu solo nel 1998 che il progetto si è concretizzato. Grazie all’impegno e il fattivo contributo di privati, dell’Amministrazione Comunale di Boffalora sopra Ticino, della Provincia di Milano e soprattutto grazie all’Associazione Storica “La Piarda”, costituita nel 1990 per diffondere la ricerca storica locale, di cui Ermanno Tunesi ne è l’instancabile promotore, il “Barchett” solca ancora le acque del Naviglio, grazie ad una meritevole e rigorosa ricostruzione.

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Nel 2013 si è voluto ricordare il Centenario dell’ultimo viaggio del “Barchett” a Milano avvenuto nella primavera del 1913, prima della sua soppressione per evidenti difficoltà economiche a causa delle emergenti linee tramviarie.

Altre caratteristiche…da “Barchett”

Costruita in rovere, la barca corriera doveva essere lunga 17,5 metri e non larga non più di di 2,90 metri, priva di sporgenze esterne per non danneggiare le sponde. Il fondo era piatto, anche se il Regolamento del 26 novembre 1822 disponeva che per il terzo anteriore “le sponde concorrendo a congiungersi fra loro costituirebbero la prora, allo scopo d’incontrare minor resistenza nel movimento”.

La parte destinata ai passeggeri (il casello) non doveva occupare più di un terzo della lunghezza dello scafo, essere dotata di 40 posti a sedere su panche fisse trasversali; altezza massima 2,35 m, ai fianchi almeno 1,62, con l’eventuale copertura in legno dolce, con timone a pala. La velocità massima raggiunta era vicina ai 20 km, soprattutto in un paio di rapide, che, anche se non pericolose, imprimevano un’andatura di tutto rispetto.

Concludo con il ritornello di una canzone, di cui conservo onorata una copia cartacea, intitolata semplicemente “Il Barchetto di Boffalora”.

Sul barchetto di Boffalora
si fa il giro del mondo in un’ora
caricando il motorino
con fiaschetti di buon vino!

Con il “Barchett” vi regalo solo un assaggio di tutta quella meravigliosa storia legata al Naviglio Grande e ai paesi che vi si affacciano, con suggestivi scorci e romantiche atmosfere: dalle foglie colorate degli alberi che si specchiano nelle sue acque in autunno, alla neve che come un soffice tappeto ricopre l’alzaia, alle robinie in fiore in primavera e ai brillanti colori dell’estate.

Non solo. Borghi carichi di storia e cultura, ville nobiliari e antiche leggende, artisti e pescatori…

Un mosaico perfetto, un’armonia che ti avvolge e ti fa sentire…sempre a casa.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Credits

Associazione Storica “La Piarda”, Boffalora sopra Ticino – Google – Ossola in Expo

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