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Alpinia, il secondo giardino alpino italiano

In un giardino alpino ogni filo d’erba ha la sua storia da raccontare.

Cari Amici,
è il secondo giardino alpino istituito in Italia, dopo quello di Chanousia sul colle del Piccolo San Bernardo. Si trova a 800 metri di altitudine, sulle pendici del Mottarone, nella graziosa frazione Alpino di Stresa.
Sto parlando del Giardino Botanico Alpinia.

Una sola panchina di legno grezzo, su un dosso a 800 metri d’altitudine, prospiciente il gran quadro del bacino centrale del Lago Maggiore, era quanto di turistico esisteva in posto; vi si giungeva per mezzo di uno stretto sentiero tra ginestre e felci. Quello era il “belvedere” e si sapeva che da quel posto, nel gran silenzio dell’isolamento dal resto del mondo, la vista poteva spaziare su laghi e monti fino a più di centocinquanta chilometri di lontananza.

Queste sono le parole di Iginio Ambrosini che insieme a Giuseppe Bossi lo istituì nel 1934.
Fondato in epoca fascista il giardino fu inaugurato con il nome di Duxia.


Il Giardino Botanico Alpinia rappresenta un luogo di notevole interesse naturalistico per la sua vasta e variegata raccolta di specie botaniche autoctone che crescono spontanee sui pendii del Mottarone, di specie provenienti dal piano alpino e subalpino, dal Caucaso, dalla Cina e dal Giappone.
Sono più di mille, infatti, le specie di piante che si espandono su un’area che dai 12.000 mq degli esordi si estende ora su 40.000 mq, regalando scorci che nella loro semplicità regalano una genuina sensazione di pace, ordine, tranquillità.
All’interno è inoltre presente una rinomata fonte d’acqua oligominerale dedicata al naturalista Marco de Marchi, fondatore dell’Istituto Idrobiologico di Pallanza.

Punto forte dell’area è l’eccezionale panorama visibile dal Belvedere, una vista unica che spazia dal Golfo Borromeo alla catena delle Alpi Svizzere.
Grazie a questa pregiata posizione Alpino divenne, fin dalla metà del XIX secolo, meta turistica per molti aristocratici europei e per artisti che qui trovarono l’ispirazione per le loro opere. Pittori della scuola lombarda e noti musicisti, affascinati dal luogo, vi costruirono splendide dimore; nacquero cosi Villa Pica-Alfieri, Villa Rebora Pimpinelli, Villa dell’Orto e Villa Anfossi. In quest’ultima è conservata un’epigrafe latina di Achille Ratti, futuro Papa Pio XI, dedicata all’Alpino: Qui tutto è musica, e il compito del maestro è quello di tradurre in note la voce superba della natura.

Henry Correvon, fondatore nel 1889 del Giardino alpino La Linnea in Svizzera, in una conferenza tenuta a Milano nel 1934 dichiarò: Ho visto dove Duxia nasce, ho visto molti bei luoghi d’Europa e d’America, dichiaro che il belvedere dell’Alpino è il più bello del mondo. Mi hanno detto che esagero, nego l’esagerazione.

Cosa state aspettando? Sedetevi qui e esagerate anche voi!

Lo sapevate che ..?
Oltre al Giardino Botanico Alpinia, l’agronomo Iginio Ambrosini fondò nel 1939 il Museo dell’Ombrello e del Parasole della vicina Gignese. Il Museo accoglie circa 1500 pezzi tra impugnature, bastoni, ombrelli e parasole e racconta l’evoluzione delle mode che hanno influenzato dall’Ottocento a oggi lo stile di questi accessori.
Comprende anche pezzi storici, ombrelli appartenuti a pittori, cardinali, nonché il parasole della Regina Margherita, la cui famiglia era solita villeggiare a Stresa. Nel settore del Museo dedicato alla vita degli Ombrellai è possibile ammirare i rudimentali attrezzi delle antiche botteghe, in un viaggio di memorie attraverso i volti, gli strumenti, i luoghi di lavoro che hanno caratterizzato la produzione di ombrelli. Un itinerario storico ricco di immagini, di testimonianze e curiosità di un lavoro antico che gli ombrellai nati nel Vergante hanno saputo far conoscere ed apprezzare in tutto il mondo.

 

Per saperne di più
http://www.giardinobotanicoalpinia.altervista.org
http://www.museodellombrello.org

L’Oasi Zegna e la Conca dei rododendri

Cari Amici,
lentamente possiamo iniziare ad uscire dalle nostre case e cercare luoghi in grado di raccontarci qualcosa di semplice: la serenità.
Potremmo chiamare questi luoghi affettuosamente oasi.
Piemontese d’adozione, non posso non parlarvi di un luogo che porta proprio questo nome.
Un luogo che, proprio in questi giorni, ho desiderato mostrare a mia figlia di appena un anno.

Sto parlando dell’Oasi Zegna, in provincia di Biella.
Le sue radici sono strettamente legate alla personalità di Ermenegildo Zegna.

I concittadini di Trivero erano indecisi se annoverare Ermenegildo Zegna tra i folli o i sognatori; concordi, comunque, nel pensare che non appartenesse alla categoria delle persone con i piedi per terra. In effetti, però, i piedi di Ermenegildo Zegna erano più radicati a terra di quanto i buoni abitanti di Trivero fossero disposti a credere. (Aldo Zegna). 

Ultimogenito di dieci figli, Ermenegildo nacque nel 1892.
Fu lui a prendere le redini del lanificio aperto dal padre Angelo Zegna, di professione orologiaio, fondando nel 1910, a soli 18 anni, il Lanificio Zegna, a Trivero, nelle Alpi biellesi.
La grande capacità commerciale di Ermenegildo non si limitò tuttavia al settore tessile.
L’imprenditore capì che la bellezza dell’ambiente naturale e il benessere delle persone che lo abitano erano indispensabili per un’azienda che aspirasse a durare nel tempo.
Per questo motivo negli anni ’30 fece costruire, oltre alle case per i dipendenti dell’azienda, una sala convegni, una biblioteca, una palestra, un cinema/teatro, una piscina pubblica, un centro medico e una scuola materna per i suoi concittadini.
Per questo motivo e per amore della natura e delle sue origini, egli decise di far vivere la montagna sopra Trivero, creando, a partire dal 1938, una fra le primissime strade costruite per fini turistici: la Panoramica Zegna.
Il tracciato di questa strada fu il primo precoce tassello di un grande, rivoluzionario progetto di valorizzazione del territorio e salvaguardia ambientale che portò nel 1993 alla creazione dell’Oasi Zegna. Un progetto che fin dalle sue origini non stravolse l’ambiente circostante ma ne rafforzò le difese idrogeologiche con la piantumazione di oltre 500.000 tra conifere, rododendri e ortensie.
Da non perdere all’interno dell’Oasi è la Conca dei rododendri che tra i mesi di maggio e giugno si trasforma in un morbido tappeto fiorito macchiato da colori di straordinaria bellezza.
Così bello da guadagnarsi il titolo di fioritura più bella d’Italia. Questo scenografico giardino fu realizzato negli anni ’50 in prossimità del Lanificio Ermenegildo Zegna. Dopo l’intervento dell’illustre architetto paesaggista Pietro Porcinai alla fine degli anni ’60 è stato recentemente ampliato da Paolo Pejrone.
Le piante sono disposte con cura nella conca, secondo la dimensione e le diverse tonalità, seguendo un disegno armonico che si inserisce perfettamente nel paesaggio circostante.

Voi non dovete fare altro che camminare dentro questo tappeto fiorito, lasciarvi cullare dai suoi colori e godervi un po’ di … serenità.
Fatelo per voi stessi.

Curiosità lungo la Strada Panoramica Zegna

Valle Cervo
Affacciata sul torrente omonimo, sul suo territorio sono visibili diverse formazioni rocciose come i graniti e la sienite della Balma, utilizzata come materiale da costruzione e impiegata anche per opere illustri, come il basamento della Statua della Libertà a New York.
Domina la valle il Santuario di San Giovanni, l’unico in Italia dedicato a S. Giovanni Battista.

Bielmonte
E’ il punto più alto raggiunto dalla Strada Panoramica. Dopo aver ricavato un ampio piazzale panoramico, Ermenegildo Zegna realizzò il primo impianto sciistico: la seggiovia del Monte Marca, costruita nel 1956 e messa in funzione nel gennaio dell’anno seguente. A monoposto, è ancora funzionante e sale all’omonimo rifugio a 1620 metri di quota

Bocchetto Luvera
Il nome è rimasto a significare la presenza delle “luere”, trappole per lupi. Meno di 100 anni fa erano presenti in Alta Valsessera ma non hanno retto alla caccia spietata dell’uomo.

Per maggiori informazioni e saperne di più …

http://www.oasizegna.com/it/luoghi/panoramica-zegna-10-tappe_7704.html

Credits 
http://www.zegnagroup.com
http://www.oasizegna.com

ARTE IN CASA ~ ORTO&ARTE

Cari Amici,
nella ricorrenza del mio compleanno, mi piace riguardare le foto di quando ero piccola.
Ce n’è una in particolare a cui sono molto affezionata.
E’ la foto scattata insieme a mio nonno Luigi nel bel mezzo di quello che per me era il paese delle meraviglie: l’orto!
La vita ha voluto che io nascessi il 10 aprile, il giorno successivo al compleanno di mio nonno Luigi ed è per questo che conservo un legame molto speciale con lui.
Una persona cara che ci ha lasciato parecchio tempo fa e che se fosse ancora viva avrebbe 89 anni!

Ricordando l’orto di mio nonno ho avuto l’ispirazione per l’ottavo appuntamento di ARTE IN CASA.
L’Orto milanese per antonomasia è l’Orto Botanico di Brera, uno dei luoghi più affascinanti e magici della città che ancora oggi si estende accanto al complesso dell’Accademia. La magia di questo orto è quella saperti catapultare in una dimensione in cui il tempo sembra annullarsi, un luogo dove assaporare il silenzio si trasforma in un’esperienza sensoriale davvero unica.
Sotto le fronde di alberi secolari, annusando i profumi delle piante aromatiche, ammirando i colori dei fiori è possibile entrare in contatto con una natura autentica, speciale.

L’Orto Botanico di Brera fu istituito nel 1774 quando Maria Teresa d’Austria stabilì che l’ex giardino dei Gesuiti diventasse un’istituzione con finalità didattico-scientifiche per gli studenti di medicina e farmacia del ginnasio di Brera. In quel periodo venne privilegiata la coltivazione di piante officinali anche per il parziale rifornimento della Spezieria di Brera, destinata al servizio pubblico della città.
In periodo francese si cercò di trasformare l’Orto in luogo di ritrovo e svago per la cittadinanza introducendo anche piante esotiche ornamentali, ma con la caduta di Napoleone prima e l’Unità d’Italia poi, l’Orto Botanico cadde sempre più in abbandono; nel 2001 è stato recuperato, riportato all’antico splendore e riaperto al pubblico.
Attualmente l’Orto Botanico di Brera è un Museo universitario con la finalità di salvaguardare un bene storico come testimonianza del modello culturale in vigore nella seconda metà del Settecento.
Fa parte, assieme ad altri 6 orti botanici, della Rete degli Orti della Lombardia, associazione che ha lo scopo di progettare e sviluppare iniziative culturali congiunte.
Tra le specie più interessanti spiccano i patriarchi dell’Orto, due Ginkgo biloba di due secoli e mezzo di vita, simbolo del giardino e siti nello storico arboreto.

Ora che vi ho parlato dell’Orto desidero condividere il legame che esiste tra l’Orto Botanico di Brera e alcune opere d’arte conservate alla Pinacoteca di Brera, focalizzando l’attenzione sul mondo vegetale rappresentato nei dipinti, lo stesso mondo che popola il meraviglioso Orto Botanico.

Prima di iniziare vi ricordo che la Pinacoteca di Brera, nata nel 1776 come eterogenea raccolta di opere destinata alla formazione degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera voluta dall’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, fu ufficialmente istituita del 1809 come museo pubblico da Napoleone Bonaparte. Oggi, Museo di statura internazionale, raccoglie in 38 sale capolavori di artisti italiani dal XIV al XIX secolo.

Vittore Carpaccio e la borragine
Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio, 1514

Borragine

Clicca sull’immagine per ammirarla in ogni suo dettaglio.

VITTORE CARPACCIO, Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio, 1514, olio su tela, 147 x 172 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Vittore Carpaccio nacque a Venezia intorno al 1465 e lì operò fino alla morte avvenuta nel 1526. I suoi dipinti più famosi sono i cicli di storie realizzati per le principali confraternite della città (Scuole). In queste opere, la tradizione narrativa veneziana si coniuga con l’attenzione al dettaglio propria dell’arte fiamminga, dando vita ad ambientazioni fantastiche.
La Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio faceva parte della serie di cinque grandi tele con le storie del santo che ornavano la sede veneziana della Confraternita dei Laneri.
Carpaccio ambienta la vicenda, che si era svolta a Gerusalemme, in uno scenario immaginario con edifici fantastici, in cui molti personaggi sono abbigliati all’orientale. Anche le piante, fra le quali molte sono medicinali, vengono descritte minuziosamente e tra di esse, in basso a destra, è riconoscibile la borragine. L’insolita scelta di raffigurare proprio questa pianta dipende forse dal fatto che il suo nome si collega al mondo dei produttori e dei commercianti della lana, che costituivano la maggioranza dei confratelli della Scuola di Santo Stefano. Borragine, infatti, deriva dal latino borra, un tessuto di lana ruvida, per la peluria che ricopre le foglie.

Bernardino Luini e la Rosa
Madonna col Bambino (Madonna del Roseto), 1520-1521 circa

Rosa
BERNARDINO LUINI, Madonna col Bambino (Madonna del Roseto), 1520-1521 circa, olio su tavola, 70 x 63 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Bernardino Scapi detto Luini perché nacque nei pressi di Luino nel 1480 circa, fu prevalentemente attivo a Milano, dove morì nel 1532. Le sue prime opere rivelano l’influenza di Zenale, Bergognone, Bramantino e Leonardo. Il suo stile maturo mostra impianti compositivi molto semplici ed espressione smisurata dei sentimenti, anche nelle scene più drammatiche.
La Madonna del Roseto è un’opera probabilmente destinata alla Certosa di Pavia. Nella rappresentazione della Vergine col Bambino, Luini coniuga il gusto per la descrizione del dato naturale tipico della tradizione lombarda con gli studi botanici iniziati da Leonardo fin dal periodo fiorentino. Ogni specie vegetale è ben riconoscibile e resa con estrema aderenza alla realtà. Di particolare rilievo il pergolato di rose che funge da sfondo alla scena, crando un hortus conclusus, elemento tradizionalmente associato alla figura di Maria, alludendo alla sua purezza. L’iconografia del giardino chiuso è connessa con l’Immacolata Concezione della Vergine e con la sua totale estraneità dal peccato.

Vorrei raccontarvi altre opere in cui è tangibile la presenza del mondo vegetale dell’Orto Botanico di Brera ma … vi aspetto ad una mia futura visita guidata!

Un caro saluto
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Credits
ArteOrto (da un progetto di Aboca in collaborazione con la Pinacoteca e l’Orto Botanico di Brera).
Wikipedia

ARTE IN CASA ~ Raffaello

Cari Amici,
per il settimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi la figura di uno dei più grandi artisti d’ogni tempo, la cui opera segnò un tracciato imprescindibile per tutti i pittori successivi e fu di vitale importanza per lo sviluppo del linguaggio artistico dei secoli a venire.

Sto parlando dell’urbinate Raffaello Sanzio, del quale quest’anno si celebra il 500esimo anniversario dalla sua morte. Raffaello, infatti, morì il 6 aprile 1520 a soli 37 anni, nel giorno di Venerdì Santo. Il suo corpo fu sepolto nel Pantheon, come egli stesso aveva richiesto.

Riassumere la vita e le opere di Raffaello in un solo articolo è impossibile, così ho deciso di dedicarvi qualche “pillola” della sua vita e delle sue opere.

La Casa di Raffaello
La Casa di Raffaello ad Urbino è una dimora di valore storico: qui è nato l’artista nel 1483, qui è avvenuta la sua formazione accanto al padre, il pittore, poeta e scrittore Giovanni Santi (1440 ca.-1494), un colto umanista alla corte di Federico da Montefeltro. L’edificio del XV secolo, acquistato da Santi nel 1460, dopo la prematura morte di Raffaello fu custodito da privati senza subire particolari rifacimenti. Nel 1869 il Conte Pompeo Gherardi trasformò la casa in sede della nuova Accademia Raffaello, un’istituzione che negli anni ha visto illustri soci onorari, da Manzoni a Garibaldi fino a Rossini. Tutt’oggi luogo di ricerca, studio e raccolta documenti sul grande artista, spicca in una piccola stanza, ritenuta quella natale di Raffaello, un affresco di dubbia paternità: la Madonna col Bambino è di Giovanni Santi o del giovane figlio?

👉🏻 Alberto Angela e la Madonna di Raffaello

Le donne di Raffaello
Raffaello seppe cogliere l’essenza femminile, più di ogni altro pittore a lui contemporaneo. Nei ritratti rinascimentali, la donna è quasi sempre oggetto del desiderio dell’uomo; per Raffaello invece, essa manifesta una propria intelligenza e consapevolezza che risuona nell’eros dell’immagine. In quest’ottica, le figure femminili dell’artista sono le prime donne moderne del mondo occidentale. Spesso, le donne che Raffaello ha ritratto sono figure importanti che provengono dalle corti, luoghi dove era loro permesso l’accesso alla cultura, alla lingua italiana, latina e spesso anche greca. Nei ritratti di Raffaello quindi, si impone una femminilità nuova, quasi ribelle, che sprigiona il valore e la virtù profonda che proviene dall’essere donna.

Cliccate sull’immagine per ammirarla in ogni suo dettaglio.

RAFFAELLO SANZIO, La Fornarina, 1518-1519, olio su tela, 85 x 60 cm, Galleria nazionale d’arte antica, Roma
È firmato sul bracciale della donna: RAPHAEL VRBINAS.

Lo Sposalizio della Vergine
Lo Sposalizio della Vergine è la pala d’altare realizzata da Raffaello nel 1504 per la chiesa di San Francesco a Città di Castello, su commissione dalla famiglia Albizzini. Il soggetto rappresentato, le nozze di Maria dopo che Giuseppe era stato scelto come suo sposo in maniera miracolosa, proviene da un vangelo apocrifo, diffuso attraverso La Legenda Aurea, una raccolta di biografie agiografiche composte in latino da Jacopo da Varazze nel 1298. Lo Sposalizio, rappresenta il momento di massimo avvicinamento della pittura di Raffaello ai modi del Perugino. La ripresa dell’iconografia del celebre maestro, evidenzia la particolare qualità espressiva maturata da Raffaello, che crea un capolavoro di prospettiva rinascimentale, in profondo rapporto con la raffinata cultura urbinate in cui il giovane artista si è formato. Se Perugino aveva semplicemente accostato le parti della composizione entro una struttura prospetticamente corretta, Raffaello costruisce una composizione in cui tutti gli elementi sono legati da relazioni matematiche di proporzioni e sono disposti secondo un preciso e serrato ordine gerarchico.

👉🏻 James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera dal 2015,  racconta lo Sposalizio della Vergine

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RAFFAELLO SANZIO, Sposalizio della Vergine, 1504, olio su tavola, 174×121 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Il Raffaello dell’Ambrosiana. In principio il Cartone.
Il restauro del disegno della Scuola di Atene
E’ il più grande cartone rinascimentale a noi pervenuto, interamente realizzato da Raffaello. Oltre duecento fogli di carta sui quali l’artista disegnò La Scuola di Atene, la prima delle composizioni ideate per gli affreschi commissionati da Giulio II per la Stanza della Segnatura, negli appartamenti del Palazzo Apostolico in Vaticano. Una superficie di circa otto metri di lunghezza per tre metri di altezza dove si snodano le immagini della comunità dei sapienti antichi e moderni. Un racconto in bianco e nero dal dinamismo accentuato e dagli intensi effetti chiaroscurali, composto da più di cinquanta figure, tra le quali spiccano in alto, nel gruppo dei filosofi, Platone, con il dito puntato verso l’alto, riconoscibile poiché regge il Timeo, e Aristotele, identificabile dal libro dell’Etica. Il “bel finito cartone”, secondo le definizioni dell’epoca, conteneva tutte le informazioni necessarie alla realizzazione dell’opera: non solo i contorni delle figure e dello scenario in cui andavano a disporsi ma i movimenti, le espressioni dei volti e la provenienza della luce, fornendo un’immagine compiuta di quello che sarebbe stato il risultato finale. Il cartone non fu distrutto durante la trasposizione del disegno sulla parete da affrescare e sopravvisse, nonostante la fragilità del supporto, anche alle razzie e a perigliosi viaggi per acqua che lo intaccarono senza offuscare l’articolata e fitta sequenza narrativa messa in scena da Raffaello. Il prezioso manufatto era, infatti, tra i tesori artistici requisiti da Napoleone che lo portò via dalla Pinacoteca Ambrosiana dove si trovava sin dal 1610. Proprio al Louvre, tra il 1797 e il 1798, il cartone subì un complesso restauro prima di rientrare a Milano nel 1816. Nel 2014 la Biblioteca Ambrosiana, ha avviato sul cartone una lunga e laboriosa attività di indagine e opera di restauro conservativo.

👉🏻 Il cartone della Scuola di Atene

RAFFAELLO SANZIO, Scuola di Atene, 1509, Biacca, Carboncino, Cartone preparatorio, 285 × 804 cm, Pinacoteca Ambrosiana, Milano

Madonna della Seggiola
Perfetto esempio di dipinto di forma circolare, il cosiddetto “tondo”, quest’opera di Raffaello appartiene a uno dei principali temi di ricerca dell’artista – la Madonna e il Bambino – e rimane uno degli esempi più radiosi del Rinascimento italiano. Eseguito tra il 1513 e il 1514, il dipinto fu completato quando il maestro era a Roma per dipingere gli appartamenti papali in Vaticano.
L’opera si trova nelle collezioni medicee fin dalla prima metà del Cinquecento, ed era sicuramente nata per una collocazione privata, a giudicare dal formato della tavola. La presenza della sedia camerale, da cui l’opera trae il titolo, la complessità compositiva e altri dettagli hanno fatto ipotizzare che l’opera fosse nata su commissione di papa Leone X, e da lui inviata ai suoi parenti a Firenze.
L’aspetto che più rapisce di quest’opera è il tono intimo e domestico che la caratterizza, accentuato dal gesto affettuoso di Maria che stringe tra le braccia Gesù e dall’intenso e penetrante sguardo con cui osserva lo spettatore. Le gambe della Vergine si sollevano, coperte da un drappo azzurro, scivolando quasi in avanti, in modo da creare un ritmo circolare che sembra voler suggerire il dondolio del cullare. Dietro la bellezza formale si cela una composizione condizionata dalla forma circolare della tavola: l’andamento circolare delle figure della Vergine e del Bambino è bilanciato dalla verticalità della spalliera del sedile. L’unità compositiva e l’affettuosa intimità tra la madre e il figlio sono ottenute anche attraverso la disposizione dei colori: freddi all’esterno, caldi all’interno.
Non c’è dubbio: l’opera è “uno dei maggiori capolavori dell’arte rinascimentale”.

Cliccate sull’immagine per ammirarla in ogni suo dettaglio.

RAFFAELLO SANZIO, Madonna della seggiola, 1513-1514, olio su tavola, diametro 71 cm, Galleria Palatina, Firenze

Infine, come ben saprete la grande mostra “Raffaello 1520-1483” alle Scuderie del Quirinale a Roma rappresenta uno degli eventi più attesi del 2020 non solo in Italia ma in tutto il mondo. Inaugurata il 5 marzo, è stata chiusa al pubblico tre giorni dopo per contenere il propagarsi dell’epidemia.
Così, desidero chiudere questo articolo con una passeggiata virtuale in questa grande mostra.

👉🏻 “Raffaello 1520-1483”. Una passeggiata in mostra

Alla prossima puntata!

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Rai Cultura

ARTE IN CASA ~ Le perle del Liberty milanese

Cari Amici,
per il sesto appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi alcune perle della Milano Liberty.

Sì, proprio delle perle. Perle incastonate nelle forme di sinuosi motivi floreali forgiati nella materia del ferro battuto, dei fregi, mosaici, affreschi e maioliche.
Sto parlando del fenomeno artistico imperante a Milano nei primi anni del Novecento, testimonianza tangibile di una città divenuta capitale della finanza italiana e che vede nella nuova borghesia milanese la sua principale committente.

L’area liberty milanese per antonomasia è quella di Porta Venezia.

Partiamo da un hotel.
L’hotel Kursaal Diana, oggi Sheraton Diana Majestic, in Viale Piave, 42.
La cosa straordinaria da sapere è che prima dell’edificazione di questo hotel l’area era occupata da quella che fu la prima piscina pubblica d’Italia, i Bagni di Diana, aperta nel 1842. L’atmosfera di questo modernissimo impianto la si può vedere nel breve filmato della casa Lumiere del 1896, uno dei primi documenti cinematografici su Milano.
La piscina lasciò spazio all’hotel Kursaal Diana di Achille Manfredini nel 1908, un complesso con albergo, teatro e ristorante. Al posto della piscina dei Bagni Diana un giardino di 700 metri quadrati, ancora oggi uno dei fiori all’occhiello dell’albergo, con piante fontane e una pista di pattinaggio.

Kursaal Diana. Salone del teatro, 1909 (da L’Edilizia Moderna)

Non distante dall’hotel Diana, in Via Malpighi 3, troviamo Casa Galimberti, progettata da Giovanni Battista Bossi per i fratelli Galimberti, imprenditori edili, tra i primi sostenitori del nuovo stile a Milano. La sua superficie è un meraviglioso e luccicante tappeto di piastrelle di ceramica dipinte su cui fioriscono figure femminili e maschili in un intreccio di piante rampicanti lussureggianti.
L’esterno riccamente decorato, l’interno piuttosto semplice, perché Casa Galimberti fu concepita come “casa a reddito”, ovvero una residenza di appartamenti da mettere in affitto.

Casa Galimberti, foto di Andrea Cherchi

Resto sempre affascinata dalla raffinatezza e dall’eleganza delle due bellissime statue femminili, due cariatidi, ai lati dell’ingresso di Casa Campanini in Via Vincenzo Bellini, 11. Un vero e proprio invito ad entrare in quello che è considerato il capolavoro di Alfredo Campanini, architetto di origini emiliane ma milanese d’adozione, che progettò per sé questa casa tra il 1904 e il 1905. L’architetto non si occupò solo della costruzione dell’edificio ma anche del disegno di tutti i particolari decorativi, dalle figure scultoree del portale alle vetrate e ai ferri battuti con motivi vegetali, realizzati dalla ditta Mazzucotelli, specializzata nel ferro battuto e responsabile della realizzazione delle decorazioni di molte tra le più significative opere Liberty italiane e straniere. Grandissima è la maestria con cui viene impiegato il cemento, uno dei nuovi materiali sperimentati dal modernismo, modellato per la decorazione.

Casa Campanini

Palazzo Castiglioni, situato ai civici 47 e 49 di Corso Venezia, è considerato il manifesto artistico del Liberty milanese. Fu costruito tra il 1901 e il 1904 su progetto dell’architetto Giuseppe Sommaruga per l’imprenditore Ermenegildo Castiglioni spinto dalla volontà di distinguersi rispetto alle altre costruzioni della zona, nobili dimore settecentesche dalle forme neoclassiche simboli della vecchia aristocrazia cittadina.
Il palazzo emerge così per contrasto rispetto alle costruzioni vicine per le dimensioni monumentali, per la facciata dal pronunciato bugnato grezzo e per l’esuberanza della decorazione plastica e in ferro battuto.
Due grandi statue femminili, opera dello scultore Ernesto Bazzaro e allegorie della Pace e dell’Industria, ornavano originariamente il portale d’ingresso ma, giudicate “scandalose” a causa della nudità esposta, in quanto posavano dando le spalle e il loro lato B ai passanti, furono rimosse e ricollocate sul fianco della villa Romeo Faccanoni (oggi Clinica Columbus, in via Buonarroti 48). Per questo motivo il palazzo fu battezzato la Cà di Ciapp.

Le statue della Pace e dell’Industria in Via Buonarroti, 48

Vorrei raccontarvi ancora tante perle del Liberty milanese ma … vi aspetto ad una visita guidata per condividere con voi lo stupore per la bellezza di un angolo della città a cui sono più affezionata.

Condivido con voi anche questa clip:

Milano, le bellezze del Liberty, da Repubblica TV

A presto!

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Lombardia Beni Culturali
Il Giorno

L’abbazia di San Galgano a Chiusdino

 

Foto: © elysarte.com

Vacanze.
Cos’è il tempo della vacanza?
Un tempo in cui perdersi, ritrovarsi, vivere, semplicemente. Respirando.

Mi dedico a me stessa e all’Italia. Entrambe le conosco poco.

Dopo una settimana all’Isola d’Elba, dove il tempo si trasforma in un’eterna oasi di silenzio interiore, io e Stefano ci dirigiamo verso il Centro Italia alla scoperta delle nostre bellezze.

Ci lasciamo accogliere dalla Toscana, che ci abbraccia con le sue distese infinite di giallo e di verde punteggiate dal genuino mattone dei casolari introdotti da eleganti filari di cipressi, e con un cielo denso di nuvole grigie che borbotta lanciando lampi di luce.

San Galgano. Siamo ad una trentina di chilometri da Siena, nel comune di Chiusdino.
Intorno a sé questo luogo ha seminato silenzio e vento, un vero e proprio “pilastro della terra”, sopra il quale si distende un’infinita pennellata di cielo.
L’immaginazione corre tra le navate di questa abbazia cistercense del XIII secolo, salendo fino all’eremo, detto “Rotonda di Montesiepi”, dove la storia si intreccia con il mito.

Del santo, titolare del luogo che si festeggia il 3 dicembre, sappiamo che il suo vero nome era Galgano Guidotti, nato nel 1148 a Chiusdino da una famiglia di piccola nobiltà locale, e morto il 3 dicembre 1181. Visse la sua adolescenza da cavaliere libero e incline ai divertimenti più sfrenati, finché la sua vita cambiò radicalmente, diventando un vero Santo Cavaliere di Dio.

Un giorno, mentre viaggiava, ebbe improvvisamente due visioni dell’Arcangelo Michele. Nella prima l’Arcangelo gli si manifestò innanzi, nella seconda lo invitò a seguirlo. Galgano, accettato l’invito e attraversati un ponte e un prato fiorito, raggiunse Montesiepi, dove vide un edificio rotondo e i dodici apostoli. Fu da loro accolto e, aprendo un libro sacro, gli apparve il Creatore che lo convertì definitivamente. Riprese poi la sua normale vita, finché si verificò un altro importante episodio, un secondo episodio, definitivo per il suo destino.

Durante una passeggiata, il suo cavallo si rifiutò di continuare il cammino e di sua iniziativa lo ricondusse di nuovo a Montesiepi, esattamente nello stesso luogo dove precedentemente aveva incontrato i dodici apostoli. Galgano non ebbe più dubbi, quello era un luogo sacro e meritava un’identità, una croce. Provò a cercare del legno per costruirla ma non lo trovò, allora decise di prendere la propria spada e conficcarla nella roccia. In questo modo appariva una croce praticamente perfetta a tutti coloro che l’avessero guardata.

Prese poi il suo mantello e lo indossò come saio. Sentì anche una voce santa che lo invitò a fermarsi per tutta la vita in quel luogo; Galgano così fece e diede inizio alla sua autentica vita da eremita, vivendo da quel giorno nei boschi e nutrendosi solo di erbe selvatiche.

Durante una sua assenza, per un pellegrinaggio a Roma, la spada nella roccia subì un tentativo di furto e venne forzata da tre ladri che, non riuscendo nell’intento di sfilarla, la ruppero e l’abbandonarono (la spada nella roccia è infatti realmente spezzata).
Il castigo divino non perdonò l’atroce misfatto e raggiungendoli, uno venne fulminato all’istante, un altro annegato, mentre il terzo venne aggredito da un lupo che gli tranciò entrambe le mani (nell’eremo, in una bacheca è possibile vedere le ossa delle mani del ladro), ma venne risparmiato all’ultimo momento, perché, pentito, invocò il perdono di Galgano.

Al ritorno il santo trovò la spada spezzata. Ne fu molto dispiaciuto e si ritenne responsabile dell’accaduto per essersi allontanato. Intervenne la voce divina che gli disse di unire i pezzi e così facendo la spada si ricompose miracolosamente.

Da quel momento Galgano restò in quel luogo fino alla fine dei suoi giorni, morendo in preghiera sulla spada nella roccia. Quattro anni dopo la sua morte venne santificato da papa Lucio III e il culto di San Galgano si diffuse ovunque tra i cavalieri, e San Michele Arcangelo diventò il protettore della cavalleria.

La storia di questo uomo rende questo luogo ancora più intriso di magia, di una forte energia terrena e spirituale che trema ancora sotto la grande distesa di terra battuta che circonda tutto il sito.

Negli ultimi anni della sua vita Galgano entrò in contatto con i Cistercensi, chiamati a fondare la prima comunità di monaci che risulta già attiva nel 1201.
L’abbazia fu costruita a partire dal 1218 e consacrata nel 1288. La comunità di San Galgano accolse importanti personalità finché, la carestia del 1329, la peste del 1348 ed il saccheggio di vari eserciti, la colpirono duramente.
Successivamente, il territorio dell’abbazia fu distrutto dal passaggio di bande di mercenari e alla fine del XV secolo i monaci si trasferirono nel palazzo di San Galgano a Siena. Nel 1786 un fulmine colpì il campanile che crollò sul tetto dell’abbazia e la chiesa venne poi sconsacrata nel 1789.

La chiesa rispetta perfettamente i canoni della abbazie cistercensi; tali canoni erano stabiliti dalla regola di San Bernardo e prevedevano norme precise per quanto riguarda la localizzazione, lo sviluppo planimetrico e lo schema distributivo degli edifici.
Le abbazie dovevano sorgere lungo le più importanti vie di comunicazione (nel nostro caso la Maremmana) per render più agevoli le comunicazioni con la casa madre; inoltre erano in genere poste vicino a fiumi (la Merse) per poterne sfruttare la forza idraulica; e infine in luoghi boscosi o paludosi per poterli bonificare e poi sfruttarne il terreno per le coltivazioni.
Dal punto di vista architettonico gli edifici dovevano essere caratterizzati da una notevole sobrietà formale.

Mi trasformo in una briciola di pulviscolo atmosferico che, trasportata dal vento, inizia a rimbalzare in mezzo a questa imponente sobrietà, tra le possenti mura dell’abbazia.

La luce del mezzogiorno taglia le architetture e crea delle dimensioni grafiche davvero suggestive.

Questo luogo sembra trattenerci in qualche modo, desidera che il visitatore resti a condividere la sua anima ma nello stesso tempo è consapevole che presto dovrà andarsene.

Il cielo trabocca di nuvole e in lontananza i fulmini lo squarciano come le forbici fanno con la carta.

E’ ora di partire.

San Galgano ha seminato vento e silenzio dentro i nostri corpi fatti di carne e le nostre anime fatte di aria.

Foto: © elysarte.com

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San Galgano

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San Galgano – Sito ufficiale

Geometrie e cattedrali di vetro

Per una laureata in storia dell’arte medievale i grattacieli sono cattedrali di vetro, distese infinite che si alzano verso il cielo, a voler dire anche loro qualcosa, come i loro antenati.

E’ il nuovo disegno delle città, quello che tutti chiamano “skyline”, una sottile linea che scivola e compone curve, spigoli, rette, che crea paradossali geometrie, specchi riflessi e trasparenze.

Dopo aver partecipato ad un Workshop di Street Photography a Milano con Matteo Abbondanza sento come un’irrefrenabile voglia di catturare le geometrie di queste cattedrali di vetro. La passione con cui Matteo cattura la realtà che lo circonda, la maniacale eppure così attraente ricerca della perfezione geometrica, accendono qualcosa … chiamatela ispirazione, curiosità, voglia di uscire.

La cosa straordinaria è che la visione di un altro stimola sempre nuove visioni, nuove domande.

E’ come se improvvisamente mi fossi rivista sui banchi del Liceo Artistico, alla ricerca di quella perfezione di linee, di geometrie, di colori. Una perfezione che cerco ostinatamente di mantenere nella quotidianità delle mie giornate: l’ordine della mia casa, del mio armadio, il cibo nella dispensa …

In primis, quindi, sono attirata da questa maniacale ricerca di perfezione.

E poi una domanda: come vedo io, Elisa Zanoni, guida turistica, laureata in storia dell’arte medievale, questa nuova realtà fatta di vetro? Qual è il mio sguardo?

Così, come sempre mi succede, mi sono messa in gioco.

Perché in fondo sono ancora una bambina: ho antenne sensoriali molto fini per accogliere tutti gli stimoli di questo mondo. E appena li avverto, li afferro per mano fino a quando non mi pongo una domanda e non ho trovato un’adeguata risposta.

Cerco un compagno di viaggio, come sempre. Scelgo Roberto. E’ da un po’ che non giro la città con questo “rompipalle” fotoamatore. Lui è il mio turista, io la sua guida turistica che “fa qualcosa con la macchina fotografica”.

Prima tappa: CityLife. MM5 Viola. Fermata “Tre Torri”.

1920. Sulle macerie lasciate dalla guerra, terminata solo due anni prima, l’Italia sente l’esigenza di ricostruirsi un futuro. In questo clima, otto uomini d’affari assecondano il nuovo slancio imprenditoriale organizzando la prima Fiera Campionaria Italiana, con sede a Milano.

2005. 85 anni dopo questa prima Fiera Campionaria, viene inaugurato il nuovo polo fieristico di Rho-Pero firmato da Massimiliano Fuksas. Il trasferimento della Fiera fuori Milano ha comportato un duplice beneficio per la città: l’eliminazione dei picchi di traffico e la liberazione di un’area di pregio.

Nel 2004 si conclude la gara internazionale per la riqualificazione del vecchio quartiere fieristico, volta a ricreare una connettività senza precedenti con il contesto urbano circostante. Vince il concorso “CityLife”, un progetto definito il “Portale d’Europa”. Tra il 2007 e il 2008 si svolge l’importante opera di demolizione e bonifica dei 20 padiglioni fieristici, per un volume totale di 2,5 milioni di metri cubi.

CityLife costituisce una delle aree di intervento urbanistico più grandi d’Europa, con un mix bilanciato di servizi privati e pubblici. A firmarlo sono tre architetti di fama internazionale, Zaha Hadid, Daniel Libeskind e Arata Isozaki.

Il Dritto, lo Storto e il Curvo. Sembrano tre personaggi sbucati da qualche favola. In realtà sono i soprannomi delle Tre Torri che svettano in questo nuovo quartiere, i giganti trasparenti e contorti che subito attirano lo sguardo verso l’alto.

Il Dritto. Questa torre, meglio nota come “Torre Allianz” porta la firma di Andrea Maffei e Arata Isozaki, l’architetto giapponese già autore in Italia del progetto per il Palasport Olimpico di Torino. Un modulo di sei piani di facciata ricurva che, nel suo susseguirsi, si ripete all’infinito verso il cielo, porta questa torre all’altezza di 202 metri.

Lo Storto o “Torre Generali”- 170 metri di altezza – è opera dell’architetto anglo-irachena Zaha Hadid, che non vedrà mai realizzata la sua creatura di vetro, perché viene a mancare nel 2016. Ha un sinuoso portamento dinamico, un andamento tortile, in fondo anche un po’ affascinante.

Il Curvo, che ancora non è sbucato dalle viscere della terra, è opera di Daniel Libeskind. Avrà un’altezza di 175 metri di altezza e probabilmente ospiterà offici o una struttura alberghiera o residenziale.

Poi ci sono le residenze, le residenze che il mio amico Daniele definirebbe “da gran Signori”.

Le residenze di Zaha Hadid hanno qualcosa che ricorda le navi da crociera, come mi fa notare giustamente Roberto. Sono fluide, leggere … eleganti.

Lo stesso vale per le residenze di Daniel Libeskind, un arcipelago residenziale dove l’alternanza dei materiali di facciata e l’andamento verticale degli allineamenti conferisce agli edifici un’immagine scultorea.

Inizio a sdraiarmi, appoggiarmi ovunque, muovermi, cercare l’anima dannatamente geometrica e perfetta di questo quartiere.

Seconda tappa: Porta Garibaldi.

Il Progetto Porta Nuova è un vasto intervento di riqualificazione urbana ed architettonica all’interno del Centro Direzionale di Milano, il quartiere a carattere terziario che si estende dalla stazione ferroviaria di Milano Porta Garibaldi a piazza della Repubblica, da Porta Nuova a Palazzo Lombardia, passando per via Melchiorre Gioia. Principale obiettivo dell’opera è ricucire, attraverso il potenziamento del Centro Direzionale, i quartieri di Porta Nuova (comprensiva dell’area delle ex-Varesine), Porta Garibaldi e Isola.

Baricentro dell’intera zona è il parco pubblico chiamato Giardini di Porta Nuova, attorno al quale sono disposti i tre ambiti separati del progetto, ossia Porta Nuova Garibaldi, Porta Nuova Varesine e Porta Nuova Isola. L’edificazione del complesso di Porta Nuova è iniziata nel 2005 e la sua esecuzione si è protratta per circa un decennio.

Il complesso conta oltre venti edifici tra grattacieli, uffici, centri culturali e ville urbane.

Anche qui l’altezza è padrona di casa. E così incontriamo qualche altro gigante trasparente.

Una serie di palazzi ecosostenibili in vetro e ferro, progettati dall’architetto argentino Cesar Pelli e disposti attorno ad un podio circolare, piazza Gae Aulenti, culminano nella Torre Unicredit, il più alto grattacielo d’Italia, con i suoi 231 metri, 80 dei quali conferiti da un sinuoso dettaglio architettonico detto Spire, che significa Guglia. Quasi a voler comunicare con le statue delle Guglie del Duomo che in lontananza la fronteggiano.

Il vetro di questa torre crea un bel contrasto con il legno dell’Unicredit Pavilion. Firmato dallo stesso architetto del padiglione Zero di Expo,  Michele De Lucchi, è concepito come un ideale seme posto al confine tra piazza Gae Aulenti e i Giardini di Porta Nuova, composto da un nucleo in cemento armato e uno scheletro di legno con nessuna colonna all’interno. La sua funzione è prevalentemente quella di luogo per conferenze, congressi, concerti, esposizioni, performance e seminari.

Tra via Melchiorre Gioia e il business district della Torre Diamante si ergono tre torri residenziali di altezze differenti, disposte anch’esse intorno al proprio podio, ovvero piazza Alvar Aalto.

Torre Solaria che con i suoi 143 metri è l’edificio residenziale più alto d’Italia; Torre Solea, che si sviluppa su 15 piani residenziali, più un piano commerciale a doppia altezza sul podio e uno al piano terra; Torre Aria con 17 piani sopra il podio.

Qui mi sdraio per terra, incurante dei passanti. In fondo siamo a Milano, non sembrerà poi così strano. Il cielo sopra le nostre teste inizia a diventare sempre più grigio, fino a quando inizia a piovere.

Ci rifugiamo sotto l’Edificio detto Showroom o Armonica e osserviamo le persone che passano: adoro questi momenti, li vivrei all’infinito. Osservare le persone, la vita che ti scorre davanti.

Poi torna il sole. Ci sono ancora il Bosco Verticale e il nuovo Palazzo della Regione Lombardia che ci aspettano ma è ora di tornare a casa.

Di solito non guardo mai subito gli scatti della giornata, li lascio “decantare” per qualche giorno. Ma quello era il giorno della maniacale ricerca di perfezione e non ho resistito.

Sono soddisfatta? No, non abbastanza. Ho ancora sete di geometrie, di linee, di vetro, ma non solo. Una delle qualità più irresistibili di noi essere umani? Lasciarci rapire dalle nostre passioni.

 

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