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Tornare in un luogo già visto, vuol dire iniziare ad affezionarsi a quel luogo.
Perché ci piace, ci affascina, perché forse riesce a toccare la punta estrema del nostro essere più intimo. Perché forse, lì, in quel luogo, ritroviamo un po’ noi stessi.
Sono a Civate, in provincia di Lecco.
Sarò ripetitiva ma, anche in questo caso, il merito è dei miei studi universitari e soprattutto della mia passione per lo stile romanico, “quello dei mattoni, della pietra, delle forme semplici e dai grandi contenuti”.

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Stefano ed io ci andiamo per la prima volta ad agosto. Ignara della mulattiera che bisogna percorrere dal borgo di Civate fino alla Basilica di San Pietro al Monte, la mia divisa da buona turista estiva prevede Birkenstock e gonnelino svolazzante che, tuttavia, non rendono poi così difficile la camminata (sconsiglio lo stesso infradito e simili).
Il sentiero è di media difficoltà e si arriva a destinazione in un’ora circa.
Arrivati “in cima” arte e natura si impastano in una bellezza che ci lascia senza fiato.
Un luogo meraviglioso, magico, si apre davanti ai nostri occhi.
L’interno della Basilica è chiuso e così prendiamo l’occasione per dire “dobbiamo tornare in autunno!” 

Detto. Fatto.

Inauguriamo novembre con questa escursione per rigenerarci e ammirare questo luogo vestito d’autunno. Un autunno che più che mai sto mordendo e assaporando in ogni suo momento.
La giornata è stupenda, di quelle della classica espressione “non potevamo scegliere giorno migliore”. Cielo azzurro, terso, limpido. Sole caldo. Vento leggero e fresco.

Arrivati a Civate, troviamo facilmente la strada per San Pietro al Monte perché le indicazioni sono molto curate e precise.
Parcheggiamo “come l’altra volta” vicino al sentiero che conduce alla Basilica; questa volta però siamo dotati di cambio scarpe running-trekking.

Prima di iniziare a camminare contattiamo gli “Amici di San Pietro”, un’associazione che dal 1975 si occupa della valorizzazione della Basilica, per sapere se è aperta.
Gentilmente ci rispondono che il lunedì è giorno di chiusura ma nel pomeriggio veniamo ricontattati…

Iniziamo a ri-percorrere il sentiero che ci conduce a San Pietro.

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I colori dell’autunno sembrano colare come lava calda sulle nostre teste e ci avvolgono in un silenzioso e timido abbraccio. Sotto i nostri piedi le foglie croccanti si spezzano insieme all’umidità che bagna dolcemente il sentiero.
Incontriamo le “casotte”, tipici rozzi ripari in pietra costruiti a secco e per lo più ricoperti da uno strato impermeabile di zolle erbose. Queste strutture rivestivano diverse funzioni a seconda dell’esigenza e delle necessità. Si rivelavano comodi ripostigli per gli attrezzi agricoli, asciutti ripari durante gli acquazzoni o morbidi giacigli per il riposo durante le pause lavoro.

“Ora et labora”: il motto inciso sui portali d’ingresso al complesso abbaziale ci ricordano la passata presenza dei frati benedettini.

Notiamo con sorpresa che non siamo soli. Il grande e verde prato che si estende vicino alla Basilica è infatti punteggiato da altre persone che mangiano, scattano fotografie, leggono e giocano, come tre piccoli fratelli che rotolano ridendo lungo il prato.

Da quanto tempo non ammiravo queste immagini, così semplici, essenziali, primitive.

Ci sediamo anche noi, come d’usanza in questi casi, togliamo calze e scarpe e mangiamo qualcosa accarezzati dai raggi del sole più caldi della giornata.
Ammiriamo il paesaggio: dal Monte Cornizzolo, un tempo chiamato Pedale, dove sorge la Basilica di San Pietro detta appunto “al Monte” si staglia di fronte a noi il Monte Barro, il Lago d’Oggiono e il Lago d’Annone divisi dalla penisola Isella. Sullo sfondo le imponenti sagome del Resegone e le Grigne.

Veniamo ricontattati dagli “Amici di San Pietro” che ci avvertono dell’opportunità di apertura della Basilica. Che dire: “Gioia infinita”.
Verso le ore 15.00 arriva Serafino. Sì, questo è il suo nome, un nome che non si dimentica: per Elisa il rimando è diretto ai Serafini della prima gerarchia angelica, per Stefano è “Serafino” – Celentano – nel film di Pietro Germi del 1968.
E’ lui il nostro San Pietro che apre con le sue chiavi la Basilica, la cripta e anche il vicino Oratorio di San Benedetto, raccontandoci qualche curioso aneddoto.
Adoro questi momenti. Quando visito nuovi luoghi ho sempre il desiderio di incontrare qualcuno che vive lì, capace di raccontarti il suo sapere, quello Vero.

Semplicemente perché, a differenza di una guida turistica come me, non si limita a studiare, conoscere, ammirare quel luogo, ma lo vive, ogni giorno. Ogni giorno della sua vita.
Avrei voluto rimanere le ore ad ascoltarlo e a parlare ma, incuriositi dalla vicina Basilica di San Calocero, che Serafino brevemente ci illustra, ci congediamo.

Concludiamo la nostra giornata nel borgo di Civate, entrando nel muto chiostro di San Calocero, che resta ancora da visitare al meglio per gli affreschi e la cripta che si nasconde sotto la chiesa.
Beviamo un Caffè nel bar vicino (come suggeritoci da Serafino), salutiamo questo luogo e torniamo verso casa. Sullo sfondo dei colori pastello del tramonto sul lago, la promessa di “tornare quando ci sarà la neve”.
Da buona amante dell’arte, ci tengo a ricordare che vicino a Civate, in direzione Como, si trova Pusiano, dove, in Via Madonna della Neve, visse Segantini, artista che personalmente adoro. Che invidia, ripensandoci, riuscire ad impastare i colori di questi luoghi e fissarli sulla tela, per sempre.

Un ultimo appunto! A 20 km circa a sud di Civate si trova Agliate, frazione di Carate Brianza (MB), altra gemma preziosa tutta in stile romanico.

UN PO’ DI … STORIA

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Iniziamo con il fascino di un’antica leggenda.
Un giorno Algiso, figlio del re longobardo Desiderio, s’avvia alla caccia con i giovani compagni e giunge alle pendici del monte Pedale. Qui scorge un enorme cinghiale che si nutre di castagne e ghiande selvatiche e lo insegue. L’animale, dopo una corsa disperata nella boscaglia, si rifugia in un piccolo oratorio che sorge in una radura. Algiso, che lo vede accasciato ai piedi dell’altare, incocca una freccia nell’arco, ma d’improvviso diventa cieco.
Accorrono gli amici ed un eremita ed insieme chiedono a Dio un miracolo. Se il giovane riacquisterà la vista, sul luogo sorgerà una chiesa meravigliosa dedicata al primo degli apostoli, adorna di reliquie.
La basilica attuale, dedicata a San Pietro e Paolo non è certo la chiesa del leggendario voto di Algiso, ma la sua straordinaria architettura e mirabile arte decorativa riconducono il visitatore in un mondo di secoli passati.
Testimonianza fedele del romanico lombardo, essa è rimasta intatta, con il vicino oratorio di San Benedetto a narrare la grandezza di Dio e della sua Parola.

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Il luogo, che attualmente non è più occupato da religiosi, si compone di tre edifici: la basilica di San Pietro, l’oratorio intitolato a san Benedetto e quello che era il monastero, di cui rimangono solo rovine. Abbandonato come sede principale dell’abbazia, dopo la fondazione del monastero a valle di San Calocero, che sorge ancora nel vecchio nucleo del borgo di Civate, la sua presenza rimase importante anche dopo l’avvento dei monaci Olivetani nel XVI secolo, fino alla soppressione napoleonica dell’ordine.
Allora il monastero a valle di San Calocero e l’oratorio di San Benedetto furono venduti a privati, la basilica di San Pietro al Monte assegnata al municipio. Non sapendo che farsene, quest’ultimo la donò alla parrocchia cui ancora appartiene.

I lavori di restauro e manutenzione furono iniziati verso il 1930.
Dal 1975 gli “Amici di San Pietro”, sotto la guida di Don Vincenzo Gatti, continuano l’impegno di manutenzione, cura e restauro del complesso per consentirne la fedele conservazione e l’approfondimento degli studi e della conoscenza.

ARCHITETTURA&AFFRESCHI

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Arriva la parte del racconto che preferisco.
Prima di continuare a scrivere ho divorato le pagine del libro “Un monastero sulla montagna” che ho comprato in situ (scommetto che molti, come me, annusano le pagine di un libro ancora prima di comprarlo): un vero e proprio viaggio nella storia dai Celti, i Romani, i Longobardi, Carlo Magno, i monasteri, i Comuni fino alle soppressioni napoleoniche!

Non solo. Inizio a sorridere quando leggo i simboli, i colori, i nomi delle iconografie più classiche per una studiosa di storia dell’arte come me e mi ri-vedo quando li spiego ai bambini nei miei semplici ed occasionali “racconti d’arte” a scuola.

Cercherò di essere breve.
Prima di iniziare, raccomando uno sguardo privilegiato quando entrate in questi luoghi: abituatevi a guardare verso l’alto e a non dare niente per scontato.

Prima di entrare in San Pietro ammirate il portale d’ingresso.

DSC_0532Troverete la Tratitio Legis ovvero la “Consegna della Legge”, che in modo semplice ed immediato giustificano la dedicazione della basilica. Cristo al centro tra i Santi Pietro e Paolo cui consegna rispettivamente le chiavi, simbolo del potere della Chiesa e il libro della parola di verità, il Vangelo.

Primo passo dentro la basilica e guardate in alto.

Sulla prima volta a crociera, Cristo posto al centro domina la Gerusalemme Celeste (questa è una delle immagini che ricordo perfettamente stampata su una pagina del mio consumato libro di storia dell’arte – la fotografia che ho inserito nell’articolo arriva dalla Galleria di immagini del sito web AmiciDiSanPietro ), fedele alla descrizione dell’Apocalisse e rappresentata come nella letteratura medioevale.

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Città quadrata, con agli angoli le 4 virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), è fondata sulle pietre preziose di cui si leggono le iniziali puntate. Nelle mura si aprono 12 porte, mentre il Cristo ha ai lati gli alberi della vita, ed ai suoi piedi l’agnello sacrificale. Proprio dai piedi dell’agnello sgorga un rivo d’acqua che si divide in quattro ruscelli scorrendo verso l’interno della basilica. Nella volta successiva, quattro personaggi rovesciano da grandi otri l’acqua dei quattro ruscelli, che costituiscono un legame diretto tra cielo e terra trasformandosi nei quattro fiumi del Paradiso Terrestre: Geon, Pison, Tigri, Eufrate. Al centro, in un cerchio, il simbolo del Chi Ro o Chrismon (mi sembra ancora di sentire la voce del docente di storia dell’arte bizantina che pronuncia questo nome), ovvero la combinazione di due lettere dell’alfabeto greco che formano un’abbreviazione del nome di Cristo, affiancate dall’alfa e dall’omega, l’inizio e la fine.
Osservate le colonne legate da due plutei in stucco, su cui sono raffigurati due animali tratti direttamente dai bestiari medioevali: il grifo e la chimera.
Sono i simboli del male che fuggono dalla chiesa, poiché essa è luogo del bene.

Solo questo basta a lasciarvi a bocca aperta!

L’affresco dell’Apocalisse

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La raffigurazione di Civate riprende in modo meraviglioso il racconto del XII capitolo dell’Apocalisse di San Giovanni. L’affresco si svolge sulla parete di fondo, inserito in una delicata cornice di stucchi ed elementi architettonici che ne completano e rafforzano il significato simbolico.
La lettura dell’affresco inizia a sinistra, dove la donna partoriente è distesa. Sopra di essa il sole ed ai suoi piedi una falce di luna partecipano dell’evento straordinario che coinvolge l’universo. Un terribile dragone alato, simbolo del male spirituale, la minaccia con la mostruosità delle sue sette teste e dodici corna, mentre con la coda precipita le stelle dal cielo! Solo l’intervento fulmineo dell’arcangelo Michele, alla guida delle sue schiere angeliche, gli resiste. Egli risalta nella sua perfetta e fiammante divisa da centurione romano tra le tuniche dei suoi soldati celesti e protegge nella drammatica battaglia il bimbo che è nato. Ecco, infatti, che l’esito dello scontro è già celebrato con solennità al centro della scena: un angelo introduce il bambino nella mandorla. Ed il fanciullo si rivela il Cristo Vincitore, seduto in maestà sul suo trono.

Il ciborio

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Il pezzo artistico più rilevante della basilica, dal punto di vista plastico ed architettonico, è senza dubbio il ciborio.
Cos’è? E’ un elemento architettonico a forma di baldacchino che sovrasta l’altare nelle chiese. Poggia generalmente su quattro supporti verticali raccordati mediante archi e reggenti una volta piana o cupoletta, destinata a custodire la pisside contenente le ostie consacrate.
A Civate in San Pietro si innalza al centro del presbiterio, rialzato da tre gradini di granito di ghiandone rispetto alla navata, ed è attribuibile al X-XI secolo, con alcuni rifacimenti seicenteschi. E’ un monumento rarissimo di cui si ha un solo similare esempio in S. Ambrogio a Milano.

La cripta

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Una scala conduce alla cripta, la parte più antica della costruzione, un tempo decorata da stucchi, ora in buona parte scomparsi.
Stupendi i capitelli delle colonne e la parte absidale con notevoli decorazioni.
Vi sono tracce della Presentazione di Gesù al Tempio, la Deesis dal greco “supplica”, “intercessione” – Cristo benedicente tra la Madonna e San Giovanni Battista, rispettivamente simboli della Chiesa e dell’Umanità e due piccoli soldati inframmezzati ai personaggi maggiori. Sopra altra iconografia: Dormitio Virginis – “Dormizione della Vergine” – e l’Assunzione della Vergine in cielo.

Oratorio di S. Benedetto

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Di fronte alla Basilica di San Pietro si innalza l’oratorio di San Benedetto, dalle classiche forme del romanico lombardo. L’interno è spoglio, poiché la costruzione non è stata affrescata. I pilastri, al centro, non sorreggono più la volta forse caduta.
Attira l’attenzione l’altare, dove al centro è rappresentata la Deesis, sui fianchi S. Benedetto e   S. Andrea, a ricordare anche l’uso di cappella funebre cui era destinato lo stesso edificio.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

AmiciDiSanPietroCivate

ComuneDiCivate

EscursioniCivatesi

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Qualche scatto estivo ad Agliate (MB)

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Credits

Un Monastero sulla Montagna – visita a San Pietro al Monte, Carlo Castagna, 2007

Amici di San Pietro – Serafino

Escursioni civatesi

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