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parole che rotolano, immagini che catturano, luoghi da conoscere, emozioni da vivere…

L’Oasi Zegna e la Conca dei rododendri

Cari Amici,
lentamente possiamo iniziare ad uscire dalle nostre case e cercare luoghi in grado di raccontarci qualcosa di semplice: la serenità.
Potremmo chiamare questi luoghi affettuosamente oasi.
Piemontese d’adozione, non posso non parlarvi di un luogo che porta proprio questo nome.
Un luogo che, proprio in questi giorni, ho desiderato mostrare a mia figlia di appena un anno.

Sto parlando dell’Oasi Zegna, in provincia di Biella.
Le sue radici sono strettamente legate alla personalità di Ermenegildo Zegna.

I concittadini di Trivero erano indecisi se annoverare Ermenegildo Zegna tra i folli o i sognatori; concordi, comunque, nel pensare che non appartenesse alla categoria delle persone con i piedi per terra. In effetti, però, i piedi di Ermenegildo Zegna erano più radicati a terra di quanto i buoni abitanti di Trivero fossero disposti a credere. (Aldo Zegna). 

Ultimogenito di dieci figli, Ermenegildo nacque nel 1892.
Fu lui a prendere le redini del lanificio aperto dal padre Angelo Zegna, di professione orologiaio, fondando nel 1910, a soli 18 anni, il Lanificio Zegna, a Trivero, nelle Alpi biellesi.
La grande capacità commerciale di Ermenegildo non si limitò tuttavia al settore tessile.
L’imprenditore capì che la bellezza dell’ambiente naturale e il benessere delle persone che lo abitano erano indispensabili per un’azienda che aspirasse a durare nel tempo.
Per questo motivo negli anni ’30 fece costruire, oltre alle case per i dipendenti dell’azienda, una sala convegni, una biblioteca, una palestra, un cinema/teatro, una piscina pubblica, un centro medico e una scuola materna per i suoi concittadini.
Per questo motivo e per amore della natura e delle sue origini, egli decise di far vivere la montagna sopra Trivero, creando, a partire dal 1938, una fra le primissime strade costruite per fini turistici: la Panoramica Zegna.
Il tracciato di questa strada fu il primo precoce tassello di un grande, rivoluzionario progetto di valorizzazione del territorio e salvaguardia ambientale che portò nel 1993 alla creazione dell’Oasi Zegna. Un progetto che fin dalle sue origini non stravolse l’ambiente circostante ma ne rafforzò le difese idrogeologiche con la piantumazione di oltre 500.000 tra conifere, rododendri e ortensie.
Da non perdere all’interno dell’Oasi è la Conca dei rododendri che tra i mesi di maggio e giugno si trasforma in un morbido tappeto fiorito macchiato da colori di straordinaria bellezza.
Così bello da guadagnarsi il titolo di fioritura più bella d’Italia. Questo scenografico giardino fu realizzato negli anni ’50 in prossimità del Lanificio Ermenegildo Zegna. Dopo l’intervento dell’illustre architetto paesaggista Pietro Porcinai alla fine degli anni ’60 è stato recentemente ampliato da Paolo Pejrone.
Le piante sono disposte con cura nella conca, secondo la dimensione e le diverse tonalità, seguendo un disegno armonico che si inserisce perfettamente nel paesaggio circostante.

Voi non dovete fare altro che camminare dentro questo tappeto fiorito, lasciarvi cullare dai suoi colori e godervi un po’ di … serenità.
Fatelo per voi stessi.

Credits e … per saperne di più
http://www.zegnagroup.com
http://www.oasizegna.com

ARTE IN CASA ~ Naumachie e l’Inter all’Arena di Milano

Spettacolo nautico e pirotecnico nell’anfiteatro dell’Arena, post 2 agosto 1863, albumina, Milano, Civico Archivio Fotografico

Cari Amici,
tra i tanti libri che mia figlia adora togliere dalla libreria di casa ce n’è uno che, in particolare, ha attirato la mia attenzione e mi ha offerto lo stimolo per questo dodicesimo appuntamento di ARTE IN CASA.
Si tratta del catalogo della mostra Milano città d’acqua allestita tra il 2015 e il 2016 a Palazzo Morando a Milano.
Una mostra fotografica meravigliosa che ricordo molto bene soprattutto perché tra gli scatti esposti compariva una vecchia foto del ponte di Bernate Ticino, il paese che, anche se da qualche anno mi sono trasferita oltre il Ticino, resta nel cuore casa mia.

Tutti conosciamo Milano come una città d’acqua ma sappiamo davvero tutto dell’acqua di Milano? Avete mai sentito parlare di naumachie?
Si trattava di uno spettacolo in voga nell’antica Roma che consisteva nella simulazione di un combattimento navale. Le naumachie erano organizzate in bacini naturali o artificiali o in edifici appositamente predisposti, come anfiteatri e circhi.

Lo sapevate che le naumachie nel XIX secolo si svolgevano anche a Milano?
Dove? All’Arena, ubicata all’interno del recinto del Parco Sempione.
Nata con il nome di anfiteatro, divenne Arena Civica nel 1870 dopo che il Comune di Milano acquisì la struttura e infine nel 2002 intitolata a Gianni Brera, giornalista sportivo e scrittore.

Costruita a partire dal 1805 con le pietre provenienti dalla demolizione delle fortificazioni del Castello Sforzesco, l’Arena fu progettata dell’architetto Luigi Canonica, terminata e inaugurata due anni più tardi, nel 1807.
Le cronache riportano che il giorno dell’inaugurazione fossero presenti nell’Anfiteatro più di 35.000 persone. Tra loro, se diamo retta a una stampa dell’epoca, era presente Napoleone, il promotore del progetto.
Da subito divenne luogo prescelto per intrattenimenti pubblici e spettacoli di vario genere.
Prime fra tutte ad attirare l’attenzione della popolazione cittadina furono le ascensioni con i palloni aerostatici che riscuotevano enorme successo.
Ma non mancavano le serate danzanti sul ghiaccio, divertimento invernale prediletto dagli Austriaci.
Un altro genere di divertimenti era rappresentato da giochi equestri, dagli spettacoli di fuochi artificiali e dalle corse dei cavalli berberi.
Quest’ultima specialità fu fonte di scandalo allorquando degenerò in seguito alla fuga dei cavalli che, lanciati a tutta velocità attraverso la porta maggiore, si sparpagliavano nelle arterie cittadine portando enorme scompiglio tra la folla che in quel momento assisteva alla solenne processione.
Un altro episodio legato alla storia dell’Arena restò a lungo impresso nella memoria dei Milanesi: “Al primo di agosto 1830 comparve nelle acque dell’anfiteatro anche la balena, attraversando il recinto con l’andamento naturale, aprendo l’immensa bocca col maneggio della lingua, e girando gli occhi”. Era stata costruita in legno, tela e latta e suscitò la più viva ammirazione.

Ciò che più di ogni altro contribuì a caratterizzare la vita dell’anfiteatro nel corso dell’Ottocento furono le battaglie navali. Secondo un anonimo cronista dell’epoca “osservare l’arena allagata, quelle vaghe navicelle che lievemente solcano le acque tranquille di quel bacino tutto adorno all’ingiro di ghirlande di fiori, di emblemi, di bandiere, e di un vago tempietto nel mezzo” rappresentava davvero uno spettacolo unico e grandioso.

Durante la stagione invernale, quando le temperature e l’acqua ghiacciata impedivano questo genere di spettacoli, alle Naumachie e ai fuochi si sostituivano le feste sul ghiaccio, di cui le cronache dell’epoca magnificavano quella del 1880.

Finita l’epoca della Belle époque, l’Arena diventò un vivace centro della socialità cittadina, divenendo teatro di importanti manifestazioni ciclistiche – prima della costruzione del Vigorelli – spettacoli ginnici e gare sul campionato di calcio prima che venisse costruito lo stadio di S. Siro.
L’Inter, infatti, che si esibiva nel suo campetto di Via Goldoni, per le partite importanti si trasferiva nell’Arena napoleonica. L’Arena fu per quasi 20 anni la casa dei nerazzurri: qui si sono vinti i primi Scudetti e Coppe Italia, e questo non può che essere motivo di vanto e orgoglio per la Società meneghina. Forse non tutti sanno che Giuseppe Meazza ha segnato all’Arena oltre la metà dei suoi 282 gol totali in maglia nerazzurra. E forse non tutti si ricordano i successi nerazzurri su questo campo, tra cui la prima vittoria in Campionato, il primo Scudetto e la prima Coppa Italia. Il primo scudetto della storia interista (1909/10) è legato a doppio filo all’Arena Civica, e non solo: contro la Juventus il 28 novembre 1909 viene consegnata alla storia la prima vittoria in assoluto in campionato dell’Inter.

Nel 1909 l’anfiteatro accolse l’ultima tappa del primo giro d’Italia e un anno più tardi ospitò la prima partita della nazionale azzurra di calcio, un memorabile 6-2 inflitto ai cugini transalpini.

Per concludere una curiosità: nel 1891 l’Arena allagata fu teatro delle prime regate agonistiche della Canottieri Milano, società nata da appena un anno e destinata a segnare la storia sportiva e sociale della città.

Al prossimo appuntamento!
Un caro saluto
elysArte

Credits
Stefano Galli, Catalogo della mostra “Milano città d’acqua”, 2015
http://www.inter.it

La Walk of Fame meneghina

Immagina tratta da mitomorrow

Cari Amici,
in questi giorni cammino per le vie del mio quartiere in città.
La camminata parte ogni giorno lungo una strada sulla quale si affaccia un’edicola.
Guardando l’edicola, ogni volta ricordo quando in panetteria dai nonni arrivava (brevi mano da sciura Maria Rosa) il TV Sorrisi e Canzoni.

Bene, a tal proposito, vi racconto una curiosità.

Al numero 21 di Largo Corsia dei Servi a Milano si trova la Walk of Fame della città.
Inaugurato nel 1992 da Lorella Cuccarini e Marco Columbro, il marciapiede delle stelle porta le impronte di personaggi famosi del cinema e dello spettacolo impresse nel cemento.
Da Sharon Stone a Patrick Swayze, da Sandra e Raimondo a Francis e Sofia Coppola. Dalle manine di Angela Lansbury a quelle più importanti di Pippo Baudo. E ancora Sophia Loren, Michael Douglas, Sharon Stone, Arnold Schwarzenegger.
Il luogo scelto non è casuale: nelle vicinanze, infatti, precisamente in Corso Europa 5 sorgeva la sede di TV Sorrisi e Canzoni, la rivista che ha dato vita alla notte dei Telegatti.
Ed era proprio in occasione della kermesse che, alle star nazionali e internazionali presenti, veniva chiesto di lasciare la propria traccia in città.

Buona giornata!
elysArte

ARTE IN CASA ~ Il villaggio dei giornalisti

Mario Cavallè, casa a fungo, 1946

Cari Amici,
da piccola mi chiedevo come sarebbe stato vivere nella casa di un puffo.
Sì, ricordate i puffi? Quelle buffe creature blu con le loro case a forma di fungo?
Bene, avreste mai pensato che, nel vasto mondo della storia dell’architettura, c’è stato qualcuno che ha progettato case a forma di fungo?
Ebbene sì, tutto è possibile.

Per l’undicesimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero farvi conoscere un quartiere di Milano famoso per le sue case a forma di fungo e non solo.
Sto parlando del Villaggio dei giornalisti.

Ci troviamo nella zona nord-orientale della città, nel quartiere della Maggiolina, poco oltre la Stazione Centrale, quartiere che nel corso del Novecento fu investito da interessanti ed originali progetti architettonici.
Nel 1911 l’avvocato Mario Cerati, redattore del quotidiano milanese Il secolo, scrisse un articolo nel quale denunciò come l’attenzione del governo fosse concentrata solo sull’urbanistica popolare, mentre scarseggiavano i quartieri della piccola e media borghesia.
Promosse così la “costituzione di una società cooperativa per l’acquisto di terreni nel Comune Milano o nelle sue immediate vicinanze per costruirvi fabbricati ad uso di abitazione dei suoi soci”.
L’iniziativa ebbe un forte successo: venne costituita la società “Quartiere Giardino Mirabello”, dal nome della villa quattrocentesca, ancora oggi ben conservata, vicino alla quale iniziarono le prime operazioni.
I terreni acquistati furono identificati nelle immediate vicinanze, ma tutti fuori da Milano, in località Greco Milanese, paese adiacente alla grande città che venne aggregato al Comune di Milano nel 1923.
Considerando che il primo nucleo di aderenti all’iniziativa furono pubblicisti, si diede al quartiere il nome di “Villaggio dei Giornalisti” che fu progettato dell’ingegnere Evaristo Stefini.

Nel quartiere si esibì l’estro creativo dell’ingegnere Mario Cavallè che realizzò nel 1946 le celebri case a igloo, chiamate anche case zucca e le singolari case a fungo.

Queste ultime particolare abitazioni furono progettate sul modello del fungo allucinogeno Amanita Muscaria, ovvero il fungo per antonomasia che i bambini disegnano fin da piccoli: quello rosso con i puntini bianchi. Purtroppo agli inizi degli anni Sessanta i funghi di Cavallè furono demoliti ma nel Comune di Novate Milanese ne sono stati riprodotti tre, non del tutto uguali a quelli originali ma in grado comunque di richiamarne la memoria.

Oltre a queste originali casette è doveroso ricordare la presenza nel quartiere dell’abitazione che l’architetto Luigi Figini progettò per se stesso, Villa Figini: una struttura in cemento armato sostenuta da pilastri ispirata agli insegnamenti del grande architetto Le Corbusier, manifesto dell’architettura razionalista italiana e Bene Storico Monumentale.

Luigi Figini, Villa Figini, 1934-1935 © Archivio Architetto Figini AAF Milano

Le sorprese non finiscono qui.
In un dialogo tra antico e moderno si colloca la splendida Villa Mirabello, uno degli esempi di maggior interesse per quanto riguarda la tipologia della villa-cascina suburbana quattrocentesca. Il nome deriva dal nobile Giovanni Mirabello che acquisì la proprietà dopo l’ultimo duca della dinastia viscontea, Filippo Maria Visconti. Nel 1445 la villa entrò in possesso di Pigello Portinari, nobile fiorentino incaricato di gestire a Milano il Banco Mediceo e committente della cappella Portinari in S. Eustorgio.

Villa Mirabello, seconda metà sec. XV

Come sempre, vorrei raccontarvi molto di più su questo insolito ed interessante quartiere ma … vi aspetto ad una mia futura visita guidata!

Un caro saluto
elysArte

Credits

Urbanlife
Vecchiamilano

Immagini
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ARTE IN CASA ~ L’oratore dello sciopero di Emilio Longoni

Cari Amici,
in occasione della Festività del 1° maggio appena trascorsa, per il decimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi la descrizione di un’opera d’arte presente alla mostra Divisionismo. La rivoluzione della luce al Castello di Novara. Un’opera significativa non solo dal punto di vista artistico ma soprattutto storico in quanto il dipinto raffigura lo sciopero con il quale il 1° maggio del 1890 Milano celebrò per la prima volta la Festa dei lavoratori.

Sto parlando de L’oratore dello sciopero di Emilio Longoni, opera proveniente dalla Banca di Credito Cooperativo di Barlassina, paese natale dell’artista.

EMILIO LONGONI, L’oratore dello sciopero, 1890-1891, olio su tela, 193 x 134 cm, Barlassina, Banca di Credito Cooperativo

Esposto nel 1891 alla Prima Esposizione Triennale di Brera, evento che rappresentò “la prima uscita pubblica dei divisionisti”, insieme a Sole d’Inverno e La Piscinina, il primo un dipinto che “piace ai pittori”, il secondo una tela “che piace a tutto il pubblico ed agli artisti”, L’oratore dello sciopero, sia per il linguaggio sperimentale con cui è condotto, sia per il contenuto apertamente politico è un dipinto che “piace a pochi e a molti dispiace”.

EMILIO LONGONI, La piscinina, 1891, olio su tela, 126 x 71 cm, Collezione privata

Rispetto alle numerose opere di contenuto sociale presenti all’esposizione, L’oratore dello sciopero è l’unico ad affrontare un soggetto di cronaca politica.
A Milano la festa del 1° maggio si era trasformata in una giornata di tumulti e scontri armati tra la polizia e i manifestanti, tumulti ai quali Longoni aveva assistito e forse partecipato.

Quello che più colpisce di questo dipinto, oltre all’uso di un colore acceso steso a pennellate veloci e materiche, è l’audace taglio compositivo: la scena è colta dall’alto e il punto di vista dell’artista viene dunque a coincidere con quello dell’oratore issatosi su un’impalcatura di un cantiere in Piazza Fontana. Si tratta di un vero e proprio manifesto di intenti da parte di Longoni che, mostrandosi, letteralmente, a fianco di una delle categorie di lavoratori più numerose e agguerrite della Milano di fine secolo, quella dei muratori, annuncia con chiarezza di voler fare della propria pittura una strumento di comunicazione politica.

La figura di Emilio Longoni si lega molto bene con quella di Giovanni Segantini, protagonista con All’ovile di un altro mio articolo dedicato alle opere in mostra a Novara.
I due si conoscono nel 1875 all’Accademia delle Belle Arti di Brera e tra loro nasce un’amicizia sincera. Gli amici, si sa, si aiutano. Dopo qualche anno, a seguito di alcune delusioni in campo artistico, un viaggio a Napoli  e senza lavoro, Longoni torna a Milano ed incontra l’ex compagno di accademia.
Segantini per aiutare l’amico in difficoltà lo introduce ai fratelli Alberto e Vittore Grubicy de Dragon, che svolgevano con la propria galleria d’arte in via San Marco un’importante opera di mecenatismo nei confronti di giovani artisti emergenti, fornendo loro anche stimoli culturali per un aggiornamento sui coevi orientamenti dell’arte europea; i due fratelli offrono al giovane Longoni un contratto.
Così dal 1882 al 1884 Longoni e Segantini vivono e lavorano per la galleria Grubicy fianco a fianco, prima a Pusiano, in Brianza, poi a Carella, sul lago di Segrino.
Il rapporto con i Grubicy e l’amicizia con Segantini si interrompono tuttavia alla fine del 1884 quando Longoni non accetta più che alcuni suoi dipinti, come da contratto consegnati ai galleristi non firmati né datati, vengano siglati da Grubicy con il nome di Segantini e così venduti. E’ il caso de Le capinere, altra opera esposta in mostra.

EMILIO LONGONI, Le capinere, 1883, olio su tela, 110 x 170 cm, Ospedale Maggiore Policlinico, Milano

Ci sono altre opere di Longoni che desidero condividere con voi … ma per questo vi aspetto direttamente alla mostra Divisionismo. La rivoluzione della luce, appena questa riaprirà i battenti in autunno al Castello di Novara!

Un caro saluto
elysArte

 

Credits

Elisabetta Chiodini, Divisionismo. La rivoluzione della luce, 2019
METS Percorsi d’Arte, Novara

Immagini: http://www.deartibus.it e Pinterest

ARTE IN CASA ~ Paneropoli

PAOLO UCCELLO, San Giorgio e il drago, 1460 circa, olio su tela, 57 x 73 cm, National Gallery, Londra

Cari Amici,
il 23 aprile si festeggia San Giorgio, patrono di cavalieri, arcieri, soldati, armaioli e boy scout.

Siamo abituati a vederlo a cavallo nell’atto di uccidere il drago e tutti conoscete la sua storia.
Ma forse non tutti sapete che il 23 aprile, a Milano, è d’obbligo mangiare il pan de mej o pan meino. Forse non tutti sapete che il 23 aprile, a Milano, fino agli anni ‘60 circa, si teneva la Panerada.

Per il nono appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi una tra le più sentite tradizioni milanesi legate a questa ricorrenza.

Andiamo con ordine.

Tutti conosciamo il pan de mej come il dolce zuccherato che ci regala in bocca il delicato sgretolarsi della farina gialla, uno degli ingredienti che compongono la sua ricetta. Il suo nome, in realtà, deriva dalla parola miglio, ingrediente molto usato nell’antichità e che, mischiato ad altre farine, serviva per produrre il pane.

Il 23 aprile era anticamente la data in cui si stipulavano i contratti annui per la fornitura di latte tra mandriani (detti anche bergamini) e lattai. In quel periodo, infatti, i mandriani lasciavano la pianura per salire agli alpeggi.
Per solennizzare questo antico patto si diffuse l’usanza di consumare il pan de mej: i lattai, per l’occasione, regalavano ai propri clienti la panna liquida (la panera) per accompagnare il pane di miglio aromatizzato con i fiori di sambuco, in piena fioritura. Ecco battezzata la panerada.

Le mandrie dette “bergamine”, poiché la transumanza avveniva nelle valli bergamasche, scendevano dagli alpeggi il 25 novembre, giorno di Santa Caterina, da cui il detto “a Santa Caterina la vacca la va’ in cassina”. Alcune mandrie entravano a Milano per una più immediata fornitura di latte fresco.
I bergamini, come altre categorie che hanno contribuito alla vita economica di Milano (basti pensare agli orefici, gli spadari, gli armorari) hanno, in pieno centro storico, una via ad essi dedicata: via Bergamini, nei pressi dell’Università Statale, anticamente chiamata contrada dei bergamini.
In questa contrada stavano antiche stalle di legno dove stazionavano le vacche che fornivano il latte fresco agli ammalati dell’Ospedale Maggiore (la Cà Granda, voluta nel 1456 da Francesco Sforza); strutture che furono rimosse dopo le Cinque Giornate del 1848, poiché il loro legno fu riutilizzato per fabbricare le barricate di Milano.

Il pan de mej è inoltre legato ad un quartiere di Milano, Morivione (in milanese, Moriviun), sito nella parte meridionale della città, a sud di Porta Lodovica, appartenente al Municipio 5. In precedenza borgo rurale facente parte dei Corpi Santi di Milano, venne annesso al comune di Milano nel 1873.

Da queste parti imperversava nella prima metà del XIV secolo una banda di taglieggiatori che terrorizzava i viandanti e la pacifica popolazione del contado. Erano gli ultimi avanzi della disciolta “Compagnia di San Giorgio” scampata dalla famosa battaglia di Parabiago, nella quale le truppe di Azzone Visconti, signore di Milano, insieme agli zii Luchino e Giovanni arcivescovo, avevano portato una sonante vittoria su Lodrisio Visconti, ennesimo zio di Azzone e bramoso di rubargli il potere.
Quando il potere passò a Luchino Visconti, il nuovo signore ritenne giunto il momento di liberare il borgo da quell’accolita di ladroni al cui comando era il famigerato Vione Squilletti.
Messi assieme i migliori cavalieri, Luchino uscì dalle mura cittadine e piombò sulla banda accerchiandola da ogni parte. Dopo una zuffa furibonda Vione e gran parte dei suoi furono uccisi: era il giorno di San Giorgio.
La notizia della strepitosa vittoria si sparse in un baleno in tutto il territorio, le campane suonarono a festa e i contadini corsero incontro ai liberatori offrendo loro, in segno di gratitudine, la propria specialità: pane di miglio e panna.
Infine, ci fu qualcuno che a ricordo dell’evento scrisse col carbone sul muro di un cascinale: “Qui morì Vione!” Da qui l’usanza dei milanesi di dire “andiamo dove morì Vione”, andiamo a Morivione.
Così a testimonianza dell’accaduto ogni anno, nel giorno di San Giorgio, i milanesi erano soliti recarsi in questo borgo per festeggiare San Giorgio con la panerada.

E Panerepoli?
Fu così che Ugo Foscolo battezzò la città di Milano, la città della panna e del burro.
Si dice per ritorsione contro il pubblico milanese che coprì di fischi la prima rappresentazione della tragedia Aiace alla Scala affossandola definitivamente in un coro di sonore risate esplose alla battuta infelice “Oh, Salamini!” che l’eroe rivolse ai combattenti di Salamina ma che suonò come un’invocazione ai succulenti insaccati.

Credits
Wikipedia
Anticacredenzasantambrogiomilano
Bruno Pellegrino, Milano 69 luoghi da scoprire, 2018

ARTE IN CASA ~ ORTO&ARTE

Cari Amici,
nella ricorrenza del mio compleanno, mi piace riguardare le foto di quando ero piccola.
Ce n’è una in particolare a cui sono molto affezionata.
E’ la foto scattata insieme a mio nonno Luigi nel bel mezzo di quello che per me era il paese delle meraviglie: l’orto!
La vita ha voluto che io nascessi il 10 aprile, il giorno successivo al compleanno di mio nonno Luigi ed è per questo che conservo un legame molto speciale con lui.
Una persona cara che ci ha lasciato parecchio tempo fa e che se fosse ancora viva avrebbe 89 anni!

Ricordando l’orto di mio nonno ho avuto l’ispirazione per l’ottavo appuntamento di ARTE IN CASA.
L’Orto milanese per antonomasia è l’Orto Botanico di Brera, uno dei luoghi più affascinanti e magici della città che ancora oggi si estende accanto al complesso dell’Accademia. La magia di questo orto è quella saperti catapultare in una dimensione in cui il tempo sembra annullarsi, un luogo dove assaporare il silenzio si trasforma in un’esperienza sensoriale davvero unica.
Sotto le fronde di alberi secolari, annusando i profumi delle piante aromatiche, ammirando i colori dei fiori è possibile entrare in contatto con una natura autentica, speciale.

L’Orto Botanico di Brera fu istituito nel 1774 quando Maria Teresa d’Austria stabilì che l’ex giardino dei Gesuiti diventasse un’istituzione con finalità didattico-scientifiche per gli studenti di medicina e farmacia del ginnasio di Brera. In quel periodo venne privilegiata la coltivazione di piante officinali anche per il parziale rifornimento della Spezieria di Brera, destinata al servizio pubblico della città.
In periodo francese si cercò di trasformare l’Orto in luogo di ritrovo e svago per la cittadinanza introducendo anche piante esotiche ornamentali, ma con la caduta di Napoleone prima e l’Unità d’Italia poi, l’Orto Botanico cadde sempre più in abbandono; nel 2001 è stato recuperato, riportato all’antico splendore e riaperto al pubblico.
Attualmente l’Orto Botanico di Brera è un Museo universitario con la finalità di salvaguardare un bene storico come testimonianza del modello culturale in vigore nella seconda metà del Settecento.
Fa parte, assieme ad altri 6 orti botanici, della Rete degli Orti della Lombardia, associazione che ha lo scopo di progettare e sviluppare iniziative culturali congiunte.
Tra le specie più interessanti spiccano i patriarchi dell’Orto, due Ginkgo biloba di due secoli e mezzo di vita, simbolo del giardino e siti nello storico arboreto.

Ora che vi ho parlato dell’Orto desidero condividere il legame che esiste tra l’Orto Botanico di Brera e alcune opere d’arte conservate alla Pinacoteca di Brera, focalizzando l’attenzione sul mondo vegetale rappresentato nei dipinti, lo stesso mondo che popola il meraviglioso Orto Botanico.

Prima di iniziare vi ricordo che la Pinacoteca di Brera, nata nel 1776 come eterogenea raccolta di opere destinata alla formazione degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera voluta dall’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, fu ufficialmente istituita del 1809 come museo pubblico da Napoleone Bonaparte. Oggi, Museo di statura internazionale, raccoglie in 38 sale capolavori di artisti italiani dal XIV al XIX secolo.

Vittore Carpaccio e la borragine
Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio, 1514

Borragine

Clicca sull’immagine per ammirarla in ogni suo dettaglio.

VITTORE CARPACCIO, Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio, 1514, olio su tela, 147 x 172 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Vittore Carpaccio nacque a Venezia intorno al 1465 e lì operò fino alla morte avvenuta nel 1526. I suoi dipinti più famosi sono i cicli di storie realizzati per le principali confraternite della città (Scuole). In queste opere, la tradizione narrativa veneziana si coniuga con l’attenzione al dettaglio propria dell’arte fiamminga, dando vita ad ambientazioni fantastiche.
La Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio faceva parte della serie di cinque grandi tele con le storie del santo che ornavano la sede veneziana della Confraternita dei Laneri.
Carpaccio ambienta la vicenda, che si era svolta a Gerusalemme, in uno scenario immaginario con edifici fantastici, in cui molti personaggi sono abbigliati all’orientale. Anche le piante, fra le quali molte sono medicinali, vengono descritte minuziosamente e tra di esse, in basso a destra, è riconoscibile la borragine. L’insolita scelta di raffigurare proprio questa pianta dipende forse dal fatto che il suo nome si collega al mondo dei produttori e dei commercianti della lana, che costituivano la maggioranza dei confratelli della Scuola di Santo Stefano. Borragine, infatti, deriva dal latino borra, un tessuto di lana ruvida, per la peluria che ricopre le foglie.

Bernardino Luini e la Rosa
Madonna col Bambino (Madonna del Roseto), 1520-1521 circa

Rosa
BERNARDINO LUINI, Madonna col Bambino (Madonna del Roseto), 1520-1521 circa, olio su tavola, 70 x 63 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Bernardino Scapi detto Luini perché nacque nei pressi di Luino nel 1480 circa, fu prevalentemente attivo a Milano, dove morì nel 1532. Le sue prime opere rivelano l’influenza di Zenale, Bergognone, Bramantino e Leonardo. Il suo stile maturo mostra impianti compositivi molto semplici ed espressione smisurata dei sentimenti, anche nelle scene più drammatiche.
La Madonna del Roseto è un’opera probabilmente destinata alla Certosa di Pavia. Nella rappresentazione della Vergine col Bambino, Luini coniuga il gusto per la descrizione del dato naturale tipico della tradizione lombarda con gli studi botanici iniziati da Leonardo fin dal periodo fiorentino. Ogni specie vegetale è ben riconoscibile e resa con estrema aderenza alla realtà. Di particolare rilievo il pergolato di rose che funge da sfondo alla scena, crando un hortus conclusus, elemento tradizionalmente associato alla figura di Maria, alludendo alla sua purezza. L’iconografia del giardino chiuso è connessa con l’Immacolata Concezione della Vergine e con la sua totale estraneità dal peccato.

Vorrei raccontarvi altre opere in cui è tangibile la presenza del mondo vegetale dell’Orto Botanico di Brera ma … vi aspetto ad una mia futura visita guidata!

Un caro saluto
elysArte

Credits
ArteOrto (da un progetto di Aboca in collaborazione con la Pinacoteca e l’Orto Botanico di Brera).
Wikipedia

Buona Pasqua! 🌸

Cari Amici,
vi auguro una serena Pasqua a voi e a tutti i vostri cari 😘😊🌸

elysArte

ARTE IN CASA ~ Raffaello

Cari Amici,
per il settimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi la figura di uno dei più grandi artisti d’ogni tempo, la cui opera segnò un tracciato imprescindibile per tutti i pittori successivi e fu di vitale importanza per lo sviluppo del linguaggio artistico dei secoli a venire.

Sto parlando dell’urbinate Raffaello Sanzio, del quale quest’anno si celebra il 500esimo anniversario dalla sua morte. Raffaello, infatti, morì il 6 aprile 1520 a soli 37 anni, nel giorno di Venerdì Santo. Il suo corpo fu sepolto nel Pantheon, come egli stesso aveva richiesto.

Riassumere la vita e le opere di Raffaello in un solo articolo è impossibile, così ho deciso di dedicarvi qualche “pillola” della sua vita e delle sue opere.

La Casa di Raffaello
La Casa di Raffaello ad Urbino è una dimora di valore storico: qui è nato l’artista nel 1483, qui è avvenuta la sua formazione accanto al padre, il pittore, poeta e scrittore Giovanni Santi (1440 ca.-1494), un colto umanista alla corte di Federico da Montefeltro. L’edificio del XV secolo, acquistato da Santi nel 1460, dopo la prematura morte di Raffaello fu custodito da privati senza subire particolari rifacimenti. Nel 1869 il Conte Pompeo Gherardi trasformò la casa in sede della nuova Accademia Raffaello, un’istituzione che negli anni ha visto illustri soci onorari, da Manzoni a Garibaldi fino a Rossini. Tutt’oggi luogo di ricerca, studio e raccolta documenti sul grande artista, spicca in una piccola stanza, ritenuta quella natale di Raffaello, un affresco di dubbia paternità: la Madonna col Bambino è di Giovanni Santi o del giovane figlio?

👉🏻 Alberto Angela e la Madonna di Raffaello

Le donne di Raffaello
Raffaello seppe cogliere l’essenza femminile, più di ogni altro pittore a lui contemporaneo. Nei ritratti rinascimentali, la donna è quasi sempre oggetto del desiderio dell’uomo; per Raffaello invece, essa manifesta una propria intelligenza e consapevolezza che risuona nell’eros dell’immagine. In quest’ottica, le figure femminili dell’artista sono le prime donne moderne del mondo occidentale. Spesso, le donne che Raffaello ha ritratto sono figure importanti che provengono dalle corti, luoghi dove era loro permesso l’accesso alla cultura, alla lingua italiana, latina e spesso anche greca. Nei ritratti di Raffaello quindi, si impone una femminilità nuova, quasi ribelle, che sprigiona il valore e la virtù profonda che proviene dall’essere donna.

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RAFFAELLO SANZIO, La Fornarina, 1518-1519, olio su tela, 85 x 60 cm, Galleria nazionale d’arte antica, Roma
È firmato sul bracciale della donna: RAPHAEL VRBINAS.

Lo Sposalizio della Vergine
Lo Sposalizio della Vergine è la pala d’altare realizzata da Raffaello nel 1504 per la chiesa di San Francesco a Città di Castello, su commissione dalla famiglia Albizzini. Il soggetto rappresentato, le nozze di Maria dopo che Giuseppe era stato scelto come suo sposo in maniera miracolosa, proviene da un vangelo apocrifo, diffuso attraverso La Legenda Aurea, una raccolta di biografie agiografiche composte in latino da Jacopo da Varazze nel 1298. Lo Sposalizio, rappresenta il momento di massimo avvicinamento della pittura di Raffaello ai modi del Perugino. La ripresa dell’iconografia del celebre maestro, evidenzia la particolare qualità espressiva maturata da Raffaello, che crea un capolavoro di prospettiva rinascimentale, in profondo rapporto con la raffinata cultura urbinate in cui il giovane artista si è formato. Se Perugino aveva semplicemente accostato le parti della composizione entro una struttura prospetticamente corretta, Raffaello costruisce una composizione in cui tutti gli elementi sono legati da relazioni matematiche di proporzioni e sono disposti secondo un preciso e serrato ordine gerarchico.

👉🏻 James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera dal 2015,  racconta lo Sposalizio della Vergine

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RAFFAELLO SANZIO, Sposalizio della Vergine, 1504, olio su tavola, 174×121 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Il Raffaello dell’Ambrosiana. In principio il Cartone.
Il restauro del disegno della Scuola di Atene
E’ il più grande cartone rinascimentale a noi pervenuto, interamente realizzato da Raffaello. Oltre duecento fogli di carta sui quali l’artista disegnò La Scuola di Atene, la prima delle composizioni ideate per gli affreschi commissionati da Giulio II per la Stanza della Segnatura, negli appartamenti del Palazzo Apostolico in Vaticano. Una superficie di circa otto metri di lunghezza per tre metri di altezza dove si snodano le immagini della comunità dei sapienti antichi e moderni. Un racconto in bianco e nero dal dinamismo accentuato e dagli intensi effetti chiaroscurali, composto da più di cinquanta figure, tra le quali spiccano in alto, nel gruppo dei filosofi, Platone, con il dito puntato verso l’alto, riconoscibile poiché regge il Timeo, e Aristotele, identificabile dal libro dell’Etica. Il “bel finito cartone”, secondo le definizioni dell’epoca, conteneva tutte le informazioni necessarie alla realizzazione dell’opera: non solo i contorni delle figure e dello scenario in cui andavano a disporsi ma i movimenti, le espressioni dei volti e la provenienza della luce, fornendo un’immagine compiuta di quello che sarebbe stato il risultato finale. Il cartone non fu distrutto durante la trasposizione del disegno sulla parete da affrescare e sopravvisse, nonostante la fragilità del supporto, anche alle razzie e a perigliosi viaggi per acqua che lo intaccarono senza offuscare l’articolata e fitta sequenza narrativa messa in scena da Raffaello. Il prezioso manufatto era, infatti, tra i tesori artistici requisiti da Napoleone che lo portò via dalla Pinacoteca Ambrosiana dove si trovava sin dal 1610. Proprio al Louvre, tra il 1797 e il 1798, il cartone subì un complesso restauro prima di rientrare a Milano nel 1816. Nel 2014 la Biblioteca Ambrosiana, ha avviato sul cartone una lunga e laboriosa attività di indagine e opera di restauro conservativo.

👉🏻 Il cartone della Scuola di Atene

RAFFAELLO SANZIO, Scuola di Atene, 1509, Biacca, Carboncino, Cartone preparatorio, 285 × 804 cm, Pinacoteca Ambrosiana, Milano

Madonna della Seggiola
Perfetto esempio di dipinto di forma circolare, il cosiddetto “tondo”, quest’opera di Raffaello appartiene a uno dei principali temi di ricerca dell’artista – la Madonna e il Bambino – e rimane uno degli esempi più radiosi del Rinascimento italiano. Eseguito tra il 1513 e il 1514, il dipinto fu completato quando il maestro era a Roma per dipingere gli appartamenti papali in Vaticano.
L’opera si trova nelle collezioni medicee fin dalla prima metà del Cinquecento, ed era sicuramente nata per una collocazione privata, a giudicare dal formato della tavola. La presenza della sedia camerale, da cui l’opera trae il titolo, la complessità compositiva e altri dettagli hanno fatto ipotizzare che l’opera fosse nata su commissione di papa Leone X, e da lui inviata ai suoi parenti a Firenze.
L’aspetto che più rapisce di quest’opera è il tono intimo e domestico che la caratterizza, accentuato dal gesto affettuoso di Maria che stringe tra le braccia Gesù e dall’intenso e penetrante sguardo con cui osserva lo spettatore. Le gambe della Vergine si sollevano, coperte da un drappo azzurro, scivolando quasi in avanti, in modo da creare un ritmo circolare che sembra voler suggerire il dondolio del cullare. Dietro la bellezza formale si cela una composizione condizionata dalla forma circolare della tavola: l’andamento circolare delle figure della Vergine e del Bambino è bilanciato dalla verticalità della spalliera del sedile. L’unità compositiva e l’affettuosa intimità tra la madre e il figlio sono ottenute anche attraverso la disposizione dei colori: freddi all’esterno, caldi all’interno.
Non c’è dubbio: l’opera è “uno dei maggiori capolavori dell’arte rinascimentale”.

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RAFFAELLO SANZIO, Madonna della seggiola, 1513-1514, olio su tavola, diametro 71 cm, Galleria Palatina, Firenze

Infine, come ben saprete la grande mostra “Raffaello 1520-1483” alle Scuderie del Quirinale a Roma rappresenta uno degli eventi più attesi del 2020 non solo in Italia ma in tutto il mondo. Inaugurata il 5 marzo, è stata chiusa al pubblico tre giorni dopo per contenere il propagarsi dell’epidemia.
Così, desidero chiudere questo articolo con una passeggiata virtuale in questa grande mostra.

👉🏻 “Raffaello 1520-1483”. Una passeggiata in mostra

Alla prossima puntata!

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