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Racconti

ARTE IN CASA ~ Cimitero Monumentale di Milano ~ Giovanni Maccia, l’inventore del baliatico

Cari Amici,
in questo secondo momento di attesa, continuo con entusiasmo la mia rubrica ARTE IN CASA.🎨🏠

Anche se non possiamo realmente essere in loco, il mio desiderio è sempre quello di regalarvi brevi racconti per farvi compagnia, per ricordarvi che, appena possibile, andremo a conoscere e condividere insieme la storia di un monumento, le emozioni di un quadro, le curiosità di una città.

Una coincidenza.

In occasione del primo lockdown la prima visita guidata annullata, a causa dell’emergenza Covid-19, avrebbe dovuto svolgersi alle Gallerie d’Italia, a Milano, alla mostra Canova | Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna.
Data: 8 marzo 2020.

La prima visita guidata annullata in occasione della seconda chiusura?
8 novembre 2020, Cimitero Monumentale di Milano.

Convinta che deve pur esistere una connessione, continuo la mia rubrica con un racconto dedicato ad una delle tombe del più famoso museo a cielo aperto di Milano, una delle mie preferite, anche per il sottile legame affettivo che ho subito instaurato con l’opera.

Sto parlando di una delle sepolture più antiche del Cimitero Monumentale: la sepoltura della famiglia di Giovanni Maccia.
Firmata da Luigi Crippa è datata 1869, tre anni dopo l’inaugurazione del cimitero, avvenuta il 2 novembre 1866.

Conoscere la personalità di Giovanni Maccia è significativo per comprendere la fisionomia della sepoltura.

La prima informazione, interessante per tutte le persone che abitano a sud-ovest di Milano, è che questo agiato mercante di tessuti e chincaglierie, nacque a Ossona nel 1791 e morì a Milano a 76 anni.

Giovanni Maccia fu un negoziante integerrimo come recita la sua lastra tombale posta direttamente sotto il monumento funebre: dal 1854, infatti, Giovanni Maccia, fu il proprietario di un rifornito e apprezzato magazzino di filati e merceria nella Contrada della Lupa a Milano, nel sestiere di Porta Ticinese, magazzino che nel 1859 venne trasformato in un ben avviato negozio di ferramenta e ottonami.

Nel 1863 egli fondò l’Opera Pia Maccia nella Parrocchia di San Satiro a Milano, presso cui risiedeva. L’istituzione caritatevole garantiva assistenza alle gestanti, alle madri in difficoltà e ai bambini poveri della città.
Come ricorda l’iscrizione sotto al fedele ritratto scultoreo collocato sopra la porta, Giovanni Maccia fu, in pratica, l’inventore del baliatico, ovvero il mestiere della balia.

Si spiega così la monumentale presenza di una donna e due bambini, di una madre con i suoi adorati figli: il primo, seduto accanto a lei, la osserva; il secondo è dolcemente attaccato al suo seno. Adoro il lento incalzare di questa donna che, mentre allatta, apre lentamente, con la mano sinistra, quella porta, sottile confine tra la vita terrena e l’aldilà. Non solo. Quella porta, infatti, conduce madre e figli nella realtà di conforto e carità dell’Opera Pia Maccia.
Completano la sepoltura, al di sopra della scena, tre personificazioni allegoriche: la Speranza, a sinistra, la Beneficenza al centro e la Fede a destra.

Perché sono affezionata a questa sepoltura?

Perché riesce sempre a ricordarmi, con affetto, la mia balia per eccellenza: la “zia” Carla.
Una donna semplice e genuina, che “allevandomi” mi ha insegnato il valore delle piccole cose.

Questo è uno degli aspetti più importanti del mio lavoro: le connessioni che si instaurano, naturalmente, tra il racconto e la vita reale.

Un caro saluto 🤗

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Io penso positivo!

Milano, 1943. Ciò che rimane del salone del refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano dopo il bombardamento del 16 agosto. Sul fondo si può riconoscere la parete su cui è stata dipinta l’Ultima Cena, protetta da tavole di legno e sacchetti di sabbia e coperta da una tenda.
Da Storiaolivetti.it

Ho sempre cercato il valore della celeberrima espressione “trova il positivo in tutte le cose che ti capitano nella vita”.

Ho sempre pensato a quante volte, nella Storia, l’Italia ha dovuto trovarlo.

Chissà perchè mi viene sempre in mente il rapporto tra la Guerra e i luoghi che oggi sono all’apice della nostra cultura: cattedrali, teatri, monumenti, opere d’arte.

Una delle storie più incredibili è quella dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci a Milano.

Brillante idea quella di averla dipinta su una parete, così i francesi non avrebbero potuto arrotolarla e portarsela via con sé.
Ma poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale, al termine della quale Milano contò un terzo degli edifici cancellati e un terzo danneggiati anche in modo grave.

Eppure, mentre tutto quello che gli stava addosso crollò, quella parete e quella che le stava di fronte con la Crocifissione di Donato Montorfano, restarono miracolosamente in piedi!
Salvata da semplici sacchi di sabbia, riparata dalle intemperie con un pezzo di tela, quella parete e quel meraviglioso capolavoro, oggi, sono ancora lì ad accogliere ed emozionare centinaia di migliaia di visitatori.

Riesco così ad aggrapparmi all’idea di trovare il positivo nel credere che, nonostante tutte le chiusure, quei luoghi di cultura non verranno distrutti, che l’uomo troverà la forza di continuare a renderli fruibili e visibili.

Perché, nonostante tutte le chiusure, la cultura non può e non deve crollare.
Leonardo da Vinci ce lo ha dimostrato.

A presto!

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Fantasmi all’Ambrosiana di Milano

Capelli di Lucrezia Borgia
Clicca qui per ingrandire l’immagine

Cari Amici,
a chi appartiene questa meravigliosa ciocca di capelli biondi documentata già nel 1685 all’Ambrosiana di Milano?

Figlia illegittima terzogenita di papa Alessandro VI (al secolo Rodrigo Borgia) e di Vannozza Cattanei, Lucrezia Borgia (1480-1519) fu una delle figure femminili più controverse del Rinascimento italiano.

Fin dagli undici anni fu soggetta alla politica matrimoniale collegata alle ambizioni politiche prima del padre e poi del fratello Cesare Borgia.
Quando il padre ascese al soglio pontificio la dette inizialmente in sposa a Giovanni Sforza, signore di Pesaro, la cui famiglia aveva sostenuto più che attivamente l’elezione dell’ambizioso cardinale al soglio di Pietro.
Pochi anni dopo, il cambiamento degli interessi politici della famiglia Borgia portò all’annullamento del matrimonio.
Questo fu possibile perché il papa vociferò la mancata conclusione naturale del matrimonio, accreditata dalla notizia dell’impotenza di Giovanni.
Il conte di Pesaro tentò di opporsi ma alla fine cedette, non senza prima aver lanciato l’infamante sospetto di amori incestuosi tra Lucrezia e il papa, che “macchiò” la reputazione della giovane donna.
Lucrezia sposò quindi Alfonso d’Aragona, figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli.
Un ulteriore cambiamento delle alleanze, che avvicinò i Borgia al partito filofrancese, portò all’assassinio di Alfonso, su ordine di Cesare.
Nonostante Lucrezia si oppose a nuove nozze perché i miei mariti sono malcapitati, sposò Alfonso d’Este, erede del ducato di Ferrara.
Sin dal suo arrivo a Ferrara Lucrezia si adoperò per crearsi una corte indipendente, riprese gli studi e ampliò i suoi interessi. Fu il centro di un rinnovamento culturale della corte estense che aveva sempre avuto un ruolo importante nella promozione e diffusione della cultura rinascimentale. A Ferrara tra i poeti i letterati e i musicisti, risiedette per qualche tempo Pietro Bembo (1470-1547). Il principe degli umanisti fu affascinato dalla giovane e bella duchessa con la quale intrecciò una intensa amicizia, intessuta dell’ideale platonico di bellezza e virtù, che divenne, per il poeta una passione amorosa apertamente dichiarata nelle lettere. Bembo dedicò a Lucrezia Gli Asolani, e la principessa ricambiò con il dono di una sua treccia bionda che il poeta custodì in una piccola teca di cristallo.

I capelli di Lucrezia, infatti, sono conservati insieme alle nove lettere, custodite sempre in Ambrosiana, scritte a Pietro Bembo.

Nell’Ottocento la bionda ciocca di capelli divenne quasi oggetto di culto per i romantici dell’epoca.
Primo fra tutti Lord Byron che si vantò di aver trafugato un singolo capello da quel ricciolo, scrivendo I capelli più biondi che si possano immaginare e che mai ho visti così biondi.
Ne era ammirato anche Gustave Flaubert, come il principe Giorgio di Prussia che inviò a Milano due ufficiali per averne un resoconto nei minimi dettagli. Altro grande appassionato di questo reperto fu Gabriele d’Annunzio in visita a Milano.

La bionda ciocca di capelli venne accolta, come in una specie di reliquiario, in questa preziosa teca, eseguita da Alfredo Ravasco nel 1926-1928, uno dei migliori orafi milanesi della prima metà del Novecento, con l’accostamento di materiali preziosi, pietre dure e gemme varie.
Da notare ai lati i due pendenti, con gli emblemi araldici delle nobili famiglie Borgia (il toro) e d’Este (l’aquila).

Perché vi racconto questa storia?
Perché dovete sapere che il fantasma 👻👻👻 di Lucrezia si aggira ancora oggi, tra le sale dell’Ambrosiana, alla ricerca della sua preziosa ciocca di capelli biondi.

Buona serata!

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Bartolomeo Veneto (1502 – 1555), Ritratto idealizzato di Flora, La dama forse è Lucrezia Borgia, Circa 1520, tempera e olio su pannello di pioppo, 43.6 x 34.6 cm, Francoforte, Städel Museum

Il museo dei cavatappi a Barolo

Cari Amici,
lo sapevate che la nostra bella Italia conserva un meraviglioso Museo dei cavatappi?
Primo ed unico nel suo genere, viene inaugurato nel 2006 in un’antica cantina accanto al Castello Comunale di Barolo per raccontare la nascita e l’evoluzione di questo semplice utensile che silenzioso continua la sua storia dentro i cassetti delle nostre case.

La collezione nasce per iniziativa di Paolo Annoni, farmacista torinese trasferitosi nelle Langhe vent’anni orsono, che raccoglie circa 1200 esemplari, di cui un nucleo scelto di 500 sono esposti in museo; provenienti da tutto il mondo, sono stati costruiti in un lungo arco di tempo, dalla metà del 1600 ad oggi.

Sorprende scoprire che il cavatappi fu inventato nel 1795 dall’inglese Samuel Henshall, utilizzando strumentazioni preesistenti e sviluppate in origine per la manutenzione delle armi da fuoco o per stappare piccoli flaconi di medicinali o cosmetici.

Tra gli esemplari esposti in museo, oltre a quelli più semplici a “T” in legno, ferro, alluminio, ottone, si possono ammirare quelli realizzati con materiali più preziosi, come corno, ebano, avorio, argento, tartaruga. Poi si segue l’evoluzione dei meccanismi più complessi, con leve, pignoni e cremagliere. Una sezione è dedicata ai cavatappi figurativi, spesso poco pratici, in forme animali o umane: interessante un cavatappi statunitense del periodo del proibizionismo che rappresenta la caricatura del Senatore Volstead, autore del provvedimento legislativo contro il consumo di bevande alcoliche.

Oltre al Museo dei cavatappi, il borgo di Barolo sorprende perché qui tutto parla di vino: a ogni angolo campeggiano le insegne dipinte delle cantine che attraggono il visitatore grazie alla presenza di uno dei vini più celebri al mondo, tanto da essere considerato per la tradizione re dei vini e vino da re. Domina l’abitato il Castello Falletti, sede dell’Enoteca regionale del Barolo e dal 2010 sede del WiMu, il Museo del vino, allestito da François Confino (autore anche del Museo del Cinema ospitato dalla Mole Antonelliana di Torino).

Un caro saluto 🤗
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Per saperne di più
http://www.museodeicavatappi.it
http://www.wimubarolo.it

Credits
Ricerca sull’enogastronomia piemontese svolta dagli allievi del Ciofs Novara
http://www.museodeicavatappi.it

Immagini
http://www.vinumalba.com
http://www.museodeicavatappi.it

Ottofile

Cari Amici,
otto sono le file di chicchi che sorridono nella parte alta della pannocchia.
Questo è il motivo per cui un prodotto autoctono del Monferrato si chiama mais ottofile.

Coltivato in Piemonte fin verso la metà del secolo scorso, il mais ottofile era conosciuto anche come la melia du re, poiché fu il Re, Vittorio Emanuele II, grandissimo estimatore di questo prodotto, ad incentivarne la coltivazione nella sua tenuta di Pollenzo.
Oggi soppiantato dall’importazione di mais ibridi provenienti dall’estero, la farina di mais ottofile è diventata difficilmente reperibile, prodotta solo da un esiguo numero di agricoltori.
Per salvaguardarne il sapore e preservare le sue molteplici proprietà nutritive, questo mais viene ancora oggi lavorato secondo i metodi di un tempo: raccolto a mano, viene essiccato al sole e macinato “a pietra naturale”.
Il risultato: una polenta eccezionale!

Un caro saluto 🤗
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Credits
Ricerca sull’enogastronomia piemontese svolta dagli allievi del Ciofs Novara

ARTE IN CASA ~ Sa védum a l’Ortiga

Murale “Agli Orti dell’Ortica”. Foto di Andrea Cherchi

“Dòpo el pont che va giò a l’Ortiga, dove ona volta gh’era on quaj praa, coi sò pegor gh’era la Rita a faj pascolà. La Rita de l’Ortiga di Nanni Svampa

Ascolta qui 👉🏻 La Rita de l’Ortiga di Nanni Svampa

Cari Amici,
vi ho già accompagnato nell’orto di mio nonno nell’articolo ORTO&ARTE.
Prima di accompagnarvi per le strade di Milano, per il tredicesimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero parlarvi di quella che era la terra degli orti milanese, il Quartier de l’Ortiga, nella periferia est della città, al confine con Lambrate.
E’ il 1696 e per la prima volta la parola Ortica compare per indicare il nome di una celebre osteria con cascina che si trova ancora oggi nella via omonima.
Quel nome finì per identificare tutto il quartiere. Per sempre.
Non solo. Ortica deriva non dalla pungente pianta che tutti conosciamo bensì da orto, ortaglia, luogo adatto alle coltivazioni in quanto irrigabile dal fiume Lambro.
Nelle cronache, infatti, l’Ortica viene sempre dipinto come un luogo di terreni fertili, ancora presenti agli inizi del Novecento.

Nella seconda metà dell’Ottocento i campi coltivati cedettero il posto alla strada ferrata ferdinandea, inaugurata nel 1846, alla stazione intermediaria tra Milano e Monza (dismessa nel 1931) e alle industrie, quella ceramica della Richard-Ginori e quella metalmeccanica della Fratelli Innocenti.
Quest’ultima, aperta nel 1933, fu attiva soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale con il suo brevetto del Tubo Innocenti, ovvero gli snodi per impalcature, utili all’epoca della guerra per gli interventi di ingegneria “di pronto soccorso” e ancora oggi comunemente utilizzati.
Doveroso ricordare che dalla Fratelli Innocenti nacque la grande concorrente della Vespa, la Lambretta, così chiamata da Daniele Oppi poiché prodotta nelle vicinanze del fiume Lambro.

Oltre alla storia dell’Ortiga, uno degli aspetti che letteralmente adoro di questo quartiere è quello di poter camminare tra le strade di un vero e proprio museo permanente a cielo aperto, un luogo dove poter dire, semplicemente, che “qui la storia la conoscono i muri”.
Sto parlando del progetto ORME, (Ortica Memoria): a partire dal 2015, in occasione del 70° anniversario della Liberazione, il quartiere viene ricoperto con murales che raccontano la sua storia e quella della città nel corso del Novecento.
Il progetto è capeggiato da Wally e Alita, due street artists italiani che si nascondono sotto lo pseudonimo di Ortiocanoodles e che hanno fatto capolino nelle strade delle principali città europee nel 2004, prima con operazioni di stickering e incollando manifesti, poi con creazioni basate su un codice pop incentrato sull’uso della tecnica dello stencil.

Tra i murales dell’Ortiga campeggiano i volti di Alda Merini, Liliana Segre, quelli di coloro che hanno cantato l’Ortica, e alcuni l’hanno anche vissuta, come Ornella Vanoni, Enzo Jannacci, Dario Fo, Ivan Della Mea, Giorgio Strehler, Giorgio Gaber e Nanni Svampa.
Un meraviglioso graffito dedicato agli Orti dell’Ortica, per ricordare con fiori e colori il passato agricolo del piccolo borgo.
E tanti altri ancora …
Un murales non inaugurato a causa del lockdown.
Uno appena iniziato e quasi terminato dedicato al noster Domm.

Guarda il video 👉🏻 “Un assaggio di Ortica” 

Vi ho già raccontato troppo … sa védum a l’Ortiga per una visita guidata!

Presto vi aggiornerò sulle prossime visite guidate!
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Foto di Andrea Cherchi

Credits
Or.Me Ortica Memoria

Cucina piemontese ~ I “plin”

Cari Amici,
avete mai sentito parlare del plin?
In dialetto piemontese significa “pizzicotto” e non può che riferirsi al magistrale gesto di pizzicare la pasta per racchiudere il ripieno di carni e verdure in minuscole tasche di sfoglia all’uovo.
Ecco confezionati a mano gli agnolotti del plin, originari delle Langhe e della zona del Monferrato, chiamati anche pessià, i pizzicati.
Per esaltarne il puro sapore e conservarne la morbidezza i veri puristi langaroli usano servirli, come nei tempi passati, adagiati su canovacci di canapa, in dialetto curdunà, senza alcun condimento.

L’origine del termine agnolotto sembra invece derivare dal torinese anulòt, il ferro utilizzato una volta per tagliarli a forma di anello; l’originaria forma rotonda fu poi mutata in un grosso e gobbuto agnolotto quadrato, chiamato affettuosamente il gheub, il gobbo.
Il nome del cuoco autore degli agnolotti è avvolto da un velo leggendario. Pare che nel 1814 un libro intitolato La nuovissima cucina economica fu il primo a riportare la ricetta degli agnellotti alla piemontese.
Autore del libro un cuoco che viaggiò in Europa per raffinare la sua arte.
Il suo nome? Vincenzo Agnoletti.

Un caro saluto 🤗
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Credits
Ricerca sull’enogastronomia piemontese svolta dagli allievi del Ciofs Novara a.a 2019/2020

Alpinia, il secondo giardino alpino italiano

In un giardino alpino ogni filo d’erba ha la sua storia da raccontare.

Cari Amici,
è il secondo giardino alpino istituito in Italia, dopo quello di Chanousia sul colle del Piccolo San Bernardo. Si trova a 800 metri di altitudine, sulle pendici del Mottarone, nella graziosa frazione Alpino di Stresa.
Sto parlando del Giardino Botanico Alpinia.

Una sola panchina di legno grezzo, su un dosso a 800 metri d’altitudine, prospiciente il gran quadro del bacino centrale del Lago Maggiore, era quanto di turistico esisteva in posto; vi si giungeva per mezzo di uno stretto sentiero tra ginestre e felci. Quello era il “belvedere” e si sapeva che da quel posto, nel gran silenzio dell’isolamento dal resto del mondo, la vista poteva spaziare su laghi e monti fino a più di centocinquanta chilometri di lontananza.

Queste sono le parole di Iginio Ambrosini che insieme a Giuseppe Bossi lo istituì nel 1934.
Fondato in epoca fascista il giardino fu inaugurato con il nome di Duxia.


Il Giardino Botanico Alpinia rappresenta un luogo di notevole interesse naturalistico per la sua vasta e variegata raccolta di specie botaniche autoctone che crescono spontanee sui pendii del Mottarone, di specie provenienti dal piano alpino e subalpino, dal Caucaso, dalla Cina e dal Giappone.
Sono più di mille, infatti, le specie di piante che si espandono su un’area che dai 12.000 mq degli esordi si estende ora su 40.000 mq, regalando scorci che nella loro semplicità regalano una genuina sensazione di pace, ordine, tranquillità.
All’interno è inoltre presente una rinomata fonte d’acqua oligominerale dedicata al naturalista Marco de Marchi, fondatore dell’Istituto Idrobiologico di Pallanza.

Punto forte dell’area è l’eccezionale panorama visibile dal Belvedere, una vista unica che spazia dal Golfo Borromeo alla catena delle Alpi Svizzere.
Grazie a questa pregiata posizione Alpino divenne, fin dalla metà del XIX secolo, meta turistica per molti aristocratici europei e per artisti che qui trovarono l’ispirazione per le loro opere. Pittori della scuola lombarda e noti musicisti, affascinati dal luogo, vi costruirono splendide dimore; nacquero cosi Villa Pica-Alfieri, Villa Rebora Pimpinelli, Villa dell’Orto e Villa Anfossi. In quest’ultima è conservata un’epigrafe latina di Achille Ratti, futuro Papa Pio XI, dedicata all’Alpino: Qui tutto è musica, e il compito del maestro è quello di tradurre in note la voce superba della natura.

Henry Correvon, fondatore nel 1889 del Giardino alpino La Linnea in Svizzera, in una conferenza tenuta a Milano nel 1934 dichiarò: Ho visto dove Duxia nasce, ho visto molti bei luoghi d’Europa e d’America, dichiaro che il belvedere dell’Alpino è il più bello del mondo. Mi hanno detto che esagero, nego l’esagerazione.

Cosa state aspettando? Sedetevi qui e esagerate anche voi!

Lo sapevate che ..?
Oltre al Giardino Botanico Alpinia, l’agronomo Iginio Ambrosini fondò nel 1939 il Museo dell’Ombrello e del Parasole della vicina Gignese. Il Museo accoglie circa 1500 pezzi tra impugnature, bastoni, ombrelli e parasole e racconta l’evoluzione delle mode che hanno influenzato dall’Ottocento a oggi lo stile di questi accessori.
Comprende anche pezzi storici, ombrelli appartenuti a pittori, cardinali, nonché il parasole della Regina Margherita, la cui famiglia era solita villeggiare a Stresa. Nel settore del Museo dedicato alla vita degli Ombrellai è possibile ammirare i rudimentali attrezzi delle antiche botteghe, in un viaggio di memorie attraverso i volti, gli strumenti, i luoghi di lavoro che hanno caratterizzato la produzione di ombrelli. Un itinerario storico ricco di immagini, di testimonianze e curiosità di un lavoro antico che gli ombrellai nati nel Vergante hanno saputo far conoscere ed apprezzare in tutto il mondo.

 

Per saperne di più
http://www.giardinobotanicoalpinia.altervista.org
http://www.museodellombrello.org

L’Oasi Zegna e la Conca dei rododendri

Cari Amici,
lentamente possiamo iniziare ad uscire dalle nostre case e cercare luoghi in grado di raccontarci qualcosa di semplice: la serenità.
Potremmo chiamare questi luoghi affettuosamente oasi.
Piemontese d’adozione, non posso non parlarvi di un luogo che porta proprio questo nome.
Un luogo che, proprio in questi giorni, ho desiderato mostrare a mia figlia di appena un anno.

Sto parlando dell’Oasi Zegna, in provincia di Biella.
Le sue radici sono strettamente legate alla personalità di Ermenegildo Zegna.

I concittadini di Trivero erano indecisi se annoverare Ermenegildo Zegna tra i folli o i sognatori; concordi, comunque, nel pensare che non appartenesse alla categoria delle persone con i piedi per terra. In effetti, però, i piedi di Ermenegildo Zegna erano più radicati a terra di quanto i buoni abitanti di Trivero fossero disposti a credere. (Aldo Zegna). 

Ultimogenito di dieci figli, Ermenegildo nacque nel 1892.
Fu lui a prendere le redini del lanificio aperto dal padre Angelo Zegna, di professione orologiaio, fondando nel 1910, a soli 18 anni, il Lanificio Zegna, a Trivero, nelle Alpi biellesi.
La grande capacità commerciale di Ermenegildo non si limitò tuttavia al settore tessile.
L’imprenditore capì che la bellezza dell’ambiente naturale e il benessere delle persone che lo abitano erano indispensabili per un’azienda che aspirasse a durare nel tempo.
Per questo motivo negli anni ’30 fece costruire, oltre alle case per i dipendenti dell’azienda, una sala convegni, una biblioteca, una palestra, un cinema/teatro, una piscina pubblica, un centro medico e una scuola materna per i suoi concittadini.
Per questo motivo e per amore della natura e delle sue origini, egli decise di far vivere la montagna sopra Trivero, creando, a partire dal 1938, una fra le primissime strade costruite per fini turistici: la Panoramica Zegna.
Il tracciato di questa strada fu il primo precoce tassello di un grande, rivoluzionario progetto di valorizzazione del territorio e salvaguardia ambientale che portò nel 1993 alla creazione dell’Oasi Zegna. Un progetto che fin dalle sue origini non stravolse l’ambiente circostante ma ne rafforzò le difese idrogeologiche con la piantumazione di oltre 500.000 tra conifere, rododendri e ortensie.
Da non perdere all’interno dell’Oasi è la Conca dei rododendri che tra i mesi di maggio e giugno si trasforma in un morbido tappeto fiorito macchiato da colori di straordinaria bellezza.
Così bello da guadagnarsi il titolo di fioritura più bella d’Italia. Questo scenografico giardino fu realizzato negli anni ’50 in prossimità del Lanificio Ermenegildo Zegna. Dopo l’intervento dell’illustre architetto paesaggista Pietro Porcinai alla fine degli anni ’60 è stato recentemente ampliato da Paolo Pejrone.
Le piante sono disposte con cura nella conca, secondo la dimensione e le diverse tonalità, seguendo un disegno armonico che si inserisce perfettamente nel paesaggio circostante.

Voi non dovete fare altro che camminare dentro questo tappeto fiorito, lasciarvi cullare dai suoi colori e godervi un po’ di … serenità.
Fatelo per voi stessi.

Curiosità lungo la Strada Panoramica Zegna

Valle Cervo
Affacciata sul torrente omonimo, sul suo territorio sono visibili diverse formazioni rocciose come i graniti e la sienite della Balma, utilizzata come materiale da costruzione e impiegata anche per opere illustri, come il basamento della Statua della Libertà a New York.
Domina la valle il Santuario di San Giovanni, l’unico in Italia dedicato a S. Giovanni Battista.

Bielmonte
E’ il punto più alto raggiunto dalla Strada Panoramica. Dopo aver ricavato un ampio piazzale panoramico, Ermenegildo Zegna realizzò il primo impianto sciistico: la seggiovia del Monte Marca, costruita nel 1956 e messa in funzione nel gennaio dell’anno seguente. A monoposto, è ancora funzionante e sale all’omonimo rifugio a 1620 metri di quota

Bocchetto Luvera
Il nome è rimasto a significare la presenza delle “luere”, trappole per lupi. Meno di 100 anni fa erano presenti in Alta Valsessera ma non hanno retto alla caccia spietata dell’uomo.

Per maggiori informazioni e saperne di più …

http://www.oasizegna.com/it/luoghi/panoramica-zegna-10-tappe_7704.html

Credits 
http://www.zegnagroup.com
http://www.oasizegna.com

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