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Il tempo più prezioso sulla Terra

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Quello che sto per scrivere merita il posto tra i racconti del mio blog perché, semplicemente, è una bella storia.

Ho sempre creduto negli incontri che non avvengono per caso, quella trama sottile che sta dietro alla vita di tutti i giorni, un tessuto prezioso e colorato che continua ad espandersi sotto tutto quello che facciamo.

Incontro gli Amici di Tabità durante la Festa del Parco di Villa Annoni a Cuggiono (MI).

Come di consueto inizio il mio racconto riguardo la Villa e il Parco e immediatamente mi accorgo che per quei ragazzi non sono “la guida” ma sono “l’Elisa”.

Camminiamo per il parco, alla scoperta delle essenze botaniche che lo caratterizzano, ammirando la veste autunnale dell’Acero Giapponese, annusando i frutti del Ginkgo Biloba e incontrando i vari animali che popolano il parco.

La visita si conclude con una dolce merenda e la promessa di tornare tra gli Amici di Tabità.

Per quanto mi è possibile, mantengo sempre le promesse perché sono una persona sincera e credo che valga la pena spendere parte del nostro tempo per coltivare quei rapporti umani che nella società di oggi ogni tanto scricchiolano sotto i nostri stessi piedi.

E poi fin da piccola, quando guardavo i cartoni animati, mi ha sempre affascinato la figura del buono che “mantiene la promessa” per aiutare o salvare qualcuno.

Torno con gli Amici di Tabità per la giornata delle ville aperte a Corbetta (MI).

Quando incrocio gli sguardi dei ragazzi prendo consapevolezza che il tempo che gli sto per dedicare è il miglior tempo speso della mia giornata.

E’ come entrare in un tempo nuovo, dove tutto quello che hai per la testa si annulla, perché ti accorgi che tutto quello che basta per rendere quel tempo migliore e “goduto” è la tua presenza, il tuo sorriso, lo “stare con loro”.

Può sembrare scontato ma è così.

A volte siamo troppo presi da noi stessi, ci lamentiamo della pioggia, del lavoro, dei genitori, dei figli, del traffico…

Non ci accorgiamo che chi ha veramente bisogno è qualcun altro. Qualcuno che con la sua disarmante semplicità riesce a farti capire che se guardi bene, se guardi attentamente nei suoi occhi scopri che il tempo da dedicare a qualcun altro è il tempo più prezioso sulla Terra.

Questa volta indosso la maglietta Amici di Tabità e sono davvero contenta di aver incontrato sul mio cammino questa piccola famiglia!

Amici di Tabità

Il gruppo Amici di Tabità nasce nel 1999 dalla volontà della CARITAS, che crea una collaborazione tra i giovani dell’unità pastorale di Robecchetto e Malvaglio (MI) per trovarsi in compagnia degli Amici diversamente abili degli stessi Comuni.

Nel 2003, dopo un tragico evento accaduto nel febbraio dello stesso anno, il nome del gruppo cambia, da quello che era il provvisorio Gruppo CARITAS ad Amici di TABITA’, per mantenere vivo il ricordo di chi non è più presente, ma che ha camminato insieme a tutti con tanta gioia ed entusiasmo.

Il simbolo degli Amici di Tabità è una tartaruga e il detto “Chi va piano, va sano e va lontano” si è concretizzato nella crescita di questo meraviglioso gruppo che scopre sempre più un modo diverso di trascorrere il tempo libero, prendendo consapevolezza che donando parte di esso, si riceve un dono più grande: il bene dei ragazzi!

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Credits

Ringrazio Carla, Sandra e Marisa e tutti gli altri volontari per avermi regalato questa esperienza unica e speciale (Walter, Angelo, Alessio, Donato, Franco, Flavio, Tina, Liliana, Sara, Sabrina, Raffa, Elena, Serena e Mirko).

Per la collaborazione per le visite guidate ringrazio il Gruppo Guide Culturali Locali di Cuggiono e la Pro Loco di Corbetta.

Vigevano

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Chissà quanti di voi sono stati a Vigevano, semplicemente per passeggiare lungo i portici di Piazza Ducale e bere un buon caffè, oppure, d’estate, per sostare all’interno del Castello o per salire sulla Torre del Bramante.

Vigevano è questo. E anche molto altro.

Qualche mese fa ho scoperto una nuova Vigevano, non solo caratterizzata da una Storia avvincente e fortemente legata a quella milanese, ma che conserva luoghi insoliti dove l’arte e l’ingegno dell’uomo ti lasciano senza fiato.

Lo sapevate che non lontano dal centro si trova il Mulino di Mora Bassa con un’interessante esposizione delle Macchine di Leonardo? Sapevate che il Museo Internazionale della Calzatura all’interno delle scuderie del Castello è l’unica istituzione di questa natura in tutta Europa? In Via XX Settembre è nata Eleonora Duse! E il film di Elio Petri con Alberto Sordi del 1963 ispirato all’opera di Lucio Mastronardi “Il maestro di Vigevano”?

Bene, con questo articolo desidero raccontarvi un pò di questa città.

Partiamo da Piazza Ducale. Maestosa ed elegante Piazza Ducale è “Il Salotto d’Italia” nonché uno dei primi esempi di piazza rinascimentale realizzata su modello del forum romano. Fu voluta da Ludovico il Moro che nel 1492-1494 affidò il progetto ad Ambrogio da Corte. Quest’ultimo non si fece scrupoli ad espropriare e abbattere le abitazioni esistenti per creare lo spazio necessario alla realizzazione della piazza e della rampa che, in corrispondenza con la base della torre, fungeva da collegamento con il castello. L’aspetto attuale della piazza risale al 1680 ed è legato al vescovo Juan Caramuel y Lobkovitz che distrusse la rampa costruendo lo scalone interno che ancora oggi percorriamo per salire al castello e alla torre e che, soprattutto, progettò e costruì la nuova facciata del Duomo risolvendo l’asimmetria architettonica esistente tra piazza e chiesa. Le prime decorazioni della piazza vennero eseguite da artigiani locali e richiamano il tipico stile rinascimentale. Nel ‘700 gli affreschi subirono un’opera di imbiancatura, alla quale si tentò di porre rimedio con l’intervento del Comune di Vigevano che tra il 1905 e il 1910 diede incarico per il loro rifacimento agli artisti locali Casimiro Ottone e Luigi Bocca, i quali inserirono i numerosi ed eclettici comignoli che caratterizzano la fisionomia della piazza. L’attuale pavimentazione, fatta con ciottoli del Fiume Ticino, risale alla metà dell’800; l’inserimento dei lampioni risale al 1906. Nel 1992, in occasione del V anniversario della fondazione della piazza, venne effettuata una campagna di restauro degli interventi di Ottone e Bocca.

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All’Ely piace un po’ di sapore locale così interrompo la parte storico-artistica accademica per raccontarvi qualche breve ed interessante aneddoto.

Primo: dato che per costruire la piazza il Moro fece abbattere molte case, espropriandole a prezzi bassissimi e facendo arrabbiare molti vigevanesi, una volta diventato Duca di Milano esentò Vigevano dalla tassa sui cavalli in segno di risarcimento per i disagi subiti.

Secondo: la realizzazione dei lampioni in ghisa fu affidata alla Fonderia Lomazzi di Milano. Nel firmare l’ordine il Comune impose che il “modello Vigevano” non venisse mai più replicato in nessun luogo.

Terzo: nella piazza si tennero le vivaci rappresentazione del carnevale; il Duca e i cortigiani mascherati si mischiavano ai vigevanesi e mettevano in scena la parodia della giostra cavalleresca.

Quarto: Arturo Toscanini, seppure malato, chiese di essere portato a Vigevano per sedersi ai tavolini del bar in quanto considerava Piazza Ducale una sinfonia musicale, una composizione orchestrale su quattro lati, simili ai quattro movimenti delle sinfonie.

Quinto e ultimo: la piazza fece da sfondo al film “Il maestro di Vigevano”, diretto da Elio Petri nel 1963 con Alberto Sordi. Il film si ispira all’omonimo romanzo di Lucio Mastronardi pubblicato nel 1962 per iniziativa di Italo Calvino.

Gli affreschi di Piazza Ducale non sono altro che magiche rappresentazioni dietro le quali si nascondono ancora storie e sapori locali. Lo sapevate che nei medaglioni sopra ogni colonna sono raffigurati, in alternanza, personaggi dell’antica Roma, delle dinastia degli Sforza e soprattutto alcuni motti e proverbi? Fantastico! Quando tornate a Vigevano fermatevi e passateli in rassegna tutti! Scoprite dove sono affrescati Ludovico il Moro e la moglie Beatrice d’Este e non dimenticate di notare il celebre stemma visconteo-sforzesco e lo stemma della città di Vigevano, posto sulla facciata dell’edificio che fino ai primi del ‘900 ospitò il Palazzo Comunale.

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La Torre del Bramante. Si può salire! Chiedete informazioni all’InfoPoint del Castello, proprio sotto la torre stessa! La torre è alta 60 metri. Venne fatta costruire ai vigevanesi a partire dal 1198 durante la dominazione pavese e la leggenda narra che quando i vigevanesi riconquistarono il castello (1268 circa) scaraventarono giù dalla torre gli invasori. Fu realizzata dal Bramante tra il 1492-1494 e con la sua conformazione a corpi scalari fu modello nel XIX secolo per la Torre del Filarete del Castello Sforzesco di Milano. Il cupolino in rame che la corona è opera del XVI-XVII secolo.

Un’altra curiosità: la campana “fessa”! Nell’800 l’orologio della torre batteva ogni mezz’ora, anche di notte. Pare che il suono del campanone fosse così forte da dare fastidio al sonno degli abitanti del centro i quali presentarono al Comune una petizione in cui si chiedeva di zittire il “bronzeo disturbatore”. Alla fine si raggiunse un compromesso: dalla campana venne asportato uno spicchio in modo da renderla “fessa” per ridurre e attutire il suono. Ed è così che ancora oggi la si può ascoltare battere i rintocchi ogni quarto d’ora!

La vista dalla Torre è spettacolare! Godetevi il panorama!

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Il Castello. Immaginate che fino alla metà del ‘400 nell’area occupata attualmente dal castello sorgevano le case dell’antico borgo con il primo palazzo comunale. Vicogebuin aveva un castrum di forma quadrata con funzioni di difesa e destinato al ricovero per foraggi e animali; il castrum, corrispondente all’attuale maschio, era separato dall’abitato da un fossato. Nella prima metà del XIII secolo il borgo iniziò ad espandersi fuori dall’antico perimetro del castrum. Con Luchino Visconti (1341) iniziò la costruzione della Rocca Vecchia a difesa del castello (così chiamata per distinguerla dalla Rocca Nuova che verrà realizzata nel XV secolo da Galeazzo Sanseverino, capitano delle truppe sforzesche, nonché genero e cortigiano del Moro). Distrutta dai vigevanesi al termine della dinastia viscontea, venne in parte ricostruita ma poi demolita. Al suo posto oggi si trova quella che viene chiamata la Cavallerizza, realizzata nel 1837 come maneggio coperto per i cavalli dell’esercito.

Al 1347 risale la costruzione della Strada Coperta, una strada sopraelevata, di collegamento tra la Rocca e il castello, lunga ben 164 metri e larga 7,50 metri!

Con il dominio sforzesco avvenne come per Milano, la definitiva trasformazione del castello da edificio difensivo a residenziale. Le parti che lo compongono sono: la falconiera, le tre scuderie, delle quali la terza voluta da Ludovico il Moro e per questo detta “di Ludovico” e la Loggia delle Dame, riservata alla parte femminile della corte sforzesca, con Beatrice d’Este e le sue dame. Le cronache del tempo narrano che dall’edificio della falconeria, venivano fatti levare in volo i falconi per accompagnare la corte ducale nelle cacce lungo i boschi del fiume Ticino e nelle campagne della Lomellina. Inoltre, nelle mura del cortiletto posteriore si trovava la porta, eliminata nel 1824, utilizzata dalla corte sforzesca per accedere alla chiesa di San Pietro Martire (utilizzata come cappella ducale) in prossimità della facciata laterale della chiesa. Ci sono infine due strade sotterranee che si possono percorrere per vivere appieno quel sapore medievale che pervade tutto il complesso. Si tratta di due imponenti e suggestive strutture di collegamento che dalle immediate vicinanze di Piazza Ducale conducono attraverso piani rialzati all’antico fossato del maschio del Castello e alla spazio della Cavallerizza. Completamente percorribili grazie ad un recente restauro, si presentano divise in due sezioni di grandi dimensioni che ospitano nel corso dell’anno mostre ed eventi di richiamo. Il passaggio, specialmente del secondo tratto, consente di ammirare le stratificazioni storiche e funzionali: scuderia per cavalli a partire dal XVIII secolo, luogo di lavoro per le maestranze della corte ducale degli Sforza (è visibile il locale adibito a ghiacciaia).

A partire dagli anni ’80 il Castello di Vigevano venne sottoposto ad una campagna di restauri per il suo completo riuso e valorizzazione. Dal 1998 nella 3° scuderia ha sede il Museo Archeologico Nazionale della Lomellina. Dal 2003 ospita il Museo della Calzatura (piano superiore della 2° scuderia) e la Pinacoteca Civica Casimiro Ottone (piano superiore della 1° scuderia).

Museo Internazionale della Calzatura. Il mondo della scarpa e Vigevano da più di cent’anni formano un binomio indissolubile. Vigevano è stata a lungo la capitale italiana e in alcuni momenti anche mondiale della calzatura. Il Museo è disposto in sezioni: si inizia con La Stanza della Duchessa, si prosegue con la sezione Storica, Etnica e Wunderkammer, Stile e design, Tacco a spillo; l’ultimo corridoio, chiamato “La Galleria”, è sede di mostre temporanee.

Il Museo oltre ad essere un luogo singolare e davvero curioso è soprattutto una viva e ricca testimonianza dell’ingegno e dell’operosità dei vigevanesi. Nel Museo sono esposti molti modelli prodotti a Vigevano per la prima volta e che sono serviti da modelli per tutto il mondo, come le sovrascarpe in gomma e le scarpe da ginnastica degli anni ’30, o le calzature con tacco a spillo degli anni ’50. La scarpa è vista, grazie ad una sapiente esposizione, anche come fenomeno storico, etnico e di costume.

Questa chiave di lettura è ben presente nella sezione etnica, e in quella storica, nella quale è possibile seguire lo svolgere del gusto estetico nella moda, soprattutto femminile, dal ‘700 ad oggi. Non manca poi la possibilità di ammirare calzature “strane”: molto piccole, o molto grandi, oppure scarpe appartenute a personaggi famosi, su tutti le scarpe dei papi.

Non si tratta di una semplice vetrina di belle scarpe, ma nel museo si può ammirare con una rapida carrellata modelli molto diversi nel gusto e nell’utilizzo di materiali e stili: da scarpe con tacchi vertiginosi a espadrillas, dalle zeppe anni ’70 alle classiche decolleté.

Una particolare attenzione viene dedicata all’aspetto “estetico” dei pezzi esposti: calzature datate e recenti, stravaganti e classiche, che non possono che attirare attenzione, curiosità ed ammirazione. La scarpa, dunque, non solo come un normale oggetto d’uso quotidiano, ma come un concentrato di tecnologia, fantasia, innovazione, gusto estetico, tutte caratteristiche che rendono la scarpa una vera opera d’arte degna di essere esposta in un museo ad essa dedicato.

Mulino di Mora Bassa

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Termino questo articolo con un luogo magico e forse poco conosciuto. Questo mulino fu voluto da Ludovico il Moro che nel 1494 lo offrì come dono di nozze alla moglie Beatrice d’Este. Le antiche sale di Mora Bassa, restaurate e trasformate in sede museale nel 2000, ospitano una mostra didattica sulle trasformazioni territoriali operate dalla rete irrigua; la mostra, composta da quaranta grandi pannelli, è intitolata “L’acqua disegna il paesaggio”. Intorno al manufatto, alimentato dalle acque dell’antica Roggia Mora, aleggiano interessanti richiami di storia e di leggenda che riportano alla figura di Leonardo da Vinci. In questo ambito l’Ecomuseo della Roggia Mora ospita un’importante mostra permanente costituita dai modelli in legno, funzionanti, di macchine leonardesche, mostra curata dall’Associazione culturale “La Città Ideale”. In questo luogo, dove l’ingegno e l’arte ti lasciano a bocca aperta, mi sono lasciata trasportare dall’appassionata spiegazione delle macchine leonardesche grazie alla persona che, non-a-caso, ha realizzato questi modelli con tanta meticolosa cura, attenzione e sopratutto passione.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

TurismoVigevano – Mulino di Mora Bassa

Credits

“Storia, percorsi e leggende dagli Sforza ai giorni nostri”, 2013

Da Alice

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La cucina è arte. Colori, sapori, semplicità, perfezione, equilibrio, ricerca, passione.
La cucina è arte. Emoziona.

Questo scrivevo nel 2015 quando per la prima volta sono stata da Alice Ristorante.
Avevo deciso di regalare a Stefano, per Natale, non cose ma emozioni.
E le emozioni, si sa, nascono dalle esperienze.
Avevo deciso di regalare l’esperienza del cibo, quello che mangiamo tutti i giorni, dalla colazione, al pranzo, alla cena, allo spuntino di mezzanotte.
A differenza però di questa esperienza che, seppur bella nella sua semplicità, resta “quotidiana”, avevo scelto di regalare un’esperienza fuori dall’ordinario, qualcosa di unico, che ti lascia un segno, per sempre.

Social Table. Un tavolo dalle fattezze quasi magiche dove sedersi insieme ad altri dieci commensali e un ospite d’eccellenza, dove conoscersi e soprattutto dove conoscere e condividere l’esperienza della cucina e lasciarsi emozionare dal cibo.

Non c’è ricchezza senza condivisione e il social table per il sociale è proprio il modo che Alice Ristorante ha scelto per condividere.
“Per il sociale” perchè il ricavato di queste serate viene devoluto ad associazioni no profit.

Ritorno da Alice Ristorante il 22 gennaio 2016 insieme a Stefano, Max e Laura.
Questa volta ci incontriamo per pranzo.

Ritorno con la consapevolezza di stare semplicemente bene.
Quando ti siedi da Alice e inizi a mangiare tutto cambia.

Un’esplosione di colori, profumi, sapori.
I sapori della nostra Terra, i sapori della nostra Italia.
Un’esplosione che regala emozioni.

L’emozione è il sentimento più prezioso e quando la cucina, quando il cibo emoziona, allora si crea una sinfonia perfetta, armoniosa, straordinaria, surreale.

Alice. E pensare che questo è il nome che mia madre voleva darmi alla mia nascita.

Teatro Smeraldo

Quando lo racconto a mio nonno lui risponde “ah sì dove c’è il Teatro Smeraldo!”
In realtà a partire dal 1942 il Teatro Smeraldo c’era veramente; chiuso nel 2012, l’edificio è passato ufficialmente alla catena Eataly di Oscar Farinetti che lo ha trasformato in un negozio Eataly e che è stato inaugurato nel 2014.

Alice Ristorante
Alice Ristorante di Viviana Varese e Sandra Ciciriello vanta dal 2011 una stella Michelin.

Al secondo piano dello store milanese di Oscar Farinetti Viviana e Sandra accolgono i propri clienti in un’ampia sala incorniciata e illuminata da una grande vetrata che affaccia su Piazza XXV Aprile. Il ristorante gourmet può ospitare circa 70 persone in un ambiente di design personalizzato grazie alla presenza di piante e oggetti naturali e di artigianato: scelti personalmente dalla Chef e dalla Maitre, richiamano il mare e le atmosfere del sud, rappresentano il punto di partenza di un viaggio che passa attraverso tatto, vista, olfatto e gusto.

I tavoli sono di Riva 1920, realizzati in legno massello di briccole recuperando i caratteristici pali che nella laguna di Venezia segnalano le vie d’acqua. Le sedie Tulip di Knoll dalla tipica forma a calice rendono omaggio al designer Eero Saarinen. Alle posate di Giò Ponti si affiancano le ceramiche disegnate dalla Chef e create artigianalmente per Alice Ristorante. La cucina a vista è un pezzo unico prodotto a mano da Molteni. Le sculture sui tavoli sono frutto della fantasia di Enrico Paolucci. La grafica dei menu è curata da Mauro Strada.

Ricordi da Expo…
Riva 1920. Il nome non mi suona nuovo! Certo, l’ho ripetuto tante volte nelle mie spiegazioni ad ExpoMilano2015!
Riva 1920 ha realizzato Pangea, il tavolo di 80 metri quadri esposto presso il Padiglione Zero, nella “Valle delle Civiltà” e anche presso Piazza Italia, all’incrocio tra il Cardo ed il Decumano.
Progettato da Michele De Lucchi, si ispira al supercontinente che teneva unite tutte le terre emerse. Simbolo dell’unione di tutti i Paesi attorno al tema universale del cibo, il progetto ripropone un ritorno alle origini e all’unità, senza confini di stato, pregiudizi, differenze tra popoli. Il peso dell’intera struttura è di circa 6 tonnellate e per la sua realizzazione sono stati necessari quasi 50 giorni di lavoro.

Per maggiori informazioni e saperne di più….

Alice Ristorante

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Alice Ristorante – Google

Il Pane di San Gaudenzio a Novara

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Ho parlato del Pan de Toni, legato alla storia e alla tradizione milanese.
Visto che ormai, da circa tre anni, Novara è diventata la mia seconda vera casa, ho deciso di dedicare un degno articolo ad un tipico “pane” novarese: il Pane di San Gaudenzio.

Dalla gola non manca poi il legame con la storia e l’arte..et voilà…qualche informazione altrettanto degna del monumento più rappresentativo della città: la basilica di San Gaudenzio e la sua celebre cupola.

Il contesto
Intimamente legata alla vita, al costume e alla tradizione dei novaresi è la Festa Patronale di San Gaudenzio, celebrata ogni anno il 22 gennaio. Con un rito che risale al XV secolo la popolazione, come un corteo, sfila per le vie del centro storico fino alla Basilica di San Gaudenzio dove si svolge la “Cerimonia del fiore” seguita dalla solenne liturgia eucaristica e dove, durante tutto il giorno è inoltre possibile visitare la tomba del santo nello scurolo della basilica.

L’Antico Dolce della Cattedrale
Legato alla festività è il “Pane di San Gaudenzio”. Come lo conosciamo oggi, pare che questo dolce sia stato inventato negli anni Settanta da un gruppo di panettieri di Novara. Ma le sue origini sono più antiche. Il pane, infatti, veniva già prodotto nel 1200 quando la prima domenica di Pasqua i canonici della cattedrale e della basilica di San Gaudenzio erano soliti distribuire ai poveri un altro pane tipico, il “Pane di Polla”, a base di frumento. Chissà che questo pane rustico non abbia dato l’idea per il dolce tipico della festa patronale. Il Pane di San Gaudenzio si presenta di forma rotonda o rettangolare ed è composto da farina di frumento, zucchero, burro, uova, lievito vanigliato, buccia di limone, grappa di Nebbiolo, latte e frutta (albicocche e prugne). La superficie può essere cosparsa da granella di pinoli o di nocciole e zucchero a velo. Alcune pasticcerie di Novara lo producono ormai da circa 40 anni!

Quando Napoleone, nell’Ottocento, chiuse i conventi, le suore che prima vivevano in essi trovarono ospitalità presso le case delle famiglie benestanti e così fecero conoscere la ricetta dei Biscottini di Novara, altro prodotto rinomato della città.

Altro prodotto tipico legato alla festività sono i tipici “Marroni di Cuneo”, castagne affumicate, bucate e legate insieme.

Personalmente mi piace comprare il Pane di San Gaudenzio – e non solo – al Biscottificio Camporelli, locale storico della città, bottega artigiana a conduzione familiare che dal 1852, confeziona biscotti di diversi tipi, tra cui i celebri Biscottini di Novara, che tanto piacciono ai  miei nonni. In questo negozio il calore del legno delle scaffalature si impasta con i colori e il profumo dei biscotti. Quei biscotti e quei dolci che sembrano guardarti dalla carta trasparente con cui vengono avvolti e confezionati con cura. 

UN PO’ DI…STORIA

Chi era San Gaudenzio
San Gaudenzio nasce a Ivrea nel 327, da una famiglia ancora pagana. Trasferitosi a Vercelli fu allievo di Eusebio, primo vescovo di tutto il Piemonte; questi ne ebbe una tale stima da mandarlo presto a Novara, per aiutare il sacerdote Lorenzo, che da solo predicava il Vangelo dove ora sorge la chiesetta di Ognissanti (l’unica chiesa romanica superstite della città, già citata nel 1124). E pensare che questa chiesetta si trova esattamente vicino al Liceo Artistico F. Casorati che ho frequentato per 5 anni!
Gaudenzio prese il posto del sacerdote Lorenzo quando questi venne assassinato. Ambrogio, vescovo di Milano, trovandosi un giorno sul far dell’imbrunire a passare per Novara, chiese ospitalità a Gaudenzio. Questi per rendere omaggio della sua visita fece sbocciare miracolosamente in gennaio, fra la neve e il gelo, i fiori del suo orto. Da quest’episodio leggendario è nata la tradizione della “Cerimonia del fiore”, accennata sopra: durante il rito viene calato dal soffitto della chiesa un grande lampadario e sostituiti i fiori in metallo che lo compongono con altri portati in corteo dai valletti comunali, a ricordo del miracolo compiuto da San Gaudenzio.
Sant’Ambrogio, morì nel 397 lasciando al nuovo vescovo Simpliciano la nomina, nel 398, di Gaudenzio a vescovo di Novara.
Gaudenzio morì il 22 gennaio del 417, più che ottantenne; preoccupato del suo magistero scelse come suo successore il discepolo e segretario Agabio.
Le venerate spoglie di San Gaudenzio vennero traslate più volte fino a quando il 14 giugno 1711 il corpo è definitivamente collocato nello scurolo dell’attuale basilica dedicata al santo, a sinistra dell’altare del transetto destro.
Da quel giorno, ogni anno, il 22 gennaio, si ripete il pellegrinaggio dei novaresi in omaggio al patrono.

La basilica di San Gaudenzio

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Tempio che conserva le spoglie del Santo, la basilica fu edificata nel punto più elevato di Novara tra il 1577 ed il 1690. La progettazione fu affidata a Pellegrino Tibaldi, cui sono da ricondurre l’accentuato verticalismo dell’edificio e il senso di vigoroso plasticismo della facciata e dei fianchi, mossi entrambi da nicchie, finestroni e colonne poderosamente aggettanti. L’ingresso della basilica è chiuso da una porta in noce lavorato, con rosoni e teste di ferro fuso, opera di Alessandro Antonelli, autore anche dell’imponente cupola alta 121 metri, ultimata nel 1887.
Orgoglio di ogni novarese che afferma convinto: “va bene che la mole di Torino è più alta, ma vuoi mettere la bellezza della nostra cupola?”, è l’elemento architettonico più significativo della basilica, assurta a simbolo della città e segno distintivo del suo panorama.

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Nella prima metà del 1800, col denaro ricavato dalla tassa sulla carne (ogni volta che un abitante della città acquistava un chilo di carne doveva pagare una tassa aggiuntiva), il Comune di Novara accumulò una somma che decise di investire nella costruzione di una cupola sulla preesistente basilica di San Gaudenzio ed affidò l’incaricò all’architetto novarese.
Il primo progetto della cupola venne presentato alla municipalità nel 1841. Tre anni dopo iniziarono i lavori ma nel 1855 l’Antonelli, in seguito a ritardi causati dalle guerre d’indipendenza, presentò un secondo progetto che innalzava l’altezza della cupola di un ordine mediante l’inserimento di una corona di pilastri, recuperando così la fruibilità visiva del monumento. Nel 1860 presentò un ulteriore progetto, che elevava ancora l’edificio, ad un’amministrazione sempre più preoccupata per le crescenti spese e diffidente nei confronti dell’architetto. Ma la costanza dell’Antonelli ebbe la meglio e due anni dopo la costruzione della cupola giunse al termine. Mancava solo la guglia che fu costruita tra il 1876 e il 1878. Alla sommità, il 16 maggio dello stesso anno, fu posta una statua del Cristo Salvatore (e non di San Gaudenzio come si potrebbe ritenere) realizzata in bronzo ricoperto di lamine d’oro e alta quasi 5 metri, opera di Pietro Zucchi. Contando anche la statua l’altezza dell’edificio raggiunge i 126 metri. La statua originale del Salvatore che attualmente si trova in cima alla cupola è una moderna copia in vetroresina, mentre quella originale, danneggiata dal tempo, si trova all’interno della basilica, nel transetto sinistro.
Per la costruzione della Cupola l’Antonelli decise di utilizzare solo materiali della zona: la struttura è infatti interamente in mattoni e calce, senza impiego di ferro, ed è considerata l’edificio in muratura più alto del mondo. Tale primato, che fu per lungo tempo della Mole Antonelliana di Torino, ritornò alla cupola di San Gaudenzio quando, nel 1953, la guglia di 47 metri della Mole crollò e fu ricostruita con altri materiali.
Era proprio lui, l’Antonelli, che dirigeva personalmente i lavori: meticoloso controllava ad uno ad uno tutti i mattoni e li faceva suonare sbattendoli l’uno contro l’altro; se il suono non andava bene, li scartava.

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L’opera dell’Antonelli risulta così intimamente legata al luogo ove sorge, alla sua terra e alla sua gente. Mentre in altri paesi d’Europa si sviluppava un’architettura del ferro che era giustificata dalla abbondanza di materiale in quei luoghi e dalla disponibilità di maestranze specializzate in quelle costruzioni, in Italia l’Ottocento è il secolo aureo dei muratori.
Ed ecco che l’Antonelli dirige queste eccezionali maestranze di muratori a eccezionali irripetibili imprese. E chissà che, senza saperlo, con quello strano procedimento, stava mettendo le basi al prospero futuro dei Bottacchi , noti produttori di laterizi (nella loro fornace venivano prodotti i mattoni per la cupola).
Il peso complessivo della cupola supera le 5.500 tonnellate e alla sua ultimazione, la chiesa, che 200 anni prima non era stata progettata per reggere un simile peso, cominciò a dare segni di un cedimento strutturale (già ravvisabile durante le prime fasi della costruzione).
A partire dal 1881 l’Antonelli si dedicò al consolidamento dei quattro piloni della basilica portanti la cupola e all’ampliamento delle fondazioni. Il progetto dell’architetto si rivelò valido e la sua opera, dopo 120 anni, è ancora saldamente al suo posto.
I lavori ebbero termine agli inizi del 1887, giusto per l’occasione della festa del santo patrono (22 gennaio).
Il timore del crollo è però uno spauracchio familiare ai novaresi e nel corso degli anni si sono succeduti più volte dei falsi allarmi. Come citato da una targa affissa all’interno della Basilica, l’edificio restò chiuso per quasi 10 anni, tra il 1937 e il 1947, proprio a causa di tali preoccupazioni.
Ma la genialità di Alessandro Antonelli fu proprio quella di aver progettato il suo edificio scomponendolo in una serie di tanti cerchi concentrici che si innalzano verso il cielo, sempre più piccoli, scaricando man mano il peso sulla struttura portante.
In caso di cedimento strutturale la cupola collasserebbe su se stessa e non sugli edifici circostanti.

L’interno della basilica di San Gaudenzio è ad una navata unica, affiancata da cappelle laterali collegate tra loro, un ampio transetto e un profondo presbiterio.
Interessante il patrimonio di opere d’arte conservate nella chiesa. Tra queste, opera di notevole importanza è il grande polittico a due piani di Gaudenzio Ferrari (1516) situato nella “cappella della Natività”.

Il campanile, alto 92 metri, è opera di Benedetto Alfieri, zio del famoso drammaturgo, e fu costruito tra il 1753 e il 1786. Si trova isolato dalla chiesa, alla sinistra dell’abside, ed è realizzato in conci di cotto e granito di Baveno.

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Il campanile ospita il maggior concerto di campane a “Sistema Ambrosiano”. Il concerto è composto da 8 campane intonate in SOL maggiore, più una nona campana utilizzata come richiamo, anche se risente purtroppo di alcuni problemi di accordatura carente e timbro di alcune campane.

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Per la Festa Patronale di San Gaudenzio e in altri periodi dell’anno è possibile la salita alla Cupola – anche con visita guidata. Insieme agli amici dell’Associazione Fotografica “Prospettive” di Cameri sono salita di sera. La vista è spettacolare ed è proprio vero: “l’emozione più alta” di questa mia seconda casa, Novara, è la cupola!

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Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Atl Novara – Google – Cupola di San Gaudenzio

Villa Necchi Campiglio a Milano

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Tre volte, il numero perfetto.
Tre volte sono stata a Villa Necchi Campiglio.
Perché?
Perché credo sia uno dei luoghi più affascinanti di Milano, un gioiello architettonico forgiato al numero 14 di Via Mozart vicino alla “Cà dell’orèggia” e a Palazzo Invernizzi con i fenicotteri rosa che si affacciano su Via Cappuccini.

Tutte le volte che entro in questa Villa penso: “Quanto sei così maledettamente eclettica, sensuale, unica!”
Portaluppi – che da piccola ho sempre collegato al cognome del mio medico – è in realtà il cognome dell’architetto che l’ha realizzata tra il 1932 e il 1935.
Piero Portaluppi: un grande architetto che ogni volta mi seduce con il suo stile, le sue forme, l’accostamento pazzesco e ricercato dei materiali.
Un uomo che incontro spesso nelle mie recenti visite.
Sorrido e fremo nelle mie esclamazioni di stupore e di incanto ogni volta che cammino nelle stanze di questa Villa. La prima volta credo di essermi quasi messa a piangere dall’emozione nell’ammirare così tanto genio e bellezza.

In realtà tutto inizia dall’ingresso. Non dall’ingresso all’interno della Villa, né dall’ingresso del giardino, né dalla biglietteria.Tutto inizia dall’ingresso. Punto. Un grazioso vialetto vegetale colorato, quasi magico, conduce alla biglietteria, una sorta di piccola serra in ferro battuto vicino alla Portineria progettata da Portaluppi.
Poi si entra nel giardino o parco, chiamatelo come volete, si entra in un luogo magico.

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Calpesto i sassi del vialetto che conduce all’ingresso in villa – adoro il rumore delle scarpe che schiacciano i piccoli sassi bianchi – cammino sotto la chioma di imponenti alberi e assaporo l’aria che mi sfiora il viso: la prima volta una sottile brezza estiva, la seconda volta l’aria di ottobre, la terza volta l’aria fredda dell’inverno.
C’è una piscina, qualche scultura, un maestoso ingresso e gli efficienti volontari FAI che ti accolgono come se fossi…a casa.
Entro e immediatamente mi sento rapita da un luogo davvero straordinario, unico.

Varcata la soglia si entra nella grande Hall, dove l’esigenza di lusso e sontuosità dei committenti trova adeguata risposta soprattutto in due aspetti cardine della Villa: la vastità degli spazi e l’alta qualità dei materiali. La stessa Hall con l’elevata altezza dei soffitti e la generosa estensione delle aperture dà prova di una dimensione architettonica più monumentale che intima.
Bellissimi sono i lastroni in noce del parquet, impreziositi da sottili inserti in palissandro; altrettanto importanti le porte, in radica, come la boiserie e i preziosi copricaloriferi in ottone!
La formazione artistica che c’è in me adora il motivo a greca della balaustra e in generale i richiami alle linee e alle forme geometriche che caratterizzano la casa.

Vicino alla scala l’opera “L’Amante morta” di Arturo Martini (1921) che con delicatezza sembra raccoglierci in silenzio.

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Tutti i dipinti e le sculture esposte in questo piano provengono dalla Collezione Claudia Gian Ferrari, gallerista e storica dell’arte milanese, scomparsa nel 2010, che ha voluto donare al FAI un importante nucleo della raccolta d’arte composta insieme al padre, il gallerista Ettore Gian Ferrari.
Entriamo nella Biblioteca, già di per sé luogo più affascinante di una casa.
Questa è forse la sala che più fedelmente testimonia il gusto e lo stile di Portaluppi.
Qui le librerie assumono una valenza strutturale, fungendo, grazie anche all’impiego di massicce lastre di cristallo, da divisori per un’appartata saletta di conversazione.
Subito rivolgo lo sguardo verso il soffitto, dove si cela la firma dell’architetto: l’intreccio delle costolature introduce nella casa il tipico motivo della losanga, particolarmente cara a Portaluppi, che la propone anche nei più minuti dettagli decorativi dei suoi mobili.

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Stupendo il camino incastonato tra le scaffalature lignee, con le sue linee purissime e il gioco creato dalla bicromia dei marmi: granito nero di Anzola e granito chiaro.
Ma più ancora che alla lettura, la stanza era dedicata a intrattenimenti sociali di natura ludica come dimostra la presenza di due tavoli da gioco, realizzati in legno di mogano.
Inizio a fantasticare sull’atmosfera che avvolgeva questo spazio e di nuovo, come di mia consuetudine, penso alle parole, ai volti, ai pensieri scambiati in questo luogo.

DSC_0839Nella sala successiva, dietro a quella che era una libreria in legno si trova un’ampia cornice a specchio e legno dorato, che deforma le nostre figure.

In questo Salone sono le tracce del secondo architetto della casa, Tomaso Buzzi, che intorno agli anni Cinquanta, asseconda le tendenze di gusto dei Necchi Campiglio e addolcisce le geometrie, privilegiando un arredo antiquariale con abbondante uso di tendaggi e panneggi, realizzati con ricami antichi riportati.

 

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Ecco uno degli ambienti più straordinari della Villa: la Veranda. Sotto i piedi non sento più lo scricchiolare del pavimento in legno ma c’è uno stabile, duro e prezioso pavimento in travertino, marmo verde Roja e marmo verde Patrizia, giocato su un disegno a fasce intrecciate che contribuisce alla geometria della stanza. Nella Veranda sembra di essere in un bosco oppure dentro ad una pietra scintillante verde smeraldo. Quasi interamente proiettata verso l’esterno, la Veranda si apre infatti sul giardino, attraverso le due pareti vetrate, proponendo così in via Mozart il motivo della lunga e ampia finestra orizzontale, per esprimere, nonostante la Villa si trovi in centro a Milano, forme e principi di villeggiatura immerse nelle natura.
Il dettaglio più affascinante è la vetrata: sfruttando la doppia vetrata Portaluppi crea una serra lungo le pareti della stanza, tendendo l’ambiente elegante e avvolto dalla luce e dai colori della natura circostante.
Naturalmente questo tipo di struttura aerea e trasparente offre scarse garanzie in termini di sicurezza, inconveniente cui il genio di Portaluppi rimedia inserendo due massicce grate scorrevoli in alpacca, che grazie alla modernità del disegno e alla ricercatezza del materiale, trasformano un semplice corpo di protezione in un elemento dall’alto valore decorativo.
E ancora…la geometria degli infissi e dei copricaloriferi in ottone, il tavolo in lapislazzuli, la scultura in bronzo di Adolfo Wildt “Il puro folle” (1930).

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Passiamo allo Studio del padrone di casa rivestito da una boiserie in palissandro che nasconde dietro alcune pennellature due grandi armadi per l’archivio professionale di Angelo Campiglio! Notevole la scrivania Impero in mogano, uno scrigno che si apre e si chiude grazie a un complesso meccanismo, inglobando al suo interno non solo il leggio e le ali laterali ma anche la sedia di corredo.

Il Fumoir è la stanza che più di ogni altra ha subito una radicale trasformazione per mano di Tomaso Buzzi: divani con schienale curvilineo, console di richiamo settecentesco e un imponente camino di sapore rinascimentale, conferma la volontà di conferire alla Villa un’aura più solenne e vicina alla tradizione italiana.
Per mia fortuna c’è sempre Portaluppi nelle splendide porte scorrevoli, con motivi a losanghe di specchi e nel soffitto, la cui decorazione esplode nella sala successiva…

Nella Sala da pranzo alzo lo sguardo e rimango a bocca aperta nel vedere il soffitto a stucco punteggiato da piccole stelle che sembra risucchiarmi come in una favola..
Da vero genio Portaluppi riversa nelle sue opere la passione per l’astronomia, appiccicandola nello spazio più consono per una casa: il soffitto.
Stelle e pianeti che forse anticipano il vicino Planetario nei giardini di Porta Venezia, sempre di Portaluppi (1929-30).
Rimango sbalordita quando la guida racconta che le pareti sono rivestite in pergamena!
Resto incantata da tanti altri dettagli, primo fra tutto il centrotavola in lapislazzuli, agata e corallo, opera di Alfredo Ravasco, al quale è stata dedicata una mostra all’interno della Villa.

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Nei due Office di appoggio alla Sala da pranzo ci si rende conto della quantità di lavoro e di passaggi cui venivano sottoposte le portate prima di giungere in tavola dalla cucina posta al piano inferiore, collegata da un montavivande e dalle scale di servizio, sul retro della Villa. Di particolare pregio negli armadi in legno di rovere, il servizio di piatti Richard Ginori decorato su disegni di Portaluppi.

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Dal punto di vista gastronomico vale la pena ricordare la ricca cucina dell’epoca che faceva largo uso di grassi e cacciagione e proponeva: “frittelle di formaggio”, “Stiacciata unta”, “piccioni in agrodolce” e, per dolce, “castagne al caramello”.

Si continua nella Fuciliera, così chiamata per la presenza di un armadio a muro destinato al deposito dei fucili da caccia.

Saliamo al piano superiore e subito mi attira la suggestiva e affascinante Galleria, il cui soffitto voltato è ingentilito da un motivo a rete cordonata e drappeggi, quasi fosse il sipario di un teatro.

Entriamo nella zona notte.
Simmetrici e speculari gli ambienti delle due sorelle Necchi, ognuno formato da camera da letto, spogliatoio e bagno.
I bagni…
Imponenti volumi dalle proporzioni grandiose e soprattutto interamente rivestite di marmo arabescato! Specchi ovunque e le finestre che si trasformano ancora in stelle e oblò, come se fossimo su una nave, nel mezzo dell’oceano, in una notte stellata.
Spazzole e pettine, bottiglie e porta profumi ci riportano infine in un’epoca passata, quando le essenze dovevano obbligatoriamente essere “prodotti nazionali” e gli evocativi nomi alludevano a “Fantasia di stelle” e “Mormorio di bosco”.

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Vogliamo parlare della Camera da letto degli ospiti detta “Camera del Principe”?
Parliamone: una semiparete in marmo nero del Carso, chiusa lateralmente da tende funge da leggero divisorio tra il bagno e lo spogliatoio.
Il principe che abitava in queste stanze era Enrico d’Assia, ospite fisso della famiglia durante i suoi soggiorni milanesi come scenografo della Scala.
Da notare lo splendido armadio in radica a due fronti di Portaluppi e sopra l’opera di Felice Casorati “Monumento ai caduti in corsa” (1948).

C’è anche la Camera da letto “della principessa” Maria Gabriella di Savoia, cara amica di famiglia. La stanza è stata recentemente riservata dal FAI come sede della Collezione di Alighiero ed Emilietta dè Micheli.

A Villa Necchi, non manca la figura della Guardarobiera che, così come d’uso nelle case signorili, era l’unica persona di servizio a condividere il piano padronale. Nulla nella camera a lei riservata fa pensare ad un arredo di seconda scelta: mobili in noce e radica, rivestimenti in seta degli armadi raffiguranti dei velieri, presentano la stessa cura nei dettagli già apprezzati nella Galleria padronale.
Infine il Guardaroba. Ampi armadi che contengono tuttora la biancheria della Villa e le divise del personale di servizio che, oltre alla guardarobiera, era composto da: cameriere, cuoco, maggiordomo e autista, quasi tutti residenti in Via Mozart.
Il custode invece abitava l’edificio della portineria, collegata alla Villa da un corridoio sotterraneo per garantire la privacy dei proprietari.

Quando uscite da Villa Necchi gustatevi dall’esterno il rivestimento in lastre di ceppo, granito e marmo e i raffinati accostamenti di superfici lisce, scabre e opache.
Gustatevi l’equilibrio, la ricerca, la raffinatezza, la passione, il sapore del genio di questo luogo.
Specchiatevi nella piscina, la prima piscina milanese privata e riscaldata, fermatevi a bere un caffè nella semplice e accogliente caffetteria accanto a quello che un tempo era un campo da tennis.

Fermate il tempo e vivete fino in fondo tutto quello che questa Villa vuole trasmettervi.

Ho scritto troppo, lo so…
Quindi, cosa aspettate?
Correte a visitare Villa Necchi Campiglio!

UN PO’ DI … STORIA

La Villa è stata realizzata da Piero Portaluppi tra il 1932 e il 1935 per il nucleo familiare composto da Angelo Campiglio, sua moglie Gigina Necchi e sua cognata Nedda.
Il mondo dei Necchi Campiglio è quello dell’alta borghesia industriale lombarda, classe agiata, ma anche tenace lavoratrice e al passo coi tempi. A loro si deve l’invenzione della celebre macchina da cucire.
A Portaluppi subentrerà Tomaso Buzzi, che, nel secondo dopoguerra, conferirà alle sale un aspetto più classico e tradizionale. La Villa ospita la Collezione Alighiero ed Emilietta de’ Micheli e, al piano terra, la Collezione Claudia Gian Ferrari di opere italiane del XX secolo.
La residenza, donata al FAI dalle due sorelle Gigina e Nedda nel 2001, è divenuta dopo i lavori di restauro e l’apertura al pubblico nel 2008, una casa museo in grado di restituire al pubblico l’opera di Piero Portaluppi che l’ha progettata.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Le guide del FAI, Villa Necchi Campiglio a Milano

Il Pan de Toni

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Arriva dicembre, arriva Natale.

Mentre dipingo con Sandro per la realizzazione di un grande fondale destinato al presepe della Chiesa di Bernate Ticino, mentre chiacchiero con Stefano, mentre intervisto i miei nonni a proposito delle tradizioni natalizie di una volta da trasmettere alla radio.

A tutti racconto la leggenda del “Pan de Toni”.

Ricevo in regalo un libro d’arte dedicato alla Casa degli Atellani e alla Vigna di Leonardo.

Assaporo il morbido profumo delle sue grandi pagine e inizio a divorarlo.

A pag. 143 mi ritrovo, non-a-caso, a leggere del “Pan de Toni” e scopro che la leggenda è legata a quella Casa e a quella Vigna che ho visitato qualche mese fa!

Mentre leggo e mentre guardo la miniatura del XV secolo con un fornaio che inforna le pagnotte, riportata a fianco del racconto, ricordo il profumo del pane sfornato dal vecchio forno di mio nonno.

“PANIFICIO” reca ancora l’insegna a Bernate Ticino.

Un piccolo negozio che dieci anni fa e dopo più di cinquant’anni di storia ha deciso di fermarsi, semplicemente.

Nonostante la chiusura, le pareti di questo luogo continuano ad emanare il profumo avvolgente di quel pane. Se chiudo gli occhi sento ancora il rumore delle “michette” roventi appena sfornate che il nonno versava nella grande cesta, pronte per essere spedite nelle case del paese o fare bella mostra di sé in negozio.

In quella stanza del negozio, ormai vuota, posso ancora ascoltare la voce delle persone che, mentre ordinano una tartaruga, un francesino o un ventaglio, un etto di prosciutto cotto o un pezzo di gorgonzola, chiacchierano della loro vita, della vita del nostro piccolo e semplice paese.

Oggi i bambini a cui si regalava una tartina sono diventati grandi, alcune anziane signore che si presentavano di buon mattino a comprare il pane fresco non ci sono più.

Sono convinta che tutti conservano un bel ricordo di questo nostro piccolo negozio.

Ah! E come mi divertivo da piccola ad indossare il grembiule della mamma e sfilare per il cortile oppure sistemare minuziosamente insieme allo zio la frutta sulla frolla gialla delle crostate, legarmi intorno al polso, come fossero braccialetti, le strisce di pasta di pane avanzata da qualche parte. E poi, a settembre, per la festa del paese, la fila di gente in cortile per cuocere il “Michelac” – dolce di cui vi parlerò – nel forno del nonno.

Torniamo a noi e al “Pan de Toni”.

La leggenda ad esso legata è scritta talmente bene che non posso fare a meno di riportarla così com’è stampata sulle grandi pagine del libro regalato.

L’origine storica del milanesissimo gran pane dolce guarnito di frutta secca ufficialmente chiamato panettone risalirebbe a certe tradizioni romane, e prima ancora celtiche, di celebrare le feste religiose mangiando un pane zuccherato più sfizioso di quello di ogni giorno. In un manoscritto di tale Giorgio Valagussa, precettore dei figli di Francesco Sforza (e quindi di Ludovico il Moro) compare la descrizione di una cerimonia natalizia, il cosiddetto rito del ciocco, che consisteva nella condivisione a tavola di tre grandi pani di frumento, ossia di pane bianco, invece del solito pane di miglio. Allora il pane di frumento era il pane dei signori e il pane di miglio era il pane dei poveri. Eppure, a Natale, si faceva un’eccezione. Il primo dizionario italiano milanese, nel 1606, cita il Panaton de Danedaa, un Pan grosso, qual si suole fare il giorno di Natale, e Pietro Verri parla finalmente di un pane di tono, ossia pane di lusso, da consumarsi nelle occasioni speciali. Insomma le origini del panettone si perdono nei secoli, ma non si sa chi abbia creato la ricetta. Per far prima, tra L’Otto e il Novecento cominciarono a circolare almeno tre versioni romanzate sull’invenzione del panettone, tutte e tre riferite all’età sforzesca. In una si cita una suorina che crea il panettone per sfamare le sue consorelle; in un’altra si cita un cuoco di corte, che ricorre al dolce improvvisato dal garzone Toni per arricchire il pranzo natalizio del duca di Milano, visto che lui ha bruciato tutte le sue torte. La terza, la più durevole, riguarda la Casa degli Atellani, e non si può fare a meno che ricordarla qui.

Narra la leggenda che Giacometto della Tela avesse un figlio, di nome Ughetto, che di mestiere faceva il falconiere per Ludovico il Moro. Ughetto era innamorato della giovane Adalgisa, figlia di Toni, un panettiere che teneva bottega sul borgo delle Grazie, proprio vicino alla Casa degli Atellani. I tempi non erano socialmente maturi perché un falconiere che abitava in una casa da nobile sposasse la figlia di un prestinaio: tanto più che, da quando nel quartiere aveva aperto un’altra panetteria, gli affari di Toni andavano parecchio male. Pur di stare vicino alla sua amata, Ughetto va allora a lavorare in bottega da Toni, deciso a darsi da fare (di notte e sotto mentite spoglie, perché Giacometto e sua madre non s’insospettiscano). Con i soldi guadagnati dalla vendita di due falconi Ughetto compra un grande panetto di burro e, una notte, lo aggiunge al consueto impasto del pane: il giorno dopo, la bottega di Toni è presa d’assalto. Passano altre notti, e Ughetto ci riprova. Vende altri due falconi, compra altro burro e zucchero e reimpasta il pane con quelli. La scena si ripete: tutta Milano impazzisce per il nuovo pane dolce della bottega di Toni. Sotto Natale Ughetto aggiunge alla sua trovata uova, pezzetti di cedro candito e uva sultanina, battezzando così la ricetta del Pan de Toni, che diventerà poi la ricetta del Panettone. Finalmente ricco, Toni è in grado di garantire la dote alla figlia, e Adalgisa e Ughetto coronano il loro sogno d’amore. In realtà i figli di Giacometto della Tela furono Carlo, Lucio Scipione e Annibale; in compenso üghêta, in dialetto milanese, significa uvetta, uva passa.

(tratto da “La Casa degli Atellani e la Vigna di Leonardo” di Jacopo Ghilardotti)

L’uvetta non mancava al Panificio Garavaglia perché si preparava il Pan Tramvai – il pane con l’uvetta. Il nonno e lo zio preparavano anche la focaccia dolce con l’uvetta, di cui ricordo bene la croccante crosta di zucchero e la focaccia con l’uva americana…

 

 

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“La Casa degli Atellani e la Vigna di Leonardo” di Jacopo Ghilardotti

San Pietro al Monte a Civate

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Tornare in un luogo già visto, vuol dire iniziare ad affezionarsi a quel luogo.
Perché ci piace, ci affascina, perché forse riesce a toccare la punta estrema del nostro essere più intimo. Perché forse, lì, in quel luogo, ritroviamo un po’ noi stessi.
Sono a Civate, in provincia di Lecco.
Sarò ripetitiva ma, anche in questo caso, il merito è dei miei studi universitari e soprattutto della mia passione per lo stile romanico, “quello dei mattoni, della pietra, delle forme semplici e dai grandi contenuti”.

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Stefano ed io ci andiamo per la prima volta ad agosto. Ignara della mulattiera che bisogna percorrere dal borgo di Civate fino alla Basilica di San Pietro al Monte, la mia divisa da buona turista estiva prevede Birkenstock e gonnelino svolazzante che, tuttavia, non rendono poi così difficile la camminata (sconsiglio lo stesso infradito e simili).
Il sentiero è di media difficoltà e si arriva a destinazione in un’ora circa.
Arrivati “in cima” arte e natura si impastano in una bellezza che ci lascia senza fiato.
Un luogo meraviglioso, magico, si apre davanti ai nostri occhi.
L’interno della Basilica è chiuso e così prendiamo l’occasione per dire “dobbiamo tornare in autunno!” 

Detto. Fatto.

Inauguriamo novembre con questa escursione per rigenerarci e ammirare questo luogo vestito d’autunno. Un autunno che più che mai sto mordendo e assaporando in ogni suo momento.
La giornata è stupenda, di quelle della classica espressione “non potevamo scegliere giorno migliore”. Cielo azzurro, terso, limpido. Sole caldo. Vento leggero e fresco.

Arrivati a Civate, troviamo facilmente la strada per San Pietro al Monte perché le indicazioni sono molto curate e precise.
Parcheggiamo “come l’altra volta” vicino al sentiero che conduce alla Basilica; questa volta però siamo dotati di cambio scarpe running-trekking.

Prima di iniziare a camminare contattiamo gli “Amici di San Pietro”, un’associazione che dal 1975 si occupa della valorizzazione della Basilica, per sapere se è aperta.
Gentilmente ci rispondono che il lunedì è giorno di chiusura ma nel pomeriggio veniamo ricontattati…

Iniziamo a ri-percorrere il sentiero che ci conduce a San Pietro.

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I colori dell’autunno sembrano colare come lava calda sulle nostre teste e ci avvolgono in un silenzioso e timido abbraccio. Sotto i nostri piedi le foglie croccanti si spezzano insieme all’umidità che bagna dolcemente il sentiero.
Incontriamo le “casotte”, tipici rozzi ripari in pietra costruiti a secco e per lo più ricoperti da uno strato impermeabile di zolle erbose. Queste strutture rivestivano diverse funzioni a seconda dell’esigenza e delle necessità. Si rivelavano comodi ripostigli per gli attrezzi agricoli, asciutti ripari durante gli acquazzoni o morbidi giacigli per il riposo durante le pause lavoro.

“Ora et labora”: il motto inciso sui portali d’ingresso al complesso abbaziale ci ricordano la passata presenza dei frati benedettini.

Notiamo con sorpresa che non siamo soli. Il grande e verde prato che si estende vicino alla Basilica è infatti punteggiato da altre persone che mangiano, scattano fotografie, leggono e giocano, come tre piccoli fratelli che rotolano ridendo lungo il prato.

Da quanto tempo non ammiravo queste immagini, così semplici, essenziali, primitive.

Ci sediamo anche noi, come d’usanza in questi casi, togliamo calze e scarpe e mangiamo qualcosa accarezzati dai raggi del sole più caldi della giornata.
Ammiriamo il paesaggio: dal Monte Cornizzolo, un tempo chiamato Pedale, dove sorge la Basilica di San Pietro detta appunto “al Monte” si staglia di fronte a noi il Monte Barro, il Lago d’Oggiono e il Lago d’Annone divisi dalla penisola Isella. Sullo sfondo le imponenti sagome del Resegone e le Grigne.

Veniamo ricontattati dagli “Amici di San Pietro” che ci avvertono dell’opportunità di apertura della Basilica. Che dire: “Gioia infinita”.
Verso le ore 15.00 arriva Serafino. Sì, questo è il suo nome, un nome che non si dimentica: per Elisa il rimando è diretto ai Serafini della prima gerarchia angelica, per Stefano è “Serafino” – Celentano – nel film di Pietro Germi del 1968.
E’ lui il nostro San Pietro che apre con le sue chiavi la Basilica, la cripta e anche il vicino Oratorio di San Benedetto, raccontandoci qualche curioso aneddoto.
Adoro questi momenti. Quando visito nuovi luoghi ho sempre il desiderio di incontrare qualcuno che vive lì, capace di raccontarti il suo sapere, quello Vero.

Semplicemente perché, a differenza di una guida turistica come me, non si limita a studiare, conoscere, ammirare quel luogo, ma lo vive, ogni giorno. Ogni giorno della sua vita.
Avrei voluto rimanere le ore ad ascoltarlo e a parlare ma, incuriositi dalla vicina Basilica di San Calocero, che Serafino brevemente ci illustra, ci congediamo.

Concludiamo la nostra giornata nel borgo di Civate, entrando nel muto chiostro di San Calocero, che resta ancora da visitare al meglio per gli affreschi e la cripta che si nasconde sotto la chiesa.
Beviamo un Caffè nel bar vicino (come suggeritoci da Serafino), salutiamo questo luogo e torniamo verso casa. Sullo sfondo dei colori pastello del tramonto sul lago, la promessa di “tornare quando ci sarà la neve”.
Da buona amante dell’arte, ci tengo a ricordare che vicino a Civate, in direzione Como, si trova Pusiano, dove, in Via Madonna della Neve, visse Segantini, artista che personalmente adoro. Che invidia, ripensandoci, riuscire ad impastare i colori di questi luoghi e fissarli sulla tela, per sempre.

Un ultimo appunto! A 20 km circa a sud di Civate si trova Agliate, frazione di Carate Brianza (MB), altra gemma preziosa tutta in stile romanico.

UN PO’ DI … STORIA

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Iniziamo con il fascino di un’antica leggenda.
Un giorno Algiso, figlio del re longobardo Desiderio, s’avvia alla caccia con i giovani compagni e giunge alle pendici del monte Pedale. Qui scorge un enorme cinghiale che si nutre di castagne e ghiande selvatiche e lo insegue. L’animale, dopo una corsa disperata nella boscaglia, si rifugia in un piccolo oratorio che sorge in una radura. Algiso, che lo vede accasciato ai piedi dell’altare, incocca una freccia nell’arco, ma d’improvviso diventa cieco.
Accorrono gli amici ed un eremita ed insieme chiedono a Dio un miracolo. Se il giovane riacquisterà la vista, sul luogo sorgerà una chiesa meravigliosa dedicata al primo degli apostoli, adorna di reliquie.
La basilica attuale, dedicata a San Pietro e Paolo non è certo la chiesa del leggendario voto di Algiso, ma la sua straordinaria architettura e mirabile arte decorativa riconducono il visitatore in un mondo di secoli passati.
Testimonianza fedele del romanico lombardo, essa è rimasta intatta, con il vicino oratorio di San Benedetto a narrare la grandezza di Dio e della sua Parola.

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Il luogo, che attualmente non è più occupato da religiosi, si compone di tre edifici: la basilica di San Pietro, l’oratorio intitolato a san Benedetto e quello che era il monastero, di cui rimangono solo rovine. Abbandonato come sede principale dell’abbazia, dopo la fondazione del monastero a valle di San Calocero, che sorge ancora nel vecchio nucleo del borgo di Civate, la sua presenza rimase importante anche dopo l’avvento dei monaci Olivetani nel XVI secolo, fino alla soppressione napoleonica dell’ordine.
Allora il monastero a valle di San Calocero e l’oratorio di San Benedetto furono venduti a privati, la basilica di San Pietro al Monte assegnata al municipio. Non sapendo che farsene, quest’ultimo la donò alla parrocchia cui ancora appartiene.

I lavori di restauro e manutenzione furono iniziati verso il 1930.
Dal 1975 gli “Amici di San Pietro”, sotto la guida di Don Vincenzo Gatti, continuano l’impegno di manutenzione, cura e restauro del complesso per consentirne la fedele conservazione e l’approfondimento degli studi e della conoscenza.

ARCHITETTURA&AFFRESCHI

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Arriva la parte del racconto che preferisco.
Prima di continuare a scrivere ho divorato le pagine del libro “Un monastero sulla montagna” che ho comprato in situ (scommetto che molti, come me, annusano le pagine di un libro ancora prima di comprarlo): un vero e proprio viaggio nella storia dai Celti, i Romani, i Longobardi, Carlo Magno, i monasteri, i Comuni fino alle soppressioni napoleoniche!

Non solo. Inizio a sorridere quando leggo i simboli, i colori, i nomi delle iconografie più classiche per una studiosa di storia dell’arte come me e mi ri-vedo quando li spiego ai bambini nei miei semplici ed occasionali “racconti d’arte” a scuola.

Cercherò di essere breve.
Prima di iniziare, raccomando uno sguardo privilegiato quando entrate in questi luoghi: abituatevi a guardare verso l’alto e a non dare niente per scontato.

Prima di entrare in San Pietro ammirate il portale d’ingresso.

DSC_0532Troverete la Tratitio Legis ovvero la “Consegna della Legge”, che in modo semplice ed immediato giustificano la dedicazione della basilica. Cristo al centro tra i Santi Pietro e Paolo cui consegna rispettivamente le chiavi, simbolo del potere della Chiesa e il libro della parola di verità, il Vangelo.

Primo passo dentro la basilica e guardate in alto.

Sulla prima volta a crociera, Cristo posto al centro domina la Gerusalemme Celeste (questa è una delle immagini che ricordo perfettamente stampata su una pagina del mio consumato libro di storia dell’arte – la fotografia che ho inserito nell’articolo arriva dalla Galleria di immagini del sito web AmiciDiSanPietro ), fedele alla descrizione dell’Apocalisse e rappresentata come nella letteratura medioevale.

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Città quadrata, con agli angoli le 4 virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), è fondata sulle pietre preziose di cui si leggono le iniziali puntate. Nelle mura si aprono 12 porte, mentre il Cristo ha ai lati gli alberi della vita, ed ai suoi piedi l’agnello sacrificale. Proprio dai piedi dell’agnello sgorga un rivo d’acqua che si divide in quattro ruscelli scorrendo verso l’interno della basilica. Nella volta successiva, quattro personaggi rovesciano da grandi otri l’acqua dei quattro ruscelli, che costituiscono un legame diretto tra cielo e terra trasformandosi nei quattro fiumi del Paradiso Terrestre: Geon, Pison, Tigri, Eufrate. Al centro, in un cerchio, il simbolo del Chi Ro o Chrismon (mi sembra ancora di sentire la voce del docente di storia dell’arte bizantina che pronuncia questo nome), ovvero la combinazione di due lettere dell’alfabeto greco che formano un’abbreviazione del nome di Cristo, affiancate dall’alfa e dall’omega, l’inizio e la fine.
Osservate le colonne legate da due plutei in stucco, su cui sono raffigurati due animali tratti direttamente dai bestiari medioevali: il grifo e la chimera.
Sono i simboli del male che fuggono dalla chiesa, poiché essa è luogo del bene.

Solo questo basta a lasciarvi a bocca aperta!

L’affresco dell’Apocalisse

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La raffigurazione di Civate riprende in modo meraviglioso il racconto del XII capitolo dell’Apocalisse di San Giovanni. L’affresco si svolge sulla parete di fondo, inserito in una delicata cornice di stucchi ed elementi architettonici che ne completano e rafforzano il significato simbolico.
La lettura dell’affresco inizia a sinistra, dove la donna partoriente è distesa. Sopra di essa il sole ed ai suoi piedi una falce di luna partecipano dell’evento straordinario che coinvolge l’universo. Un terribile dragone alato, simbolo del male spirituale, la minaccia con la mostruosità delle sue sette teste e dodici corna, mentre con la coda precipita le stelle dal cielo! Solo l’intervento fulmineo dell’arcangelo Michele, alla guida delle sue schiere angeliche, gli resiste. Egli risalta nella sua perfetta e fiammante divisa da centurione romano tra le tuniche dei suoi soldati celesti e protegge nella drammatica battaglia il bimbo che è nato. Ecco, infatti, che l’esito dello scontro è già celebrato con solennità al centro della scena: un angelo introduce il bambino nella mandorla. Ed il fanciullo si rivela il Cristo Vincitore, seduto in maestà sul suo trono.

Il ciborio

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Il pezzo artistico più rilevante della basilica, dal punto di vista plastico ed architettonico, è senza dubbio il ciborio.
Cos’è? E’ un elemento architettonico a forma di baldacchino che sovrasta l’altare nelle chiese. Poggia generalmente su quattro supporti verticali raccordati mediante archi e reggenti una volta piana o cupoletta, destinata a custodire la pisside contenente le ostie consacrate.
A Civate in San Pietro si innalza al centro del presbiterio, rialzato da tre gradini di granito di ghiandone rispetto alla navata, ed è attribuibile al X-XI secolo, con alcuni rifacimenti seicenteschi. E’ un monumento rarissimo di cui si ha un solo similare esempio in S. Ambrogio a Milano.

La cripta

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Una scala conduce alla cripta, la parte più antica della costruzione, un tempo decorata da stucchi, ora in buona parte scomparsi.
Stupendi i capitelli delle colonne e la parte absidale con notevoli decorazioni.
Vi sono tracce della Presentazione di Gesù al Tempio, la Deesis dal greco “supplica”, “intercessione” – Cristo benedicente tra la Madonna e San Giovanni Battista, rispettivamente simboli della Chiesa e dell’Umanità e due piccoli soldati inframmezzati ai personaggi maggiori. Sopra altra iconografia: Dormitio Virginis – “Dormizione della Vergine” – e l’Assunzione della Vergine in cielo.

Oratorio di S. Benedetto

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Di fronte alla Basilica di San Pietro si innalza l’oratorio di San Benedetto, dalle classiche forme del romanico lombardo. L’interno è spoglio, poiché la costruzione non è stata affrescata. I pilastri, al centro, non sorreggono più la volta forse caduta.
Attira l’attenzione l’altare, dove al centro è rappresentata la Deesis, sui fianchi S. Benedetto e   S. Andrea, a ricordare anche l’uso di cappella funebre cui era destinato lo stesso edificio.

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AmiciDiSanPietroCivate

ComuneDiCivate

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Qualche scatto estivo ad Agliate (MB)

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Credits

Un Monastero sulla Montagna – visita a San Pietro al Monte, Carlo Castagna, 2007

Amici di San Pietro – Serafino

Escursioni civatesi

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Passeggiate ossolane

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Non è semplice descrivere situazioni già vissute.

Semplicemente perché l’espressione delle nostre emozioni è istantanea, effimera.

Ripercorrere con la mente quelle emozioni non è mai lo stesso di quando le hai appena sentite.

Tuttavia, l’intreccio magico che si snoda non-a-caso tra le mie storie, mi ha stimolato nella stesura di un nuovo racconto, questa volta ambientato nella natura. Quella natura di cui, ad un certo punto, abbiamo bisogno: i colori, il silenzio, i profumi, la sua essenza.

Sentire l’essenza di ciò che ci sta intorno: questa è la forza della natura.

Tutto si ferma, “non si muove un filo d’aria” e all’improvviso sentiamo come l’esigenza di morderla, afferrarla, nasconderla dentro le tasche dei pantaloni e portarla sempre con noi.

Questa estate ho sentito forte tale esigenza. Scappare dal caldo, che mi faceva girare la testa, spogliare la mente dai mille pensieri e perdermi.

Il mattino di quel lunedì la pioggia scaricava ampolle d’acqua gonfie e pesanti. Il tempo non era dei migliori per una gita in montagna ma credo che quel lunedì la mia determinazione, insieme a quella di Cinzia e Antonietta, abbia incontrato la forza della natura.

Così Lei ci ha risucchiato in un desiderio irrefrenabile di viverla comunque, in qualsiasi condizione e a qualsiasi prezzo.

Arrivate a destinazione, candidi raggi di sole, un’aria vivida e fresca hanno subito gonfiato i nostri polmoni assetati.

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Dopo una breve sosta alle Fonti di Baceno per una vera ricarica d’acqua in pieno stile “into the wild” ci rechiamo verso gli Orridi di Uriezzo.

Uriezzo è una frazione di Premia, in Valle Antigorio.

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Gli Orridi sono ombrose incisioni nella roccia scavate dall’antico sistema di torrenti che scorrevano sul fondo del ghiacciaio del Toce che percorreva in passato la valle. Con il ritiro dei ghiacciai, l’andamento della locale rete idrografica si è sensibilmente modificato: la peculiarità degli Orridi di Uriezzo consiste proprio nel fatto che il torrente che li ha modellati ora non percorre più queste strette incisioni, pertanto è possibile camminare agevolmente all’interno di esse. Gli Orridi sono contraddistinti da una serie di grandi cavità subcircolari separate da stretti e tortuosi cunicoli. Le pareti sono tutte scolpite da nicchie, volute, scanalature prodotte dal moto vorticoso e violento di cascate d’acqua e in certi punti si avvicinano tanto che dal fondo non permettono la vista del cielo. Il fondo roccioso non è visibile, perché mascherato da materiale alluvionale e da uno strato di terriccio.

Gli Orridi costituiscono un ecosistema complesso: costanti condizioni di elevata umidità, scarsa illuminazione, pareti lisce e levigate, determinano difficili condizioni ambientali, a cui si adattano, in campo vegetale soprattutto muschi e felci, presenti in una grande varietà specie.

Gli Orridi visitabili sono tre, denominati Orrido Sud (il più spettacolare, chiamato dagli abitanti del luogo “Tomba d’Uriezzo”, lungo circa 200 metri e profondo da 20 a 30 metri), Orrido Nord-Est (lungo circa 100 metri e profondo una decina, molto stretto in alcuni punti) e Orrido Ovest (meno caratteristico, formato da due tratti distinti). Un quarto orrido, che prende il nome di Vallaccia, si trova poco sotto la Chiesa di Baceno ma è difficilmente accessibile e termina con un salto sul torrente Devero.

Visitiamo i primi due.

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Ricordo quelle pareti che trasudavano d’acqua, i loro imponenti e sinuosi volumi che si chiudevano sopra le nostre teste, come se da un momento all’altro volessero inghiottirci.

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Ricordo il verde del muschio che ho tanto catturato con la macchina fotografica.

Finalmente posso fermare questa immagine, quella del muschio intendo, che io adoro tanto.

Ricordo sempre con affetto quando, da piccola, durante una gita scolastica al Parco del Ticino, tolsi le scarpe per camminare a piedi nudi su un vero tappeto di muschio. Se chiudo gli occhi, riesco ancora ad avvertire quella sensazione di benessere che provai sentendo la mia pelle nuda a contatto con una superficie morbida, umida, accogliente.

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All’uscita dell’Orrido Sud proseguiamo fino al ponte di Maiesso per ammirare le caratteristiche Marmitte dei Giganti lungo il corso del Toce. Si tratta di impressionanti cavità emisferiche o cilindriche scavate nella roccia dalla violenza delle acque di fusione del ghiacciaio.

Un nome tra mito e realtà che ben restituisce, nella potenza con cui l’acqua attacca la roccia, la forza della natura.

Decidiamo di sederci vicino a questo meraviglioso spettacolo per una breve pausa pranzo, di quelle che piacciono a me. Quando ti siedi su un sasso, senza una tavola, quando le mani sporche di terra toccano il cibo, quando ti abbandoni e ti rilassi completamente nei discorsi più vari e disparati.

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Riprendiamo a camminare ed eccole comparire “Le grandi cattedrali dell’energia”, così come le ha definite l’architetto futurista Antonio Sant’Elia.

Torri a pagoda o neomedievali, finestre esagonali, trapezoidali, bifore…La fantasia dell’architetto Piero Portaluppi si è scatenata nella progettazione delle centrali elettriche dell’Ossola. Da una parte segno del prestigio del committente, la Società Elettrica Conti, dall’altra espressioni dello stile eclettico déco del primo Dopoguerra.

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Ammiriamo la Centrale di Verampio e, riguardando le foto, che nome si staglia sul muro della stessa? Ettore Conti. Lo stesso che poco fa ho immaginato seduto nella sua calda poltrona a Milano. Adoro questi viaggi mentali.

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Terminiamo la nostra giornata con la visita alla Cascata del Toce, chiamata anche “La Frua”, che forma un salto di circa 143 metri di altezza.

Ci rigeneriamo alle Terme di Premia e a Cravegna (frazione di Crodo) ci fermiamo per una rustica cena alla festa del paese. Qui incontro gli amici dell’Unione Sportiva, un bel gruppo che qualche tempo fa ho accompagnato alla scoperta del mio caro Naviglio Grande.

Una giornata lenta, tranquilla, morbida. Una giornata che, forse, riesco a rivivere nei fugaci momenti che in questi giorni dedico ai colori dell’autunno.

No, mi sbaglio. Se rifletto bene, una cosa è ammirare la natura, un’altra è viverla.

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Comunità Montana delle Valli dell’Ossola – Google

La Vigna di Leonardo a Milano

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Eccomi ancora a Milano.
Questa volta per esplorare una vigna, o meglio la Vigna, quella di Leonardo.
Nonostante la mia natura “da guida”, mi piace conoscere luoghi di cui conosco solo il nome e non ho molte informazioni.
Una “caccia al tesoro” dove la giusta aspettativa amplifica lo stupore della scoperta.
E’ una sorta di gioco che mi diverte e tiene ben allenata quella “fame di conoscenza” che noi esseri umani abbiamo intrinseca nel sangue ma che, a mio avviso, dobbiamo sempre ridestare e sollecitare per sentirci sempre più parte di qualcosa di grande, che ci circonda e ci abbraccia con le sue meraviglie.
In fondo…è una bellezza gratuita!

Il desiderio di fotografare domina sulle informazioni dell’audio guida che ci consegnano all’inizio del percorso.
Attivo il mio processo di sintesi delle informazioni e recepisco alcune parole chiave, tra cui Rinascimento, Sforza, Leonardo, Vigna, Ettore Conti, Piero Portaluppi e le abbino agli affreschi, alle architetture e agli scorci che ammiro.
E, come sempre, si compone una bella storia, della quale, non-a-caso, ho conosciuto qualche anteprima…

UN PO’ DI…STORIA

CRONACA DI UN PROGETTO – Piero Portaluppi e le case degli Atellani

Non lontano dal Cenacolo di Leonardo da Vinci e di fronte a Santa Maria delle Grazie, la casa degli Atellani è, seppur modificata nei secoli, il solo edificio di corso Magenta che conservi ancora un aspetto rinascimentale. Ma chi erano gli Atellani? Gli Atellani, o della Tela, erano una famiglia di cortigiani e diplomatici, originari della Basilicata, giunti al nord nel corso del Quattrocento, al servizio dei duchi di Milano, di Ludovico il Moro e degli Sforza. È proprio il Moro, nel 1490, a regalare a Giacometto della Tela, capostipite conosciuto della famiglia, due case a corte con giardino situate lungo il borgo delle Grazie, l’attuale corso Magenta. Due case vicine e separate: l’una nel luogo dello scomparso numero civico 67; l’altra, probabilmente già ricostruita nel primo Cinquecento, nel luogo dell’attuale ingresso al numero civico 65. I discendenti di Giacometto le abitano fino al Seicento. Nel 1919 il senatore Ettore Conti ne diventa il nuovo proprietario e affida all’architetto Piero Portaluppi, suo genero, l’incarico di trasformarle nella sua nuova abitazione. Portaluppi abbatte il muro che le separava e s’inventa una casa sola, unendo le due corti preesistenti grazie a un nuovo atrio porticato, sotto il quale prevede l’ingresso all’appartamento padronale. La pianta della nuova casa viene riequilibrata intorno a un inedito asse prospettico che si spinge fino al giardino interno. In fondo al primo cortile, l’architetto riporta alla luce tre muri di affreschi probabilmente dipinti nel 1533 in occasione del matrimonio fra Francesco II Sforza e Cristina di Danimarca; altri frammenti d’epoca, come le arcate e lo sporto del primo piano, sono messi in mostra lungo le pareti del secondo cortile.

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Intorno al portale su corso Magenta, Portaluppi sigla il progetto con le finestre a triangolo polilobato e con il cancello, su cui disegna il motivo dell’orifiamma. Il volume e il fronte su strada attuale vengono ricostruiti dall’architetto nel dopoguerra, per rimediare alle distruzioni causate dai bombardamenti che, nell’agosto del 1943, si abbattono sulla casa. Portaluppi abitava nell’appartamento al pianoterra, proprio in fondo al secondo cortile, dove è tuttora appesa la casetta simbolo del suo studio.

SALA DELLO ZODIACO – Fare senza dire

DSC_0037_newDecorare gli ambienti con immagini astrologiche era un’usanza già medioevale, comune prima agli edifici religiosi e diffusa, dalla fine del Duecento, anche agli edifici di carattere civile. La sala dello zodiaco di casa degli Atellani risulta già citata in un documento del 1544. La sala prende il nome dai segni dello zodiaco dipinti nelle lunette, mentre sulla volta compaiono i carri dei pianeti e, alle pareti, una carta d’Italia, la Rosa dei venti e alcune figure che rappresentano le stagioni. A fronte dei dodici segni zodiacali ora le lunette però sono quattordici: nel 1922 Portaluppi amplia la sala abbattendo l’obliquo muro finestrato che la delimitava; dopodiché decora lo spazio aggiunto con gli astrolabi che tanto amava e disegna due nuove lunette, riconoscibili dal proprio motto “faire sans dire” e dalle iniziali H e J, che starebbero per Hector e Joanna, i nomi di Ettore Conti e di sua moglie, Giannina Casati. Sul mosaico del pavimento Portaluppi ridisegna pianeti e segni dello zodiaco, in corrispondenza degli affreschi in parete, e traccia in diagonale, dove poggiano le due colonne, l’ingombro del muro abbattuto, che era poi il muro che separava le due vecchie case. La sala dello zodiaco è il capolavoro dell’arte mimetica di Portaluppi, della sua capacità di mescolare vero antico e falso storico.

Questa sala mi riconduce subito al quattrocentesco loggiato della Canonica Agostiniana del mio piccolo paese, Bernate Ticino, decorato nella parte superiore con segni zodiacali.

LA SALA DEL LUINI – Un caso di devozione cortigiana

Gli Atellani erano una famiglia devotissima agli Sforza, dinastia cui restarono fedeli sempre e per la quale, nel corso delle guerre d’Italia del primo Cinquecento, svolsero diversi incarichi diplomatici. Il segno di questa devozione è senz’altro la Sala dei ritratti, la sala al pianterreno della casa dove sono dipinti, sotto una volta a lunette completamente affrescata con arabeschi e motivi vegetali, quattordici tondi con le fattezze di altrettanti uomini e donne della dinastia sforzesca. Per identificarli, è necessario decifrare l’iscrizione che accompagna ogni ritratto.

La sala dei Ritratti è ormai attribuita con certezza a Bernardino Luini e bottega, ossia a Bernardino Luini e ai suoi quattro figli. Solo gli intrecci floreali del soffitto e delle volte, però, sono gli affreschi originali. Nel 1902, onde impedirne la più volte minacciata vendita all’estero, i ritratti sono stati acquistati dal Comune e trasferiti al museo del Castello Sforzesco, dove giacciono tuttora esposti. Gli affreschi presenti in sala oggi sono delle copie realizzate negli anni venti, all’epoca del progetto di Portaluppi.

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LA SALA DELLO SCALONE – Dagli Atellani in avanti

Già nel primo progetto del 1922 questo scalone, pensato da Portaluppi, portava all’enfilade dei grandi saloni di rappresentanza del primo piano, abbattuti dai bombardamenti. Piero Portaluppi concede l’onore delle armi alle famiglie Taverna, Pianca e Martini (dagli Atellani ad Ettore Conti, in quattro secoli di storia le case passarono attraverso queste tre differenti proprietà) incastonandone gli stemmi gentilizi nella balaustra dello scalone.

LO STUDIO DI ETTORE CONTI – Dal taccuino di un borghese

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Il senatore e ingegnere Ettore Conti è il primo, vero magnate dell’industria elettrica italiana. Con le sue imprese, nel primo Novecento, costruisce molte centrali idroelettriche nelle valli alpine, di regola su progetto di Portaluppi, diventando uno dei più importanti industriali del ventennio fascista. Questo è il suo studio. Muore nel 1972, all’età di 101 anni! È sepolto assieme alla moglie nella quarta cappella a sinistra di Santa Maria delle Grazie, la basilica di cui per due volte, prima e dopo la guerra, ha finanziato i restauri. In un’altra cappella delle Grazie, la sesta sulla destra, riposano gli Atellani.

Ettore Conti, Centrali idroelettriche, Portaluppi. Ed ecco l’anteprima della storia, alla quale dedicherò un altro piccolo articolo. Ad agosto, in primis per fuggire dal caldo estivo, in secundis per scoprire nuovi luoghi e soprattutto, ignara della Vigna di Leonardo, ho camminato nella natura ossolana, chiacchierando tra “Le grandi cattedrali dell’Energia” ovvero le Centrali idroelettriche di Ettore Conti, progettate da Portaluppi.

Chissà quanti pensieri e quanti discorsi sono evaporati da queste soffici poltrone, fotografate in questa atmosfera antica, quasi magica, che ci trascina un pò indietro nel tempo…

IL GIARDINO DELLE DELIZIE – Le novelle di Matteo Bandello

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La casa degli Atellani vive la sua età dell’oro nel periodo che va dal 1490 al 1535. È in questi anni che Matteo Bandello, frate domenicano di stanza alla Basilica delle Grazie, cortigiano e letterato, nonché caro amico dei figli di Giacometto, ambienta la maggior parte delle sue Novelle. Le 214 Novelle di Matteo Bandello, pubblicate nel 1554, sono in genere riconosciute come il novelliere più importante del sedicesimo secolo. Molte novelle sono annunciate dagli Atellani, oppure hanno gli Atellani come spettatori; molte vengono raccontate e ambientate sullo sfondo della loro casa e del loro giardino, luogo di cene e feste, centro privilegiato della vita mondana milanese. Nell’Ottocento il giardino di casa degli Atellani era invece un giardino romantico all’inglese al quale dicono avesse messo mano Ercole Silva, l’architetto paesaggista che, nel primo Ottocento, aveva introdotto il giardino all’inglese in Italia. Lo stesso giardino viene riprogettato da Portaluppi secondo nuove regole di simmetria, intorno a un viale prospettico composto da cipressi, ornato di anfore e statue in pietra, completato da parterres e fontane.

LA VIGNA DI LEONARDO DA VINCI – Una passione nascosta

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Leonardo da Vinci si trasferisce a Milano, alla corte di Ludovico il Moro, nel 1482.
Sedici anni dopo, nel 1498, Ludovico regala a Leonardo una vigna, di quasi sedici pertiche (oltre un ettaro di terreno), come omaggio alle sue mirabili opere milanesi e legato al fatto che la famiglia di Leonardo possedeva molti vigneti in Toscana: ciò che Ludovico il Moro voleva suggerire con il suo regalo era di far sentire Leonardo “a casa” nella città di Milano, dove il maestro trascorse 18 anni della sua vita.

Parte della vigna di Leonardo si trovava qui, nel perimetro dell’attuale giardino di casa degli Atellani. Su questa Vigna cade l’oblio per quattro secoli, fino ai giorni in cui Portaluppi avvia il cantiere di casa degli Atellani. È in questo periodo che l’architetto Luca Beltrami, grande storico di Leonardo, verifica sugli atti e i documenti rinascimentali la possibile esatta posizione della vigna, proprio in fondo a questo giardino. Ed è in questo periodo che Beltrami identifica e fotografa la vigna di Leonardo, incredibilmente ancora intatta, prima che venga distrutta da un incendio e dalle urgenze dell’urbanistica. In questi ultimi anni la Fondazione Portaluppi e gli attuali proprietari della casa hanno promosso una ricerca intorno al sito della vigna di Leonardo. Scavando nell’area riconosciuta da Beltrami sono stati individuati i camminamenti che regolavano i filari della vigna, seppelliti sotto le macerie dei bombardamenti del 1943. Grazie al materiale organico ritrovato il professor Attilio Scienza, massimo esperto di dna della vite, è riuscito a risalire al dna del vitigno coltivato da Leonardo: la Malvasia di Candia Aromatica.

Catapultata in questa piccola e silenziosa oasi verde, incastonata nel tessuto urbano milanese, percorro un divertente viaggio con la fantasia.

Me lo immagino Leonardo. Durante o dopo una giornata di lavoro al Cenacolo di Santa Maria della Grazie, attraversare la strada e andare a controllare la sua vigna…

Un’immagine straordinariamente antica e attuale nello stesso tempo.

In fondo questi sono luoghi dove la Storia riesce sempre a stupirci, a farci riflettere e letteralmente sognare.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Una breve visita anche alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie…

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