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ARTE IN CASA ~ Il villaggio dei giornalisti

Mario Cavallè, casa a fungo, 1946

Cari Amici,
da piccola mi chiedevo come sarebbe stato vivere nella casa di un puffo.
Sì, ricordate i puffi? Quelle buffe creature blu con le loro case a forma di fungo?
Bene, avreste mai pensato che, nel vasto mondo della storia dell’architettura, c’è stato qualcuno che ha progettato case a forma di fungo?
Ebbene sì, tutto è possibile.

Per l’undicesimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero farvi conoscere un quartiere di Milano famoso per le sue case a forma di fungo e non solo.
Sto parlando del Villaggio dei giornalisti.

Ci troviamo nella zona nord-orientale della città, nel quartiere della Maggiolina, poco oltre la Stazione Centrale, quartiere che nel corso del Novecento fu investito da interessanti ed originali progetti architettonici.
Nel 1911 l’avvocato Mario Cerati, redattore del quotidiano milanese Il secolo, scrisse un articolo nel quale denunciò come l’attenzione del governo fosse concentrata solo sull’urbanistica popolare, mentre scarseggiavano i quartieri della piccola e media borghesia.
Promosse così la “costituzione di una società cooperativa per l’acquisto di terreni nel Comune Milano o nelle sue immediate vicinanze per costruirvi fabbricati ad uso di abitazione dei suoi soci”.
L’iniziativa ebbe un forte successo: venne costituita la società “Quartiere Giardino Mirabello”, dal nome della villa quattrocentesca, ancora oggi ben conservata, vicino alla quale iniziarono le prime operazioni.
I terreni acquistati furono identificati nelle immediate vicinanze, ma tutti fuori da Milano, in località Greco Milanese, paese adiacente alla grande città che venne aggregato al Comune di Milano nel 1923.
Considerando che il primo nucleo di aderenti all’iniziativa furono pubblicisti, si diede al quartiere il nome di “Villaggio dei Giornalisti” che fu progettato dell’ingegnere Evaristo Stefini.

Nel quartiere si esibì l’estro creativo dell’ingegnere Mario Cavallè che realizzò nel 1946 le celebri case a igloo, chiamate anche case zucca e le singolari case a fungo.

Queste ultime particolare abitazioni furono progettate sul modello del fungo allucinogeno Amanita Muscaria, ovvero il fungo per antonomasia che i bambini disegnano fin da piccoli: quello rosso con i puntini bianchi. Purtroppo agli inizi degli anni Sessanta i funghi di Cavallè furono demoliti ma nel Comune di Novate Milanese ne sono stati riprodotti tre, non del tutto uguali a quelli originali ma in grado comunque di richiamarne la memoria.

Oltre a queste originali casette è doveroso ricordare la presenza nel quartiere dell’abitazione che l’architetto Luigi Figini progettò per se stesso, Villa Figini: una struttura in cemento armato sostenuta da pilastri ispirata agli insegnamenti del grande architetto Le Corbusier, manifesto dell’architettura razionalista italiana e Bene Storico Monumentale.

Luigi Figini, Villa Figini, 1934-1935 © Archivio Architetto Figini AAF Milano

Le sorprese non finiscono qui.
In un dialogo tra antico e moderno si colloca la splendida Villa Mirabello, uno degli esempi di maggior interesse per quanto riguarda la tipologia della villa-cascina suburbana quattrocentesca. Il nome deriva dal nobile Giovanni Mirabello che acquisì la proprietà dopo l’ultimo duca della dinastia viscontea, Filippo Maria Visconti. Nel 1445 la villa entrò in possesso di Pigello Portinari, nobile fiorentino incaricato di gestire a Milano il Banco Mediceo e committente della cappella Portinari in S. Eustorgio.

Villa Mirabello, seconda metà sec. XV

Come sempre, vorrei raccontarvi molto di più su questo insolito ed interessante quartiere ma … vi aspetto ad una mia futura visita guidata!

Un caro saluto
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ARTE IN CASA ~ Paneropoli

PAOLO UCCELLO, San Giorgio e il drago, 1460 circa, olio su tela, 57 x 73 cm, National Gallery, Londra

Cari Amici,
il 23 aprile si festeggia San Giorgio, patrono di cavalieri, arcieri, soldati, armaioli e boy scout.

Siamo abituati a vederlo a cavallo nell’atto di uccidere il drago e tutti conoscete la sua storia.
Ma forse non tutti sapete che il 23 aprile, a Milano, è d’obbligo mangiare il pan de mej o pan meino. Forse non tutti sapete che il 23 aprile, a Milano, fino agli anni ‘60 circa, si teneva la Panerada.

Per il nono appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi una tra le più sentite tradizioni milanesi legate a questa ricorrenza.

Andiamo con ordine.

Tutti conosciamo il pan de mej come il dolce zuccherato che ci regala in bocca il delicato sgretolarsi della farina gialla, uno degli ingredienti che compongono la sua ricetta. Il suo nome, in realtà, deriva dalla parola miglio, ingrediente molto usato nell’antichità e che, mischiato ad altre farine, serviva per produrre il pane.

Il 23 aprile era anticamente la data in cui si stipulavano i contratti annui per la fornitura di latte tra mandriani (detti anche bergamini) e lattai. In quel periodo, infatti, i mandriani lasciavano la pianura per salire agli alpeggi.
Per solennizzare questo antico patto si diffuse l’usanza di consumare il pan de mej: i lattai, per l’occasione, regalavano ai propri clienti la panna liquida (la panera) per accompagnare il pane di miglio aromatizzato con i fiori di sambuco, in piena fioritura. Ecco battezzata la panerada.

Le mandrie dette “bergamine”, poiché la transumanza avveniva nelle valli bergamasche, scendevano dagli alpeggi il 25 novembre, giorno di Santa Caterina, da cui il detto “a Santa Caterina la vacca la va’ in cassina”. Alcune mandrie entravano a Milano per una più immediata fornitura di latte fresco.
I bergamini, come altre categorie che hanno contribuito alla vita economica di Milano (basti pensare agli orefici, gli spadari, gli armorari) hanno, in pieno centro storico, una via ad essi dedicata: via Bergamini, nei pressi dell’Università Statale, anticamente chiamata contrada dei bergamini.
In questa contrada stavano antiche stalle di legno dove stazionavano le vacche che fornivano il latte fresco agli ammalati dell’Ospedale Maggiore (la Cà Granda, voluta nel 1456 da Francesco Sforza); strutture che furono rimosse dopo le Cinque Giornate del 1848, poiché il loro legno fu riutilizzato per fabbricare le barricate di Milano.

Il pan de mej è inoltre legato ad un quartiere di Milano, Morivione (in milanese, Moriviun), sito nella parte meridionale della città, a sud di Porta Lodovica, appartenente al Municipio 5. In precedenza borgo rurale facente parte dei Corpi Santi di Milano, venne annesso al comune di Milano nel 1873.

Da queste parti imperversava nella prima metà del XIV secolo una banda di taglieggiatori che terrorizzava i viandanti e la pacifica popolazione del contado. Erano gli ultimi avanzi della disciolta “Compagnia di San Giorgio” scampata dalla famosa battaglia di Parabiago, nella quale le truppe di Azzone Visconti, signore di Milano, insieme agli zii Luchino e Giovanni arcivescovo, avevano portato una sonante vittoria su Lodrisio Visconti, ennesimo zio di Azzone e bramoso di rubargli il potere.
Quando il potere passò a Luchino Visconti, il nuovo signore ritenne giunto il momento di liberare il borgo da quell’accolita di ladroni al cui comando era il famigerato Vione Squilletti.
Messi assieme i migliori cavalieri, Luchino uscì dalle mura cittadine e piombò sulla banda accerchiandola da ogni parte. Dopo una zuffa furibonda Vione e gran parte dei suoi furono uccisi: era il giorno di San Giorgio.
La notizia della strepitosa vittoria si sparse in un baleno in tutto il territorio, le campane suonarono a festa e i contadini corsero incontro ai liberatori offrendo loro, in segno di gratitudine, la propria specialità: pane di miglio e panna.
Infine, ci fu qualcuno che a ricordo dell’evento scrisse col carbone sul muro di un cascinale: “Qui morì Vione!” Da qui l’usanza dei milanesi di dire “andiamo dove morì Vione”, andiamo a Morivione.
Così a testimonianza dell’accaduto ogni anno, nel giorno di San Giorgio, i milanesi erano soliti recarsi in questo borgo per festeggiare San Giorgio con la panerada.

E Panerepoli?
Fu così che Ugo Foscolo battezzò la città di Milano, la città della panna e del burro.
Si dice per ritorsione contro il pubblico milanese che coprì di fischi la prima rappresentazione della tragedia Aiace alla Scala affossandola definitivamente in un coro di sonore risate esplose alla battuta infelice “Oh, Salamini!” che l’eroe rivolse ai combattenti di Salamina ma che suonò come un’invocazione ai succulenti insaccati.

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Anticacredenzasantambrogiomilano
Bruno Pellegrino, Milano 69 luoghi da scoprire, 2018

ARTE IN CASA ~ ORTO&ARTE

Cari Amici,
nella ricorrenza del mio compleanno, mi piace riguardare le foto di quando ero piccola.
Ce n’è una in particolare a cui sono molto affezionata.
E’ la foto scattata insieme a mio nonno Luigi nel bel mezzo di quello che per me era il paese delle meraviglie: l’orto!
La vita ha voluto che io nascessi il 10 aprile, il giorno successivo al compleanno di mio nonno Luigi ed è per questo che conservo un legame molto speciale con lui.
Una persona cara che ci ha lasciato parecchio tempo fa e che se fosse ancora viva avrebbe 89 anni!

Ricordando l’orto di mio nonno ho avuto l’ispirazione per l’ottavo appuntamento di ARTE IN CASA.
L’Orto milanese per antonomasia è l’Orto Botanico di Brera, uno dei luoghi più affascinanti e magici della città che ancora oggi si estende accanto al complesso dell’Accademia. La magia di questo orto è quella saperti catapultare in una dimensione in cui il tempo sembra annullarsi, un luogo dove assaporare il silenzio si trasforma in un’esperienza sensoriale davvero unica.
Sotto le fronde di alberi secolari, annusando i profumi delle piante aromatiche, ammirando i colori dei fiori è possibile entrare in contatto con una natura autentica, speciale.

L’Orto Botanico di Brera fu istituito nel 1774 quando Maria Teresa d’Austria stabilì che l’ex giardino dei Gesuiti diventasse un’istituzione con finalità didattico-scientifiche per gli studenti di medicina e farmacia del ginnasio di Brera. In quel periodo venne privilegiata la coltivazione di piante officinali anche per il parziale rifornimento della Spezieria di Brera, destinata al servizio pubblico della città.
In periodo francese si cercò di trasformare l’Orto in luogo di ritrovo e svago per la cittadinanza introducendo anche piante esotiche ornamentali, ma con la caduta di Napoleone prima e l’Unità d’Italia poi, l’Orto Botanico cadde sempre più in abbandono; nel 2001 è stato recuperato, riportato all’antico splendore e riaperto al pubblico.
Attualmente l’Orto Botanico di Brera è un Museo universitario con la finalità di salvaguardare un bene storico come testimonianza del modello culturale in vigore nella seconda metà del Settecento.
Fa parte, assieme ad altri 6 orti botanici, della Rete degli Orti della Lombardia, associazione che ha lo scopo di progettare e sviluppare iniziative culturali congiunte.
Tra le specie più interessanti spiccano i patriarchi dell’Orto, due Ginkgo biloba di due secoli e mezzo di vita, simbolo del giardino e siti nello storico arboreto.

Ora che vi ho parlato dell’Orto desidero condividere il legame che esiste tra l’Orto Botanico di Brera e alcune opere d’arte conservate alla Pinacoteca di Brera, focalizzando l’attenzione sul mondo vegetale rappresentato nei dipinti, lo stesso mondo che popola il meraviglioso Orto Botanico.

Prima di iniziare vi ricordo che la Pinacoteca di Brera, nata nel 1776 come eterogenea raccolta di opere destinata alla formazione degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera voluta dall’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, fu ufficialmente istituita del 1809 come museo pubblico da Napoleone Bonaparte. Oggi, Museo di statura internazionale, raccoglie in 38 sale capolavori di artisti italiani dal XIV al XIX secolo.

Vittore Carpaccio e la borragine
Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio, 1514

Borragine

Clicca sull’immagine per ammirarla in ogni suo dettaglio.

VITTORE CARPACCIO, Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio, 1514, olio su tela, 147 x 172 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Vittore Carpaccio nacque a Venezia intorno al 1465 e lì operò fino alla morte avvenuta nel 1526. I suoi dipinti più famosi sono i cicli di storie realizzati per le principali confraternite della città (Scuole). In queste opere, la tradizione narrativa veneziana si coniuga con l’attenzione al dettaglio propria dell’arte fiamminga, dando vita ad ambientazioni fantastiche.
La Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio faceva parte della serie di cinque grandi tele con le storie del santo che ornavano la sede veneziana della Confraternita dei Laneri.
Carpaccio ambienta la vicenda, che si era svolta a Gerusalemme, in uno scenario immaginario con edifici fantastici, in cui molti personaggi sono abbigliati all’orientale. Anche le piante, fra le quali molte sono medicinali, vengono descritte minuziosamente e tra di esse, in basso a destra, è riconoscibile la borragine. L’insolita scelta di raffigurare proprio questa pianta dipende forse dal fatto che il suo nome si collega al mondo dei produttori e dei commercianti della lana, che costituivano la maggioranza dei confratelli della Scuola di Santo Stefano. Borragine, infatti, deriva dal latino borra, un tessuto di lana ruvida, per la peluria che ricopre le foglie.

Bernardino Luini e la Rosa
Madonna col Bambino (Madonna del Roseto), 1520-1521 circa

Rosa
BERNARDINO LUINI, Madonna col Bambino (Madonna del Roseto), 1520-1521 circa, olio su tavola, 70 x 63 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Bernardino Scapi detto Luini perché nacque nei pressi di Luino nel 1480 circa, fu prevalentemente attivo a Milano, dove morì nel 1532. Le sue prime opere rivelano l’influenza di Zenale, Bergognone, Bramantino e Leonardo. Il suo stile maturo mostra impianti compositivi molto semplici ed espressione smisurata dei sentimenti, anche nelle scene più drammatiche.
La Madonna del Roseto è un’opera probabilmente destinata alla Certosa di Pavia. Nella rappresentazione della Vergine col Bambino, Luini coniuga il gusto per la descrizione del dato naturale tipico della tradizione lombarda con gli studi botanici iniziati da Leonardo fin dal periodo fiorentino. Ogni specie vegetale è ben riconoscibile e resa con estrema aderenza alla realtà. Di particolare rilievo il pergolato di rose che funge da sfondo alla scena, crando un hortus conclusus, elemento tradizionalmente associato alla figura di Maria, alludendo alla sua purezza. L’iconografia del giardino chiuso è connessa con l’Immacolata Concezione della Vergine e con la sua totale estraneità dal peccato.

Vorrei raccontarvi altre opere in cui è tangibile la presenza del mondo vegetale dell’Orto Botanico di Brera ma … vi aspetto ad una mia futura visita guidata!

Un caro saluto
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ArteOrto (da un progetto di Aboca in collaborazione con la Pinacoteca e l’Orto Botanico di Brera).
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ARTE IN CASA ~ Raffaello

Cari Amici,
per il settimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi la figura di uno dei più grandi artisti d’ogni tempo, la cui opera segnò un tracciato imprescindibile per tutti i pittori successivi e fu di vitale importanza per lo sviluppo del linguaggio artistico dei secoli a venire.

Sto parlando dell’urbinate Raffaello Sanzio, del quale quest’anno si celebra il 500esimo anniversario dalla sua morte. Raffaello, infatti, morì il 6 aprile 1520 a soli 37 anni, nel giorno di Venerdì Santo. Il suo corpo fu sepolto nel Pantheon, come egli stesso aveva richiesto.

Riassumere la vita e le opere di Raffaello in un solo articolo è impossibile, così ho deciso di dedicarvi qualche “pillola” della sua vita e delle sue opere.

La Casa di Raffaello
La Casa di Raffaello ad Urbino è una dimora di valore storico: qui è nato l’artista nel 1483, qui è avvenuta la sua formazione accanto al padre, il pittore, poeta e scrittore Giovanni Santi (1440 ca.-1494), un colto umanista alla corte di Federico da Montefeltro. L’edificio del XV secolo, acquistato da Santi nel 1460, dopo la prematura morte di Raffaello fu custodito da privati senza subire particolari rifacimenti. Nel 1869 il Conte Pompeo Gherardi trasformò la casa in sede della nuova Accademia Raffaello, un’istituzione che negli anni ha visto illustri soci onorari, da Manzoni a Garibaldi fino a Rossini. Tutt’oggi luogo di ricerca, studio e raccolta documenti sul grande artista, spicca in una piccola stanza, ritenuta quella natale di Raffaello, un affresco di dubbia paternità: la Madonna col Bambino è di Giovanni Santi o del giovane figlio?

👉🏻 Alberto Angela e la Madonna di Raffaello

Le donne di Raffaello
Raffaello seppe cogliere l’essenza femminile, più di ogni altro pittore a lui contemporaneo. Nei ritratti rinascimentali, la donna è quasi sempre oggetto del desiderio dell’uomo; per Raffaello invece, essa manifesta una propria intelligenza e consapevolezza che risuona nell’eros dell’immagine. In quest’ottica, le figure femminili dell’artista sono le prime donne moderne del mondo occidentale. Spesso, le donne che Raffaello ha ritratto sono figure importanti che provengono dalle corti, luoghi dove era loro permesso l’accesso alla cultura, alla lingua italiana, latina e spesso anche greca. Nei ritratti di Raffaello quindi, si impone una femminilità nuova, quasi ribelle, che sprigiona il valore e la virtù profonda che proviene dall’essere donna.

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RAFFAELLO SANZIO, La Fornarina, 1518-1519, olio su tela, 85 x 60 cm, Galleria nazionale d’arte antica, Roma
È firmato sul bracciale della donna: RAPHAEL VRBINAS.

Lo Sposalizio della Vergine
Lo Sposalizio della Vergine è la pala d’altare realizzata da Raffaello nel 1504 per la chiesa di San Francesco a Città di Castello, su commissione dalla famiglia Albizzini. Il soggetto rappresentato, le nozze di Maria dopo che Giuseppe era stato scelto come suo sposo in maniera miracolosa, proviene da un vangelo apocrifo, diffuso attraverso La Legenda Aurea, una raccolta di biografie agiografiche composte in latino da Jacopo da Varazze nel 1298. Lo Sposalizio, rappresenta il momento di massimo avvicinamento della pittura di Raffaello ai modi del Perugino. La ripresa dell’iconografia del celebre maestro, evidenzia la particolare qualità espressiva maturata da Raffaello, che crea un capolavoro di prospettiva rinascimentale, in profondo rapporto con la raffinata cultura urbinate in cui il giovane artista si è formato. Se Perugino aveva semplicemente accostato le parti della composizione entro una struttura prospetticamente corretta, Raffaello costruisce una composizione in cui tutti gli elementi sono legati da relazioni matematiche di proporzioni e sono disposti secondo un preciso e serrato ordine gerarchico.

👉🏻 James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera dal 2015,  racconta lo Sposalizio della Vergine

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RAFFAELLO SANZIO, Sposalizio della Vergine, 1504, olio su tavola, 174×121 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Il Raffaello dell’Ambrosiana. In principio il Cartone.
Il restauro del disegno della Scuola di Atene
E’ il più grande cartone rinascimentale a noi pervenuto, interamente realizzato da Raffaello. Oltre duecento fogli di carta sui quali l’artista disegnò La Scuola di Atene, la prima delle composizioni ideate per gli affreschi commissionati da Giulio II per la Stanza della Segnatura, negli appartamenti del Palazzo Apostolico in Vaticano. Una superficie di circa otto metri di lunghezza per tre metri di altezza dove si snodano le immagini della comunità dei sapienti antichi e moderni. Un racconto in bianco e nero dal dinamismo accentuato e dagli intensi effetti chiaroscurali, composto da più di cinquanta figure, tra le quali spiccano in alto, nel gruppo dei filosofi, Platone, con il dito puntato verso l’alto, riconoscibile poiché regge il Timeo, e Aristotele, identificabile dal libro dell’Etica. Il “bel finito cartone”, secondo le definizioni dell’epoca, conteneva tutte le informazioni necessarie alla realizzazione dell’opera: non solo i contorni delle figure e dello scenario in cui andavano a disporsi ma i movimenti, le espressioni dei volti e la provenienza della luce, fornendo un’immagine compiuta di quello che sarebbe stato il risultato finale. Il cartone non fu distrutto durante la trasposizione del disegno sulla parete da affrescare e sopravvisse, nonostante la fragilità del supporto, anche alle razzie e a perigliosi viaggi per acqua che lo intaccarono senza offuscare l’articolata e fitta sequenza narrativa messa in scena da Raffaello. Il prezioso manufatto era, infatti, tra i tesori artistici requisiti da Napoleone che lo portò via dalla Pinacoteca Ambrosiana dove si trovava sin dal 1610. Proprio al Louvre, tra il 1797 e il 1798, il cartone subì un complesso restauro prima di rientrare a Milano nel 1816. Nel 2014 la Biblioteca Ambrosiana, ha avviato sul cartone una lunga e laboriosa attività di indagine e opera di restauro conservativo.

👉🏻 Il cartone della Scuola di Atene

RAFFAELLO SANZIO, Scuola di Atene, 1509, Biacca, Carboncino, Cartone preparatorio, 285 × 804 cm, Pinacoteca Ambrosiana, Milano

Madonna della Seggiola
Perfetto esempio di dipinto di forma circolare, il cosiddetto “tondo”, quest’opera di Raffaello appartiene a uno dei principali temi di ricerca dell’artista – la Madonna e il Bambino – e rimane uno degli esempi più radiosi del Rinascimento italiano. Eseguito tra il 1513 e il 1514, il dipinto fu completato quando il maestro era a Roma per dipingere gli appartamenti papali in Vaticano.
L’opera si trova nelle collezioni medicee fin dalla prima metà del Cinquecento, ed era sicuramente nata per una collocazione privata, a giudicare dal formato della tavola. La presenza della sedia camerale, da cui l’opera trae il titolo, la complessità compositiva e altri dettagli hanno fatto ipotizzare che l’opera fosse nata su commissione di papa Leone X, e da lui inviata ai suoi parenti a Firenze.
L’aspetto che più rapisce di quest’opera è il tono intimo e domestico che la caratterizza, accentuato dal gesto affettuoso di Maria che stringe tra le braccia Gesù e dall’intenso e penetrante sguardo con cui osserva lo spettatore. Le gambe della Vergine si sollevano, coperte da un drappo azzurro, scivolando quasi in avanti, in modo da creare un ritmo circolare che sembra voler suggerire il dondolio del cullare. Dietro la bellezza formale si cela una composizione condizionata dalla forma circolare della tavola: l’andamento circolare delle figure della Vergine e del Bambino è bilanciato dalla verticalità della spalliera del sedile. L’unità compositiva e l’affettuosa intimità tra la madre e il figlio sono ottenute anche attraverso la disposizione dei colori: freddi all’esterno, caldi all’interno.
Non c’è dubbio: l’opera è “uno dei maggiori capolavori dell’arte rinascimentale”.

Cliccate sull’immagine per ammirarla in ogni suo dettaglio.

RAFFAELLO SANZIO, Madonna della seggiola, 1513-1514, olio su tavola, diametro 71 cm, Galleria Palatina, Firenze

Infine, come ben saprete la grande mostra “Raffaello 1520-1483” alle Scuderie del Quirinale a Roma rappresenta uno degli eventi più attesi del 2020 non solo in Italia ma in tutto il mondo. Inaugurata il 5 marzo, è stata chiusa al pubblico tre giorni dopo per contenere il propagarsi dell’epidemia.
Così, desidero chiudere questo articolo con una passeggiata virtuale in questa grande mostra.

👉🏻 “Raffaello 1520-1483”. Una passeggiata in mostra

Alla prossima puntata!

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ARTE IN CASA ~ Le perle del Liberty milanese

Cari Amici,
per il sesto appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi alcune perle della Milano Liberty.

Sì, proprio delle perle. Perle incastonate nelle forme di sinuosi motivi floreali forgiati nella materia del ferro battuto, dei fregi, mosaici, affreschi e maioliche.
Sto parlando del fenomeno artistico imperante a Milano nei primi anni del Novecento, testimonianza tangibile di una città divenuta capitale della finanza italiana e che vede nella nuova borghesia milanese la sua principale committente.

L’area liberty milanese per antonomasia è quella di Porta Venezia.

Partiamo da un hotel.
L’hotel Kursaal Diana, oggi Sheraton Diana Majestic, in Viale Piave, 42.
La cosa straordinaria da sapere è che prima dell’edificazione di questo hotel l’area era occupata da quella che fu la prima piscina pubblica d’Italia, i Bagni di Diana, aperta nel 1842. L’atmosfera di questo modernissimo impianto la si può vedere nel breve filmato della casa Lumiere del 1896, uno dei primi documenti cinematografici su Milano.
La piscina lasciò spazio all’hotel Kursaal Diana di Achille Manfredini nel 1908, un complesso con albergo, teatro e ristorante. Al posto della piscina dei Bagni Diana un giardino di 700 metri quadrati, ancora oggi uno dei fiori all’occhiello dell’albergo, con piante fontane e una pista di pattinaggio.

Kursaal Diana. Salone del teatro, 1909 (da L’Edilizia Moderna)

Non distante dall’hotel Diana, in Via Malpighi 3, troviamo Casa Galimberti, progettata da Giovanni Battista Bossi per i fratelli Galimberti, imprenditori edili, tra i primi sostenitori del nuovo stile a Milano. La sua superficie è un meraviglioso e luccicante tappeto di piastrelle di ceramica dipinte su cui fioriscono figure femminili e maschili in un intreccio di piante rampicanti lussureggianti.
L’esterno riccamente decorato, l’interno piuttosto semplice, perché Casa Galimberti fu concepita come “casa a reddito”, ovvero una residenza di appartamenti da mettere in affitto.

Casa Galimberti, foto di Andrea Cherchi

Resto sempre affascinata dalla raffinatezza e dall’eleganza delle due bellissime statue femminili, due cariatidi, ai lati dell’ingresso di Casa Campanini in Via Vincenzo Bellini, 11. Un vero e proprio invito ad entrare in quello che è considerato il capolavoro di Alfredo Campanini, architetto di origini emiliane ma milanese d’adozione, che progettò per sé questa casa tra il 1904 e il 1905. L’architetto non si occupò solo della costruzione dell’edificio ma anche del disegno di tutti i particolari decorativi, dalle figure scultoree del portale alle vetrate e ai ferri battuti con motivi vegetali, realizzati dalla ditta Mazzucotelli, specializzata nel ferro battuto e responsabile della realizzazione delle decorazioni di molte tra le più significative opere Liberty italiane e straniere. Grandissima è la maestria con cui viene impiegato il cemento, uno dei nuovi materiali sperimentati dal modernismo, modellato per la decorazione.

Casa Campanini

Palazzo Castiglioni, situato ai civici 47 e 49 di Corso Venezia, è considerato il manifesto artistico del Liberty milanese. Fu costruito tra il 1901 e il 1904 su progetto dell’architetto Giuseppe Sommaruga per l’imprenditore Ermenegildo Castiglioni spinto dalla volontà di distinguersi rispetto alle altre costruzioni della zona, nobili dimore settecentesche dalle forme neoclassiche simboli della vecchia aristocrazia cittadina.
Il palazzo emerge così per contrasto rispetto alle costruzioni vicine per le dimensioni monumentali, per la facciata dal pronunciato bugnato grezzo e per l’esuberanza della decorazione plastica e in ferro battuto.
Due grandi statue femminili, opera dello scultore Ernesto Bazzaro e allegorie della Pace e dell’Industria, ornavano originariamente il portale d’ingresso ma, giudicate “scandalose” a causa della nudità esposta, in quanto posavano dando le spalle e il loro lato B ai passanti, furono rimosse e ricollocate sul fianco della villa Romeo Faccanoni (oggi Clinica Columbus, in via Buonarroti 48). Per questo motivo il palazzo fu battezzato la Cà di Ciapp.

Le statue della Pace e dell’Industria in Via Buonarroti, 48

Vorrei raccontarvi ancora tante perle del Liberty milanese ma … vi aspetto ad una visita guidata per condividere con voi lo stupore per la bellezza di un angolo della città a cui sono più affezionata.

Condivido con voi anche questa clip:

Milano, le bellezze del Liberty, da Repubblica TV

A presto!

elysArte

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Lombardia Beni Culturali
Il Giorno

Impressioni

Sapete qual è il sogno più bello di una guida turistica?

Vedere l’Arte trasformarsi in realtà.

L’ho studiata sui libri, l’ho ammirata in musei e mostre ma vedere l’Arte prendere vita, questa sì che è un’esperienza unica! E la cosa straordinaria è che non ho dovuto attraversare oceani, prendere treni o aerei. Questo miracolo è successo vicino a casa, a Somma Lombardo, alla diga del Panperduto.

Lo affermo sempre: cerchiamo l’oro lontano, ma il vero tesoro è più vicino di quanto pensiamo.

Adoro questi momenti, in cui un semplice pomeriggio in compagnia di buoni amici, si trasforma in una favola, una magia, che vorresti rivivere all’infinito.

Fremo ancora mentre scrivo questo racconto, sono euforica come una bambina quando apre un bel regalo.

Quando ho visitato la diga del Panperduto quasi un anno fa, mi sono iscritta alla Newsletter dal sito web www.panperduto.it. In fondo è un ottimo strumento per andare alla ricerca di esperienze ed eventi.

“Impressioni del Panperduto. Passeggiata tra natura e Impressionismo, incontrando gli artisti e l’atmosfera di quell’epoca” recita la locandina dell’evento di domenica 18 giugno. L’occasione è la prima Giornata Nazionale dei Piccoli Musei, che mira a celebrare questo luogo fatto di natura, architettura e storia qual è il Panperduto.

Mi sono subito detta: non posso mancare!

  

Così insieme a Stefano, Max, Laura, Mauro e la sua famiglia, siamo andati alla scoperta di questa bella iniziativa. Si parte con la visita guidata alla diga del Panperduto, condotta da Claudia Tramarin (che non-a-caso conosco) e poi grazie alla collaborazione con l’Associazione “Quelli del Sessantatre” di Somma Lombardo ecco che figuranti in costume ottocentesco si trasformano in veri e propri quadri viventi, riproponendo le opere dei maggiori esponenti dell’Impressionismo francese, artisti come Renoir, Van Gogh, Pissarro, Monet.

Subito inizio a scattare fotografie, fagocitata dalla Bellezza che mi avvolge. Insomma quelle persone, con i loro vestiti, i loro colori, le loro espressioni … insomma … sono dei veri e propri capolavori! Cioè, voglio dire, è una magia: e non si provano le sensazioni che si ascoltano di fronte ad un quadro, questa è un’emozione nuova, che non ho mai provato!

Perché la cosa straordinaria è che non siamo a Parigi, non c’è Van Gogh, i personaggi ritratti non parlano francese … eppure è tutto così … maledettamente reale, vivo, vero!

  

Sarei stata le ore ad ammirare tutta questa Bellezza, così genuina, così umana.

Questo è quello di cui ha bisogno il mondo. Pennellate di colore che emozionano. Persone che con il loro amore, la loro passione, la loro amicizia trasmettono questo colore. E in questo caso quel colore che è protagonista della pittura Impressionista. Quella pittura che si impasta con il molle respiro della natura, che ferma il mondo così come è colto dall’occhio e ne registra le impressioni … proprio come l’obiettivo della macchina fotografica!

Sì, perché è la fotografia, la cui invenzione si fa convenzionalmente risalire agli inizi del 1800, che contamina la pittura e proprio in queste contaminazioni si colloca il movimento Impressionista.

E se vi dicessi che nel 1874 la prima di una serie di otto esposizioni note come impressioniste si è svolta nello studio di un fotografo di nome Gaspard-Félix Tournachon, in arte Nadar?

Siamo tutti collegati.

Per la pittura impressionista è determinante dipingere en plein air, all’aria aperta, perché soltanto così, osservando le cose sotto una diretta luce naturale, si può arrivare ad una resa adeguata e non convenzionale del mondo reale così come effettivamente si vede.  L’occhio del pittore funziona come l’obiettivo fotografico: mira a un motivo, cioè a un soggetto naturale, molto spesso scelto per la complessità dei suoi effetti di luce e di ombra, e si sforza di coglierne con la massima precisione i valori cromatici, per restituirli nel modo più puntuale sulla tela.

Amici fotoamatori cosa ne pensate?

L’esperienza del plein air dimostra a Monet e agli artisti che lo seguono essenzialmente due cose: in natura i contorni non esistono; i colori delle cose si influenzano reciprocamente nelle parti in cui si trovano più vicini. L’applicazione di tali osservazioni si risolve in quadri molto confusi per chi era abituato a una pittura basata su un disegno che delimita nettamente i colori. Le ombre, inoltre, non sono più ottenute, come da consuetudine accademica, aggiungendo nero, cioè attraverso il chiaroscuro, ma accostando colori di diverso valore tonale.

Così nei dipinti di Claude Monet i soggetti passano in secondo piano rispetto alla maniera con la quale sono raffigurati. Al centro dell’interesse del pittore è il linguaggio, la maniera pittorica, volti a una composizione che da un punto di vista ottico corrisponda nel modo più oggettivo a quanto l’occhio ha effettivamente visto.

Insomma la pittura di Monet è la pittura della realtà: a lui interessa restituire con il mezzo specifico della pittura – il colore – la propria percezione fisica della realtà.

Nello studio del maestro accademico Charles Gleyre, Monet conosce un altro dei massimi esponenti dell’Impressionismo: Pierre-Auguste Renoir. Lui si diverte a collocare i suoi modelli sotto gli alberi, dove il sole, filtrando tra le foglie, li punteggia di macchie luminose. Lui studia la varietà di comportamenti dei suoi personaggi, le luci e i colori del luogo e le traduce sulla tela con linee curve, a spirale: il risultato è una pittura dolcemente chiazzata che crea un insieme offuscato, quasi liquido, di cangianti campi luminosi.

E poi … poi nel 1888 arriva a Parigi Vincent Van Gogh, l’artista maledetto che inizia a dipingere a soli 27 anni e muore suicidandosi 10 anni dopo, a 37 anni! 10 anni vissuti tra angoscia ed euforia, una carriera breve ma intensa. Intensa come i suoi colori che si trasformano per suscitare emozioni. Anche lui è interessato al significato umano di quello che rappresenta. E anche nei suoi dipinti ogni elemento appare fluttuante, vibrante, carico di energia, grazie ad una tecnica originale basata su pennellate turbinose e dense, colori intensi e contrastanti, deformazioni dei soggetti appositamente ricercate.

Bene, come sempre mi lascio trasportare dall’entusiasmo.

Starei le ore a scrivere ma è ora di ammirare!

Sapete cos’è la cosa straordinaria delle immagini che vedrete?

Se ascoltate bene, ancora oggi, come nel 1800, realtà, fotografia e pittura stanno chiacchierando, silenziose. Ascoltatele.

 

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