Ricerca

elysArte

"Conoscere. Condividere. Emozionare."

Categoria

Senza categoria

Sabato 17 settembre 2016 ~ El noster Domm e le sue Guglie

DSC_0091  DSC_0023

Riscopriamo il Duomo di Milano, simbolo della città nel mondo.
Camminiamo tra le sue splendide 135 guglie, alla scoperta di personaggi, dettagli e curiosità.
Storia, arte, racconto: un’occasione unica per conoscere, condividere ed emozionarsi!

Programma

Ore 14.00 Ci ritroviamo a Milano, in Piazza Duomo presso la Biglietteria Centrale (lato sud della Cattedrale verso Piazzetta Reale).

Ore 14.30 Iniziamo la visita guidata all’interno del Duomo di Milano. Dedicata a Santa Maria Nascente ed iniziata nel 1386, la Cattedrale sorse per volere del popolo milanese, al posto delle antiche chiese di Santa Maria Maggiore e di Santa Tecla. Il suo interno è caratterizzato da un’altezza vertiginosa e dalla ricchezza delle opere d’arte che custodisce.

Ore 15.30 Ci spostiamo per la salita a piedi o in ascensore (in base alla vostra scelta) sulle Terrazze per camminare in mezzo ad una vera e propria selva di guglie, pinnacoli, rilievi e statue. Questa sculture cariche di fascino sembrano volare in cielo, «bisbigliandoti all’orecchio antiche e segrete storie», come avvertì il poeta Heinrich Heine. Domina su tutto la nostra cara Madonnina che Giovanni D’Anzi immortalò così: “O mia bela Madunina – che te brillet de lontan – tutta dora e piscinina – ti te dominet Milan”. Da questo punto di visto unico e straordinario assaporiamo quindi tutta la bellezza della Cattedrale e contempliamo il panorama della città, perchè in fondo “Milan, l’è on gran Milan”.

Ore 17.30 circa Fine dei servizi

TARIFFE

Adulti – Salita a piedi: 23 euro*
Adulti – Salita in ascensore: 27 euro
Bambini dai 6 ai 12 anni – Salita a piedi: 13,50 euro
Bambini dai 6 ai 12 anni – Salita in ascensore: 16 euro
Bambini fino ai 6 anni: gratuito

Per i bambini fino ai 6 anni e dai 6 ai 12 anni è richiesta documentazione.

La quota comprende: ingresso Duomo, salita alle Terrazze (a piedi o in ascensore) sistema di microfonaggio obbligatorio, guida.

* Pagamento in contanti

Numero massimo di partecipanti per visita guidata: 20 pax

Iscrizione obbligatoria entro:

lunedì 12 settembre per la visita guidata di sabato 17 settembre 2016

Per informazioni e iscrizioni:
Elisa Zanoni
Guida Turistica e Accompagnatore Turistico

M +39 349 83 93 984
elysa.zanoni@gmail.com

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Il Mondo di Steve McCurry

DSC_0416

Uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea dentro una gemma fra le gemme delle maison de plaisance, dichiarata nel 1997 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, la Reggia di Venaria Reale.

Sono questi gli ingredienti di una bella giornata trascorsa insieme a Paola, Silvana e Max, amici con cui condivido la passione per la fotografia, la cultura e la bellezza.

Le foto di Steve McCurry incantano: la magia degli sguardi, la potenza dei colori, l’attenzione del racconto. Tutto questo fa sì che le sue immagini siano indimenticabili.

L’allestimento è davvero scenografico: leggero, soffice, etereo.

Mentre ammiro lo straordinario “Mondo di SteveMcCurry” mi accorgo di scoprire un mondo che non avevo mai visto. Un mondo raccontato in una maniera del tutto unica ed eccezionale: il mondo raccontato attraverso gli sguardi delle persone. I lavori di McCurry raccontano di conflitti, di culture che stanno scomparendo, di tradizioni antiche e di culture contemporanee, ma sempre mantenendo al centro l’elemento umano.

Come ha fatto a catturare la potenza di questi sguardi? Così forti e intensi questi sguardi sembrano uscire dalla fotografia e volerti parlare. Come ha conquistato la fiducia delle persone che ha fotografato? A quest’ultima domanda Steve risponde così: “Ho imparato ad essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te”.

Credo sia proprio questo, credo sia proprio l’anima e nelle stesso tempo l’umanità dello sguardo che ha reso la sua immagine più famosa, la ragazza afgana, una foto potente.

Semplicemente straordinario. Insomma da vedere!

Continuiamo la visita alla Reggia di Venaria Reale. Ci infiliamo silenziosamente in quel luogo che è per antonomasia l’elemento distintivo di tutta la Reggia: la Galleria Grande.

DSC_0473

Ideata alla fine del Seicento dall’architetto Michelangelo Garove come raccordo tra la residenza e le scuderie, fu trasformata dal trentottenne Filippo Juvarra in un “teatro di luce”. Dopo i primi due anni in Piemonte l’architetto esordisce così alla Venaria nel 1716, e vi lavora per due anni, dando una prova di mestiere che lascia sbalorditi.

DSC_0490

Appena entri resti fermo, incantato, a guardarla. Bianca, smisurata, inondata di luce, la Galleria Grande è un gioiello d’arte, del barocco più raro e alto in Europa. Mentre la osservi ti accorgi delle proporzioni, percepisci in silenzio cosa vuol dire sentirsi un re, in uno spazio che va oltre le umane necessità. Un equilibrio di pesi e di vuoti, la profondità e la dolcezza dei chiaroscuri continuano a dare, anche dopo tre secoli, l’impatto scenico di un immenso trono.

Quando ero stata qualche anno fa, in inverno, ricordo il pallido riverbero azzurrognolo del mattino, mentre questa volta dominano i toni più caldi ma sempre delicati del pomeriggio.

Qualcosa di più maestoso” aveva detto Vittorio Amedeo II al Garove.
E Juvarra, alla fine, zittì il re.

Le misure

La Galleria Grande ha una superficie di circa 900 metri quadrati. Il pavimento è in quadrettoni di marmo verde e bianco. L’altezza della volta, misurata al centro, è di 15 metri. La lunghezza è di 80 metri, la larghezza di 12 metri. Sulle pareti, decorate con stucchi, cornici e lesene, si aprono le finestre e più in alto ventidue occhi che accentuano l’effetto etereo dall’alto ed evidenziano la ricchezza dei decori e l’imponenza delle due esedre che aprono e chiudono la Galleria. I soggetti delle scene realizzate a stucco sono la celebrazione del regno di Carlo Emanuele III.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

IlMondoDiSteveMcCurry

ReggiaDiVenaria

Pictures

 

Credits

Il mondo di Steve McCurry

La Venaria Reale. Guida alla visita di Reggia e Giardini

Domenica 28 agosto 2016 ~~~NavigarArte~~~

Vieni a navigare sul Naviglio Grande e a scoprire le bellezze del territorio con elysArte!

100_5554  100_4967

Programma

Ore 14.30 Ci ritroviamo in Piazza Falcone Borsellino a Boffalora sopra Ticino (MI).
La piazza si raggiunge percorrendo Via G. Donizetti ed è dotata di parcheggio.
Ci spostiamo a piedi all’imbarcadero (Piazza IV Giugno).
Ore 15.00 Partiamo per una navigazione sul Naviglio Grande lungo un tratto del suggestivo Itinerario delle Delizie. Ammiriamo dall’imbarcazione Boffalora sopra Ticino, piccolo e grazioso paese con il suo ponte in pietra costruito in tempi record nel 1603 e luogo cruciale della celebre Battaglia di Magenta. Ancora prima, nel 1396, grazie alle donazioni di Gian Galeazzo Visconti, Boffalora sopra Ticino diventa feudo della Certosa di Pavia. La storia del paese è legata soprattutto al “Barchett” una delle barche-corriere che trasportavano passeggeri fino a Milano, resa celebre dalla commedia dialettale “El Barchett de Boffalora”. La navigazione continua verso Bernate Ticino. Il borgo, citato per la prima volta come “castrum” in epoca tardo romana, intorno all’anno mille è feudo della famiglia Crivelli. Quando nel 1186 un componente della casata diventa papa con il nome di Urbano III, questi diede inizio alla costituzione della splendida Canonica Agostiniana, della quale, durante la navigazione, ammiriamo il loggiato che si apre come un salottino verso il Naviglio Grande. Infine raggiungiamo località Rubone, caratterizzata da una delle poche superstiti torri di avvistamento utilizzate dagli “Ufficiali” o “Custodi delle acque” per il controllo del canale.
Ore 16.00 Rientro e sbarco a Boffalora sopra Ticino.
Osservato il panorama “dall’acqua” cambiamo il nostro punto di vista e passeggiamo lungo l’alzaia del Naviglio Grande da Boffalora sopra Ticino a Bernate Ticino (2 km circa).
Ore 16.30 circa Visitiamo a Bernate Ticino lo splendido complesso storico-artistico e religioso della Canonica Agostiniana e della Chiesa di San Giorgio Martire. La visita guidata inizia dalla “cripta” risalente al IX-X secolo d.C., prosegue all’interno della Chiesa di San Giorgio dove è possibile ammirare alcune opere di rilevante importanza: una lunetta campionese del XII secolo e La Deposizione di Cristo, opera di Simone Peterzano, maestro del celebre Caravaggio. Continuiamo nel chiostro della Canonica e nelle sale al piano terra da poco restaurate, quindi al piano superiore fino a raggiungere lo scenografico loggiato quattrocentesco, dal quale si gode di un suggestivo scorcio del paese.
Ore 18.00 Termine della visita guidata e rientro a piedi lungo l’alzaia del Naviglio Grande a Boffalora sopra Ticino (2 km circa).
Ore 18.30 circa Fine dei servizi

  • In caso di maltempo il trasferimento a piedi da Boffalora sopra Ticino a Bernate Ticino e viceversa si effettuerà in macchina (6 km circa a/r).

TARIFFE
Adulti: 20 euro*
Formula famiglia (2 adulti + 1 bambino sotto i 10 anni): 40 euro
Formula famiglia (2 adulti + 2 bambini sotto i 10 anni): 46 euro
Bambini sotto i 4 anni: gratuito

* Pagamento in contanti

La quota comprende: biglietto di navigazione della durata di un’ora circa con guida a bordo e visita guidata alla Canonica di Bernate Ticino.

Iscrizioni entro venerdì 26 agosto 2016!

Per informazioni e iscrizioni:
Elisa Zanoni
Guida Turistica e Accompagnatore Turistico

M +39 349 83 93 984
elysa.zanoni@gmail.com

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Casa Museo Lodovico Pogliaghi a Santa Maria del Monte (Varese)

“Sbagliando si impara”. Così recita il detto.

Stefano ed io abbiamo scoperto una valida alternativa al significato di questa espressione.

Tutto inizia un sabato mattina. Si parte per un giro in moto alla volta dell’Alpe Devero, con lo scopo di passeggiare e rubare qualche scatto naturalistico.
Lungo la strada Stefano si accorge di aver dimenticato a casa i documenti della moto. Costretti a rientrare e perdendo minuti preziosi, optiamo per un altro luogo, più vicino: il Sacro Monte di Varese. Un luogo conosciuto che tuttavia si trasforma in una piacevole sorpresa!
Perché, come dice sempre il nonno, “non si finisce mai di imparare”!
E poi è Patrimonio UNESCO e questo insieme al fatto che l’Italia è la nazione che detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista dei Patrimoni dell’Umanità, ci deve solo rendere orgogliosi del nostro bel Paese che non smette mai di stupirci, incantarci ed emozionarci!

Prima di raggiungere il Sacro Monte ci fermiamo a Velate, frazione di Varese, attirati dal cartello “Torre di Velate, XI sec. FAI”.

Torre di Velate

La Torre rappresenta un punto fermo nel paesaggio collinare dei dintorni di Varese ed è di proprietà del Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI). Costruita nell’XI secolo sulle alture dominanti la strada per il Lago Maggiore, la torre era inserita nell’antica struttura difensiva del Limes prealpino e destinata a presidio militare della sottostante via per Angera e il Lago Maggiore. La struttura, in pietra viva, con pianta quadrangolare, raggiunge i 33,5 metri d’altezza, con cinque piani fuori terra serviti da un articolato corpo scale posto sul lato orientale. Il poderoso fortilizio, del quale rimangono solo due lati e uno soltanto è integralmente conservato, fu gravemente danneggiato alla fine del XII secolo dai milanesi vittoriosi sulle milizie imperiali e sugli alleati del Barbarossa, tra i quali figuravano i nobili di Velate.

A condire la nostra breve fermata un gruppo di signori riuniti davanti al cimitero, nei pressi della Torre, intenti in un’accesa conversazione riguardante il tempo previsto nei prossimi giorni.

La nostra seconda tappa è l’Osservatorio Astronomico. Ci fermiamo vicino al Bar Ristorante Irma e reduci dalle nostre camminate in Trentino individuiamo le frecce bianche e rosse che indicano un vicinissimo “Punto Panoramico” dal quale, in effetti, si gode di uno splendido panorama. Continuiamo a camminare proseguendo il sentiero quando incontriamo due signori ai quali chiediamo informazioni su come raggiungere l’Osservatorio.

La risposta cita un “sentiero che va su, un po’ posticcio, non del tutto segnato, ma percorribile”. Quale risposta migliore per preferire questo sentiero alla strada asfaltata accessibile a tutti. In effetti, il sentiero c’è. Occorre solo percorrerlo indossando dei jeans e con le braccia alzate perché, soprattutto nell’ultimo tratto, è pieno di rovi.

Arriviamo in cima all’Osservatorio e anche qui la vista non è male, nonostante il caldo e l’umidità rendono il panorama un po’ “appannato”. Non si tratta però solo di un Osservatorio. A 1230 m di altezza, sulla cima del Campo dei Fiori (Punta Paradiso) sorge da oltre mezzo secolo la Cittadella di Scienze della Natura, fondata da Salvatore Furia al fine di “creare un ponte di comprensione tra la Scienza e la gente”. La Cittadella comprende l’Osservatorio Astronomico “Giovanni Virginio Schiaparelli”, il Centro Geofisico Prealpino ed il Giardino Montano “Ruggero Tomaselli”, per la tutela e conservazione della biodiversità.

Con le sue tre cupole, è anche un importante polo scientifico a livello internazionale. Le ricerche si concentrano sulla spettroscopia stellare e sul monitoraggio di asteroidi pericolosi per il nostro pianeta, attività che ci pone tra i più importanti Osservatori astronomici amatoriali al mondo. Il telescopio principale dell’Osservatorio è un riflettore da 84 cm di diametro, uno dei telescopi amatoriali più grandi a livello italiano ed europeo!

Rientriamo questa volta dalla strada asfaltata e scopriamo il percorso “ufficiale” per i turisti per raggiungere comodamente l’Osservatorio.

Dopo una tappa caffè e torta rustica, accompagnati da qualche coloratissimo animaletto, entriamo nel piccolo borgo di Santa Maria del Monte.

DSC_0341  DSC_0347

Il Sacro Monte del Rosario di Varese è indubbiamente il più affascinante itinerario mariano  al mondo.  Le 14 Cappelle che si snodano lungo un acciotolato di circa 2 km e che portano in cima al Sacro Monte, nel borgo di Santa Maria del Monte, sono un itinerario in cui fede, natura ed arte si intrecciano armoniosamente. Costruita circa 400 anni fa, sono milioni i pellegrini che sono passati lungo questa via sacra.

“Pare che gli italiani non possano guardare un posto elevato senza desiderare di metterci qualcosa in cima, e poche volte l’hanno fatto più felicemente che al Sacro Monte di Varese”, commentava argutamente nel 1881 lo scrittore inglese Samuel Butler.

DSC_0402

Il borgo di Santa Maria del Monte nacque come roccaforte romana per poi evolversi in epoca borromaica in centro spirituale, artistico e culturale, grazie alla suggestiva salita segnata dalle Cappelle dei Misteri dei Rosario. Erette in piena epoca di Controriforma nel corso del XVII sec. per merito sopratutto della collaborazione tra padre Gian Battista Aguggiari e le suore romite ambrosiane che vivono tuttora nel borgo di Santa Maria, le Cappelle furono progettate dall’architetto varesino Giuseppe Bernascone secondo una particolare teoria architettonica e spaziale che sfrutta al meglio il dislivello e il crinale del monte. Sulla sommità si trova il Santuario di Santa Maria del Monte al cui interno, sull’altare, è rappresentato il quindicesimo mistero: realizzato intorno all’VIII-IX secolo d.C. subì un notevole ampliamento quando il numero dei fedeli si moltiplicò. Le ultime opere sul santuario risalgono ai primi anni del secolo scorso grazie all’intervento di Lodovico Pogliaghi.

DSC_0356  DSC_0351

Ma andiamo al sodo. La scoperta più affascinante di tutta la giornata arriva alla fine, come la celebre e insostituibile “ciliegina sulla torta”. Casa Museo Lodovico Pogliaghi.

DSC_0363

Chi è costui? Per rendere subito noto il personaggio, la commessa più nota di Lodovico Pogliaghi (Milano 1857 – Varese 1950) è di certo quella per il portale centrale del Duomo di Milano, lavoro che assorbe le energie dell’artista per una quindicina d’anni. I battenti vengono inaugurati nel 1906, mentre la cimasa nel 1908. La casa museo ospita i gessi originali utilizzati per la fusione del portale, che lo scultore ha riassemblato e in parte rilavorato!

La domanda successiva è: cosa ci fa Lodovico Pogliaghi a Varese?

Lavorando al restauro delle cappelle del Sacro Monte di Varese, Pogliaghi rimase stregato – come molti prima di lui – dalla tranquillità e dalla bellezza di questi luoghi. A partire dal 1885 decise di acquistare vari terreni attigui sui quali iniziò a costruire la villa alla quale lavorò quotidianamente fino alla morte, sopraggiunta nel 1950, a ben 93 anni. Concepì l’abitazione come un laboratorio-museo dedicato al ritiro, allo studio e all’esposizione del frutto della sua passione collezionistica. L’edificio, progettato dallo stesso Pogliaghi, riflette il gusto ecclettico dell’epoca e l’interesse del proprietario verso tutte le forme d’arte, con sale ispirate ai diversi stili architettonici e un giardino all’italiana costellato di antichità e oggetti curiosi.

DSC_0373  DSC_0372

La villa, donata da Pogliaghi alla Santa Sede nel 1937 e oggi di proprietà della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, è stata aperta come museo dal 1974 e sino agli anni ‘90 del Novecento e ha riaperto al pubblico nel maggio del 2014.

L’allestimento, progettato per la nuova apertura, propone di avvicinarsi il più possibile all’allestimento degli anni ’50 del Novecento, conservando l’originale e personalissima disposizione degli arredi e delle opere dello stesso Pogliaghi.

Mentre aspetto l’inizio della visita guidata, inizio a curiosare nel giardino. Immediatamente questo luogo mi rapisce, mi affascina, mi emoziona. La prima cosa che penso è “sembra di essere in Villa Necchi Campiglio a Milano”.

DSC_0381  DSC_0371

C’è quel gusto eclettico, quell’alone magico che subito mi elettrizza. Una teoria di statue, telamoni, capitelli bizantini incastonati in un bel giardino all’italiana dove si può ammirare anche uno splendido fiore: l’acanto. Fu la passione che l’artista aveva per l’antico a volere l’acanto nel suo giardino.

DSC_0364

Non vedo l’ora di entrare. Quell’ingresso, impreziosito di marmi e pietre pregiati, di sculture e pezzi antichi. Cotto, porfido egiziano, mosaico. Tutto questo mi fa davvero impazzire!

La visita inizia, entriamo in casa e, che dire: straordinario, unico, stupendo.

Quella prima intuizione si avvera: iniziano ad affiorare sensazioni ed emozioni simili a quelle provate in Villa Necchi Campiglio. Questa casa museo è semplicemente un gioiello. Piccolo, raffinato, prezioso.

La sala d’ingresso è detta Sala della Madonna o Sala delle Collezioni (fotografia dal sito www.casamuseopogliaghi.it) per via dell’intenzione di Pogliaghi di esporvi i pezzi più preziosi e rappresentativi della sua collezione. L’allestimento, la scelta dei pezzi, la decorazione pittorica e le stesse vetrine sono state concepite e realizzate da Pogliaghi stesso. La selezione degli oggetti esposti può essere considerata una sorta di campionario non solo delle passioni collezionistiche dell’eclettico artista, ma anche della storia dell’arte e dell’archeologia in generale. Sono infatti presentate opere dei più diversi materiali (terracotta, oro, argento, avorio, porcellana, carta, tessuto prezioso…) e provenienti dai più diversificati contesti storici, artistici e geografici. Tra i pezzi più significativi si segnalano un Cristo in croce dello scultore fiammingo Giambologna, una Madonna col bambino tedesca in legno policromo datata all’inizio del Cinquecento, vetri delle manifatture medicee e veneziane, statue e oggetti votivi orientali.

Sala della Madonna

Non c’è ombra di dubbio: sono innamorata di questo luogo.

Adoro il soffitto e le pareti lignee mischiate alle collezioni antiche, impastate con le decorazioni che testimoniano il modus operandi dell’artista.

Nella seconda sala, una piccola stanza che congiunge l’ingresso con la Biblioteca di Lodovico Pogliaghi, di nuovo quell’affascinante eclettismo: un forziere settecentesco, una Madonna lignea umbra di XIV secolo e un telamone padano di XII secolo.

Entriamo nella Biblioteca (fotografia dal sito www.casamuseopogliaghi.it). Quanto avrei voluto avere in casa una biblioteca così! Originariamente contenente preziosi incunaboli, pergamene, autografi e cinquecentine, oggi la biblioteca di Lodovico Pogliaghi è stata trasferita presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano che ne garantisce la corretta conservazione e accessibilità. La rimozione delle scaffalature, scomparse già dalla prima apertura al pubblico, ha permesso di dare maggiore visibilità alla decorazione progettata e realizzata dallo stesso Pogliaghi. Benché i lavori siano rimasti incompiuti, è chiaro l’intento di rendere l’atmosfera di uno studiolo rinascimentale toscano. La stanza è oggi utilizzata per esporre una parte della produzione di medaglie e placchette commemorative di Pogliaghi. Noto e apprezzato incisore, Pogliaghi ha difatti lavorato a moltissimi soggetti richiesti dalle più diversificate committenze.

La biblioteca ospita inoltre un prezioso tavolo intarsiato d’avorio, uno splendido bozzetto in terracotta della Santa Bibiana (1624-1626) di Gian Lorenzo Bernini e alcuni degli oli su tavola della sua collezione.

DSC_0383  Biblioteca

Si prosegue nella Sala Rossa o Salone (fotografie dal sito www.casamuseopogliaghi.it),  che prende il nome dagli splendidi damaschi settecenteschi cremisi che Pogliaghi utilizza come tappezzeria e alla cui sommità colloca un fregio decorativo da lui realizzato con putti alati, dall’effetto fortemente tridimensionale, che reggono ghirlande e tondi figurati. Sempre settecentesche sono le preziose specchiere e i lampadari in vetro di Murano, esemplificativi della grande passione di Pogliaghi per i vetri antichi. Domina la sala un grande vaso cinese tardo Ming incorniciato e sorretto dalla montatura bronzea del Pogliaghi. Dal Salone si accede al piacevolissimo balcone dal quale è possibile godere di un meraviglioso colpo d’occhio sulla vallata e i laghi. Ad incorniciare il balcone due vetrine di ceramiche e porcellane occidentali e orientali. Sono rappresentate molte manifatture italiane (Faenza, Lodi, Bassano del Grappa, Laveno) e straniere (Cina, Giappone, Meissen, Compagnia delle Indie).

SalaRossa2  SalaRossa1

Prima di entrare nell’Atelier rimango rapita dall’Esedra dei Marmi. Entro un esplicito richiamo al Pantheon romano Pogliaghi raduna gran parte della sua collezione antica, tra cui si ammirano esempi di arte egizia, etrusca, greca, romana e rinascimentale. Molti pezzi sono modificati, ricomposti e assemblati dallo stesso artista in pastiche tipici del gusto eclettico ottocentesco.

Uno stuolo di statue e frammenti antichi che mi porta a chiedermi se sto sognando o se questa è davvero la sala di una casa.

DSC_0389

Osservo le collezioni dell’artista. Un patrimonio di oltre 1500 opere tra dipinti, sculture e arti applicate e circa 580 oggetti archeologici che Pogliaghi ha allestito con gusto personale e ottocentesco tendente all’horror vacui. Oggetti che donano alle pareti di questa casa quel profumo antico che si mescola armoniosamente con quel sapore dell’artista, del genio. Quel genio che credi di trovare ancora in casa, intento forse a lavorare allo splendido portale del Duomo.

DSC_0361

Entriamo quindi nel grande studio dell’artista, utilizzato da Pogliaghi e dai suoi aiuti per lavorare alle imponenti commissioni che hanno caratterizzato la sua attività. Qui sono riuniti modellini e riproduzioni eseguite da Pogliaghi stesso delle sue opere più importanti. In particolare si segnalano gli Angeli porta-cero eseguiti per l’altare maggiore della Chiesa Primiziale di Pisa, un bozzetto per la Pietà della Cappella espiatoria di Monza, i Profeti per la Basilica del Santo a Padova, il gruppo della Concordia per l’Altare della Patria di Roma e alcune imposte bronzee per la porta centrale della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Domina la sala la maggiore commissione ricevuta da Pogliaghi che lo assorbirà completamente tra 1894 e 1908: la porta centrale del Duomo di Milano.

DSC_0393

Quando vedo, incorniciato dalla splendida scalinata in marmo di Candoglia, il modello in gesso in scala 1:1 resto letteralmente senza parole.  Una prorompente e scenografica teatralità che quasi mi commuove. Ho sempre spiegato il portale bronzeo del Duomo ma vederne il modello è tutta un’altra storia. Perché questa è come l’anima dell’opera finita.

Le formelle in gesso – dopo aver subito il processo di fusione a cera persa per ottenere l’opera finale in bronzo – sono state assemblate, rilavorate, incerate e in parte colorate dall’artista per ottenere una personale riproduzione dell’opera. Così come il Duomo milanese, la porta è dedicata alla Madonna e propone sul battente di sinistra i misteri dolorosi della storia di Maria e su quello di destra i misteri gaudiosi. I due battenti sono sormontati dall’incoronazione della Madonna assunta in cielo da Cristo, tra angeli e santi.

Durante il mio percorso storico-artistico mi hanno sempre affascinato le fasi di produzione di un’opera d’arte. Perché ti regalano quel sapore artigianale, quotidiano, l’immagine di quell’artista che sta creando la sua opera con le sue mani, le sue idee, il suo cuore.

Se chiudo gli occhi, in questo grande studio posso ancora ascoltare il fermento lavorativo e creativo, gli strumenti del mestiere che creano opere straordinarie, uniche.

Mi volto e cosa vedo?

La Galleria dorata. Legno, tappezzeria, Pantheon, atelier e ora una Galleria Dorata! Si tratta di una sorta di modellino in scala 1:4 di un’importante commissione che Pogliaghi ricevette da oltre i confini nazionali. Si tratta infatti di un progetto in gesso, stucco dorato e specchi del bagno per la reggia del terz’ultimo Scià di Persia da realizzarsi in oro zecchino in dimensioni quattro volte maggiori. Lo Scià per ringraziare Pogliaghi del progetto gli regalò le caleidoscopiche lastre di alabastro che dominano la finestra della stanza e, probabilmente grazie alla sua intercessione, Pogliaghi riuscì ad acquisire nella sua collezione i sue rari sarcofagi egizi datati tra 900 e 700 a.C. che spiccano nell’ambiente.

DSC_0397

Lodovico Pogliaghi, morì nel 1950 nella sua casa al Sacro Monte, e fu tumulato nel cimitero del borgo di Santa Maria del Monte che si fregia della presenza di questa sua splendida casa museo.

Mentre cerco informazioni sul web leggo che la scelta di non predisporre didascalie per le opere e di accompagnare il pubblico con visite guidate incluse nel biglietto rispecchia la volontà di mantenere viva – per quanto possibile – la dimensione quotidiana e domestica della villa, concepita dallo stesso Pogliaghi come luogo abitativo e museale. Una scelta che, da buona guida turistica, non posso fare altro che condividere.

Quando termina la visita guidata la richiesta delle guide è quella di divulgare la conoscenza di questo luogo. Detto, fatto. Perché una promessa all’Arte e alla Bellezza si deve mantenere.

Mentre torno a casa, con il vento che batte sulla giacca della moto, penso a quanto, in fondo, sia stata voluta questa giornata. Penso a quanto è bella la nostra Italia e la mia vena di patriottismo diventa sempre più viva e pulsante.  Sono orgogliosa del nostro bel Paese e sempre più affascinata non solo dalle bellezze e dalla Grande Storia che ha lasciato per la sua gente, ma anche dalle persone, dai geni, dagli artisti, dagli animi che l’hanno attraversata.

Un grande cuore che continua a battere. Unico ed insostituibile.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

SacroMonteDiVarese – SacroMonte

CasaMuseoLodovicoPogliaghi

ParcoRegionaleCampoDeiFiori

CittadellaScienzeNatura

Credits

Sacro Monte di Varese
Casa Museo Lodovico Pogliaghi
Cittadella di Scienze della Natura “Salvatore Furia”
Fai
Google

Cuggiono tra ville, conti, storia e curiosità…

DSC_1017

Ho frequentato la Scuola Media a Cuggiono, un paese distante qualche chilometro da Bernate Ticino. Prima di svoltare a sinistra nella via della scuola, costeggiavo un muro fatto di mattoni e ciottoli del Fiume Ticino, dal quale sbucavano molti alberi.

Una volta, con le amiche di scuola, sono entrata in un grande parco. Uno dei pochi ricordi che conservo di quel momento, oltre alla giornata nuvolosa e ad un tempietto, è la fama degli attenti e ligi guardaparco che gironzolavano in bicicletta, controllando che fosse tutto a posto.

Riguardando delle vecchie foto di famiglia, ritrovo quel tempietto, insieme ad un laghetto e qualche cigno e solo in quel momento capisco che si tratta sempre dello stesso luogo.

1891216_597162173722934_5593367314884515807_n

Nel 2010 inizia la mia avventura a Cuggiono ed entro a far parte del Gruppo Guide Culturali Locali di Cuggiono.

Nel 2016 mi ritrovo a partecipare alla 24° Edizione delle Giornate FAI di Primavera e con ben 2500 visitatori si può dire che…abbiamo fatto il botto!

Bene, cosa dite, conosciamo meglio Cuggiono?

Partiamo da quel benedetto parco.
Quel Parco fa parte di un complesso ben più ampio: Villa Annoni.

IMG_0317  DSC_0646

Villa Annoni a Cuggiono è un complesso gentilizio, neoclassico settecentesco, con residenza padronale e Parco di 23 ettari, secondo in Lombardia solo a quello di Villa Reale a Monza, considerando quelli cintati. Considerando che il Parco di Monza è il quarto recintato più grande d’Europa, direi che non siamo piazzati male in classifica.

La storia di Villa Annoni iniziò verso la fine del ‘700 quando il conte Gian Pietro Annoni acquistò i primi terreni nel Comune di Cuggiono Maggiore, con il probabile obiettivo di ampliarli attraverso la realizzazione di una grande tenuta agricola, all’interno della quale costruire una villa come dimora di campagna e residenza estiva. Alla morte del conte, nel 1796, fu il figlio Alessandro Annoni a continuare il progetto del padre, proseguendo nella costruzione della villa e del parco all’interno della vasta tenuta agricola paterna. Il progetto di costruzione della villa con il relativo parco fu commissionato e inizialmente progettato dall’architetto Leopoldo Pollack. Direi che un Pollack per Cuggiono non è da poco: costui, infatti, non era altro che l’allievo preferito dell’architetto neoclassico Giuseppe Piermarini il quale gli passò l’incarico, nel 1790, di costruire Villa Reale a Milano.

Il Pollack tuttavia non poté vedere terminato il progetto perché morì improvvisamente nel 1806. Pur con tutto l’impegno messo in campo dal figlio, Giuseppe Pollack, per poter terminare l’opera del padre Leopoldo, il “passaggio di consegne” dei lavori di Villa Annoni fu affidato all’architetto e abate genovese Giuseppe Zanoia che a sua volta lo portò a termine nel 1809.

Il parco venne progettato unitariamente al complesso edilizio e realizzato tra il 1819 e il 1825, anno della morte del Conte Alessandro Annoni.

Saranno la moglie, Leopoldina Cicogna e l’unico figlio del conte, Francesco Annoni, ad occuparsi della gestione del parco. Costui, noto per essere stato molto attivo nel panorama dei moti risorgimentali (partecipò alle Cinque Giornate) si sposò con Chiara Severina Longo in età avanzata (1867) e, d’accordo con la stessa, Francesco ottenne di riconoscere come figlio naturale Aldo Cassia Ferri (1831-1900), che divenne poi Aldo Annoni e a cui passò la proprietà del complesso alla morte del padre Francesco.  Non avendo discendenti diretti da Aldo Annoni, la villa passò ad un suo cugino, Giampietro Cicogna Mozzoni. I Cicogna abitarono saltuariamente la villa fino al 1947 quando la vendettero al Senatore Pietro Bellora, industriale Gallaratese, che fece della villa la sua residenza definitiva.

Nel 1979 il complesso fu acquisito dal Comune di Cuggiono che dal 2007, dopo un importante restauro conservativo dell’immobile e degli affreschi, ha sede in alcune parti ristrutturate del primo piano e di un’ala laterale del Palazzo.

IMG_0324

La villa ripropone l’usuale schema a “U” tipico delle residenze di campagna della nobiltà lombarda, soprattutto tra il XVII e il XIX secolo, con una parte centrale rialzata rispetto alle laterali. Dal cortile d’onore verso strada della Villa, una breve scalinata, due leoni araldici e colonne doriche trabeate immettono nell’ampio vestibolo, in origine spazio aperto, oggi difeso da una pregevole cancellata in ferro battuto.

E’ da precisare che le sale interne al piano terra della villa non sono aperte al pubblico, se non in occasione di eventi e mostre. Quelle al primo piano sono invece occupate, come già indicato, dagli uffici comunali. Per le decorazioni interne di villa Annoni, che riproducono scene mitologiche e motivi decorativi ispirati ai più puri stilemi dell’arte neoclassica, il conte Alessandro Annoni si appellò ad artisti di un certo livello, quali Giuseppe Lavelli, che ricevette anche un elogio per le opere eseguite a Cuggiono dal segretario dell’Accademia di Belle Arti di Brera, Giuseppe Bossi, e Giacomo Cambiasi.

IMG_0302  IMG_0296

Il Parco. Il Parco di Villa Annoni è esempio significativo del neoclassicismo nell’arte dei giardini. La sua realizzazione, nell’odierna dimensione, fu sicuramente più tarda (1819-1820) rispetto alla Villa, perché più laboriosa e prolungata nel tempo l’acquisizione dei terreni dalle rispettive proprietà. Probabilmente fu lo stesso Zanoia a disegnare il Parco o darne indicazioni. Però questi morì nel 1817. L’ipotesi è che sia stato l’Annoni a portare a compimento le proposte dell’architetto.

La piantumazione originaria fu alquanto compromessa per lo stanziamento, durato alcuni mesi negli anni 1848-1849, di oltre 300 soldati austriaci con cavalli e carri. Successivamente fu di nuovo piantumato e arricchito con piante esotiche o tipiche delle nostre zone.

E’ doveroso ricordare che il Parco di Villa Annoni è stato oggetto di un importante progetto di recupero elaborato dal Parco Lombardo della Valle del Ticino tra il 1999 ed il 2000, iniziato nel 2002 e completato nel 2003.

IMG_0313  IMG_0314

Il Parco ha la classica impostazione del Settecento inglese, in cui il “giardino pittorico” e campi coltivati si integrano in un’unica estetica del paesaggio. A supporto, anche la presenza di elementi architettonici, legati alla caccia (Casa dei daini e Casa dei caprioli) o “di capriccio”: il tempietto ionico, la grotta, il laghetto artificiale, la coffee house.

DSC_1003  DSC_0998

Il tempietto ionico, con otto colonne di arenaria poggiate su basamento di granito rosa, chiude il lungo cannocchiale prospettico che si  presenta con una prima immagine straordinaria agli occhi del visitatore. Sul cippo all’interno, il busto in marmo, datato 1827, di Alessandro Annoni, commissionato allo scultore Gaetano Monti dalla moglie Leopoldina Cicogna e dal figlio Francesco, dopo la morte del conte nel 1825.

La coffee house nei pressi del laghetto è un elemento spesso presente nell’arredo dei parchi e giardini storici: una sorta di chalet in mattoni utilizzato come luogo di relax e di svago. Le pareti interne sono decorate a grottesche.

DSCN0520

Oltre al parco romantico all’inglese è presente un giardino all’italiana con una collezione di rose storiche e meli cotogno; il giardino è caratterizzato da disegni geometrici di siepi di bosso, ai cui lati sono stati piantati carpini a protezione delle intemperie.

DSCN0560

La materia vegetale è abbondante, soprattutto nella zona a giardino, in cui si contano più di 160 specie arboree, tra cui alberi e arbusti, spoglianti e sempreverdi. In prevalenza ci sono querce, aceri, robinie e carpini, si segnalano poi degli ailanti, delle ginkgo biloba (i famosi fossili viventi), dei rari meli da fiore (prunus serrulata), degli osmanti e dei lauri portoghesi.

Di tutto questa abbondanza è doveroso ricordare alcuni dei più antichi “colossi” messi a dimora nel parco. Primo fra tutti il Cedro del Libano alto 24 metri e con una circonferenza di 5,50 metri, tutelato come Albero Monumentale; piantato probabilmente nel 1809, vanta più di 200 anni! L’acero Japonicum di Villa Annoni vanta un secolo di vita e pare essere uno dei più antichi piantati in Italia insieme ad un altro suo “fratello” nella Reggia di Caserta.

DSCN0536

L’offerta vegetale si completa con un vigneto tradizionale, uno sperimentale e con un piccolo vigneto da cui annualmente è possibile produrre circa cento bottiglie di un vino locale tipico chiamato “baragiö”.

Adoro camminare in questo parco dove la natura ti stupisce, semplicemente.

Dove tutto si trasforma con il passare delle stagioni e dove la tavolozza di colori che sembra colare sulle piante, sui fiori, sul morbido tappeto verde del prato, sembra avvolgerti in un caloroso abbraccio. Se ascolti bene, in silenzio, puoi sentire il respiro della terra sulla quale è nato questo meraviglioso luogo incantato, ascoltarne la voce, assaporarne il profumo.

DSC_0691  DSC_0693

Cuggiono però non è solo Villa Annoni ma anche molto altro.

Dal chiostro della villa si accede ad un altro luogo, il Museo Storico Civico Cuggionese, che occupa il corpo laterale destro della residenza, negli stessi locali che erano un tempo ad uso della servitù. In questo luogo verrete catturati dalle avvincenti ed appassionate spiegazioni degli Amici del Museo che riescono straordinariamente a portarti indietro nel tempo e farti comprendere l’importanza della Storia, quella con la S maiuscola, riconoscerne il vero valore che occupa nella società, nelle tradizioni e nella cultura del nostro tempo. 15 sale per oltre 2.500 oggetti, tutti accuratamente catalogati: un excursus che parte dagli attrezzi da lavoro e continua con documenti e oggetti legati alle guerre, all’importante fenomeno dell’emigrazione, all’attività in campo associativo e non ultime le testimonianze del sorgere e dello svilupparsi delle prime forme di previdenza e assistenza sociale.

Potrete anche ammirare la vera Cucina della Villa, con un curioso e singolare girarrosto a contrappeso, dove si preparavano le pietanze che venivano servite ai conti. Altro pezzo da non perdere: l’Autobotte. Autocarro FIAT 18 BL, tuttora funzionante, costruito nel 1915 dal Comune di Cuggiono, trasformato in autobotte ed aggregato al distaccamento dei Vigili del Fuoco di Milano dove contribuì a spegnere numerosi incendi innescati dai bombardamenti. In Italia di questo modello ne sono rimasti solo tre!

Museo  Museo2

Dal complesso di Villa Annoni entriamo nel tessuto urbano di Cuggiono e scopriamo la Chiesa di San Giorgio, la Chiesa di San Rocco, gli antichi stemmi delle casate che furono feudatari di Cuggiono: i Piantanida e i Clerici. C’è anche un interessante “percorso” fotografico: lungo le vie del paese, infatti, potrete incontrate alcuni pannelli fotografici, realizzati dal Collettivo Talpa di Cuggiono, che riproducono attraverso l’originale accostamento a colori/bianco-nero una Cuggiono “com’è” e una Cuggiono “com’era” per capire meglio i cambiamenti che hanno interessato il paese e avere l’opportunità di scorgere alcuni monumenti che oggi non esistono più.

In Via San Rocco, 48 troverete una piccola chiesa, oggi sconsacrata, Santa Maria in Braida. Dal 2007 grazie all’Ecoistituto della Valle del Ticino, questo piccolo angolo di storia del paese è tornato a nuova vita, diventando un importante luogo di incontro culturale per i cittadini e le associazioni.

A 2 km circa di distanza da Cuggiono si trova la tranquilla e pittoresca frazione di Castelletto che si specchia nelle morbide acque del Naviglio Grande di cui vi racconterò in un’altra puntata.

Non dimentichiamo…la tradizione.

Sì perché l’aspetto più bello di tutte queste realtà dell’hinterland milanese è proprio la tradizione. Quei momenti in cui le persone si riuniscono per condividere un semplice ma vivo momento di festa, quei momenti in cui, anche se non abiti in quel luogo, lo senti, lo condividi e ti emozioni.

Vediamo allora di fare una breve lista di alcuni degli appuntamenti da non perdere a Cuggiono e Castelletto.

Nel mese di gennaio l’appuntamento è con il tradizionale Falò di Sant’Antonio nella frazione di Castelletto. Ad aprile la Primavera pervade Cuggiono con la Festa di Primavera: bancarelle per le vie del paese, visite guidate nel parco e mostre in Villa. A giugno l’incontro è doppio: nella frazione di Castelletto si svolge il “Camminarmangiando”, passeggiata enogastronomica per le vie del borgo; a Cuggiono arriva la Festa del Solstizio d’Estate con eventi culturali, mercatino e la “Lucciolata”, ovvero la visita nel Parco di Villa Annoni di sera, alla ricerca delle lucciole! A settembre si tiene la “Sagra del Baragioeu” insieme agli Amici del Museo con mostre e degustazioni,  e “Essere Terra. Giornata del Biologico e dell’agricoltura contadina”; a ottobre la Festa “W il Parco” con pranzo e visite guidate. L’anno si chiude a dicembre con la discesa dei Babbi Natale a Castelletto di Cuggiono!

Per maggiori informazioni e saperne di più…

GuideCulturaliLocaliCuggiono

Comune di Cuggiono

MuseoStoricoCivicoCuggionese

EcoistitutoDellaValleDelTicino

Pictures

 

Credits

Comune di Cuggiono, Villa Annoni Cuggiono, Cuggiono 2015

Giovanni Visconti (a cura di), Cuggiono la sua storia. Museo Storico Civico Cuggionese e Comune di Cuggiono, Cuggiono, 2009

Per le foto ringrazio: Roberto Oldani, gli Amici del Museo Storico Civico Cuggionese e l’Associazione “La Piarda”.

Il tempo più prezioso sulla Terra

DSC_0508

Quello che sto per scrivere merita il posto tra i racconti del mio blog perché, semplicemente, è una bella storia.

Ho sempre creduto negli incontri che non avvengono per caso, quella trama sottile che sta dietro alla vita di tutti i giorni, un tessuto prezioso e colorato che continua ad espandersi sotto tutto quello che facciamo.

Incontro gli Amici di Tabità durante la Festa del Parco di Villa Annoni a Cuggiono (MI).

Come di consueto inizio il mio racconto riguardo la Villa e il Parco e immediatamente mi accorgo che per quei ragazzi non sono “la guida” ma sono “l’Elisa”.

Camminiamo per il parco, alla scoperta delle essenze botaniche che lo caratterizzano, ammirando la veste autunnale dell’Acero Giapponese, annusando i frutti del Ginkgo Biloba e incontrando i vari animali che popolano il parco.

La visita si conclude con una dolce merenda e la promessa di tornare tra gli Amici di Tabità.

Per quanto mi è possibile, mantengo sempre le promesse perché sono una persona sincera e credo che valga la pena spendere parte del nostro tempo per coltivare quei rapporti umani che nella società di oggi ogni tanto scricchiolano sotto i nostri stessi piedi.

E poi fin da piccola, quando guardavo i cartoni animati, mi ha sempre affascinato la figura del buono che “mantiene la promessa” per aiutare o salvare qualcuno.

Torno con gli Amici di Tabità per la giornata delle ville aperte a Corbetta (MI).

Quando incrocio gli sguardi dei ragazzi prendo consapevolezza che il tempo che gli sto per dedicare è il miglior tempo speso della mia giornata.

E’ come entrare in un tempo nuovo, dove tutto quello che hai per la testa si annulla, perché ti accorgi che tutto quello che basta per rendere quel tempo migliore e “goduto” è la tua presenza, il tuo sorriso, lo “stare con loro”.

Può sembrare scontato ma è così.

A volte siamo troppo presi da noi stessi, ci lamentiamo della pioggia, del lavoro, dei genitori, dei figli, del traffico…

Non ci accorgiamo che chi ha veramente bisogno è qualcun altro. Qualcuno che con la sua disarmante semplicità riesce a farti capire che se guardi bene, se guardi attentamente nei suoi occhi scopri che il tempo da dedicare a qualcun altro è il tempo più prezioso sulla Terra.

Questa volta indosso la maglietta Amici di Tabità e sono davvero contenta di aver incontrato sul mio cammino questa piccola famiglia!

Amici di Tabità

Il gruppo Amici di Tabità nasce nel 1999 dalla volontà della CARITAS, che crea una collaborazione tra i giovani dell’unità pastorale di Robecchetto e Malvaglio (MI) per trovarsi in compagnia degli Amici diversamente abili degli stessi Comuni.

Nel 2003, dopo un tragico evento accaduto nel febbraio dello stesso anno, il nome del gruppo cambia, da quello che era il provvisorio Gruppo CARITAS ad Amici di TABITA’, per mantenere vivo il ricordo di chi non è più presente, ma che ha camminato insieme a tutti con tanta gioia ed entusiasmo.

Il simbolo degli Amici di Tabità è una tartaruga e il detto “Chi va piano, va sano e va lontano” si è concretizzato nella crescita di questo meraviglioso gruppo che scopre sempre più un modo diverso di trascorrere il tempo libero, prendendo consapevolezza che donando parte di esso, si riceve un dono più grande: il bene dei ragazzi!

Pictures

 

Credits

Ringrazio Carla, Sandra e Marisa e tutti gli altri volontari per avermi regalato questa esperienza unica e speciale (Walter, Angelo, Alessio, Donato, Franco, Flavio, Tina, Liliana, Sara, Sabrina, Raffa, Elena, Serena e Mirko).

Per la collaborazione per le visite guidate ringrazio il Gruppo Guide Culturali Locali di Cuggiono e la Pro Loco di Corbetta.

Vigevano

DSC_0585

Chissà quanti di voi sono stati a Vigevano, semplicemente per passeggiare lungo i portici di Piazza Ducale e bere un buon caffè, oppure, d’estate, per sostare all’interno del Castello o per salire sulla Torre del Bramante.

Vigevano è questo. E anche molto altro.

Qualche mese fa ho scoperto una nuova Vigevano, non solo caratterizzata da una Storia avvincente e fortemente legata a quella milanese, ma che conserva luoghi insoliti dove l’arte e l’ingegno dell’uomo ti lasciano senza fiato.

Lo sapevate che non lontano dal centro si trova il Mulino di Mora Bassa con un’interessante esposizione delle Macchine di Leonardo? Sapevate che il Museo Internazionale della Calzatura all’interno delle scuderie del Castello è l’unica istituzione di questa natura in tutta Europa? In Via XX Settembre è nata Eleonora Duse! E il film di Elio Petri con Alberto Sordi del 1963 ispirato all’opera di Lucio Mastronardi “Il maestro di Vigevano”?

Bene, con questo articolo desidero raccontarvi un pò di questa città.

Partiamo da Piazza Ducale. Maestosa ed elegante Piazza Ducale è “Il Salotto d’Italia” nonché uno dei primi esempi di piazza rinascimentale realizzata su modello del forum romano. Fu voluta da Ludovico il Moro che nel 1492-1494 affidò il progetto ad Ambrogio da Corte. Quest’ultimo non si fece scrupoli ad espropriare e abbattere le abitazioni esistenti per creare lo spazio necessario alla realizzazione della piazza e della rampa che, in corrispondenza con la base della torre, fungeva da collegamento con il castello. L’aspetto attuale della piazza risale al 1680 ed è legato al vescovo Juan Caramuel y Lobkovitz che distrusse la rampa costruendo lo scalone interno che ancora oggi percorriamo per salire al castello e alla torre e che, soprattutto, progettò e costruì la nuova facciata del Duomo risolvendo l’asimmetria architettonica esistente tra piazza e chiesa. Le prime decorazioni della piazza vennero eseguite da artigiani locali e richiamano il tipico stile rinascimentale. Nel ‘700 gli affreschi subirono un’opera di imbiancatura, alla quale si tentò di porre rimedio con l’intervento del Comune di Vigevano che tra il 1905 e il 1910 diede incarico per il loro rifacimento agli artisti locali Casimiro Ottone e Luigi Bocca, i quali inserirono i numerosi ed eclettici comignoli che caratterizzano la fisionomia della piazza. L’attuale pavimentazione, fatta con ciottoli del Fiume Ticino, risale alla metà dell’800; l’inserimento dei lampioni risale al 1906. Nel 1992, in occasione del V anniversario della fondazione della piazza, venne effettuata una campagna di restauro degli interventi di Ottone e Bocca.

DSC_0579  DSC_0574

All’Ely piace un po’ di sapore locale così interrompo la parte storico-artistica accademica per raccontarvi qualche breve ed interessante aneddoto.

Primo: dato che per costruire la piazza il Moro fece abbattere molte case, espropriandole a prezzi bassissimi e facendo arrabbiare molti vigevanesi, una volta diventato Duca di Milano esentò Vigevano dalla tassa sui cavalli in segno di risarcimento per i disagi subiti.

Secondo: la realizzazione dei lampioni in ghisa fu affidata alla Fonderia Lomazzi di Milano. Nel firmare l’ordine il Comune impose che il “modello Vigevano” non venisse mai più replicato in nessun luogo.

Terzo: nella piazza si tennero le vivaci rappresentazione del carnevale; il Duca e i cortigiani mascherati si mischiavano ai vigevanesi e mettevano in scena la parodia della giostra cavalleresca.

Quarto: Arturo Toscanini, seppure malato, chiese di essere portato a Vigevano per sedersi ai tavolini del bar in quanto considerava Piazza Ducale una sinfonia musicale, una composizione orchestrale su quattro lati, simili ai quattro movimenti delle sinfonie.

Quinto e ultimo: la piazza fece da sfondo al film “Il maestro di Vigevano”, diretto da Elio Petri nel 1963 con Alberto Sordi. Il film si ispira all’omonimo romanzo di Lucio Mastronardi pubblicato nel 1962 per iniziativa di Italo Calvino.

Gli affreschi di Piazza Ducale non sono altro che magiche rappresentazioni dietro le quali si nascondono ancora storie e sapori locali. Lo sapevate che nei medaglioni sopra ogni colonna sono raffigurati, in alternanza, personaggi dell’antica Roma, delle dinastia degli Sforza e soprattutto alcuni motti e proverbi? Fantastico! Quando tornate a Vigevano fermatevi e passateli in rassegna tutti! Scoprite dove sono affrescati Ludovico il Moro e la moglie Beatrice d’Este e non dimenticate di notare il celebre stemma visconteo-sforzesco e lo stemma della città di Vigevano, posto sulla facciata dell’edificio che fino ai primi del ‘900 ospitò il Palazzo Comunale.

DSC_0569

La Torre del Bramante. Si può salire! Chiedete informazioni all’InfoPoint del Castello, proprio sotto la torre stessa! La torre è alta 60 metri. Venne fatta costruire ai vigevanesi a partire dal 1198 durante la dominazione pavese e la leggenda narra che quando i vigevanesi riconquistarono il castello (1268 circa) scaraventarono giù dalla torre gli invasori. Fu realizzata dal Bramante tra il 1492-1494 e con la sua conformazione a corpi scalari fu modello nel XIX secolo per la Torre del Filarete del Castello Sforzesco di Milano. Il cupolino in rame che la corona è opera del XVI-XVII secolo.

Un’altra curiosità: la campana “fessa”! Nell’800 l’orologio della torre batteva ogni mezz’ora, anche di notte. Pare che il suono del campanone fosse così forte da dare fastidio al sonno degli abitanti del centro i quali presentarono al Comune una petizione in cui si chiedeva di zittire il “bronzeo disturbatore”. Alla fine si raggiunse un compromesso: dalla campana venne asportato uno spicchio in modo da renderla “fessa” per ridurre e attutire il suono. Ed è così che ancora oggi la si può ascoltare battere i rintocchi ogni quarto d’ora!

La vista dalla Torre è spettacolare! Godetevi il panorama!

DSC_0563-2  DSC_0577

Il Castello. Immaginate che fino alla metà del ‘400 nell’area occupata attualmente dal castello sorgevano le case dell’antico borgo con il primo palazzo comunale. Vicogebuin aveva un castrum di forma quadrata con funzioni di difesa e destinato al ricovero per foraggi e animali; il castrum, corrispondente all’attuale maschio, era separato dall’abitato da un fossato. Nella prima metà del XIII secolo il borgo iniziò ad espandersi fuori dall’antico perimetro del castrum. Con Luchino Visconti (1341) iniziò la costruzione della Rocca Vecchia a difesa del castello (così chiamata per distinguerla dalla Rocca Nuova che verrà realizzata nel XV secolo da Galeazzo Sanseverino, capitano delle truppe sforzesche, nonché genero e cortigiano del Moro). Distrutta dai vigevanesi al termine della dinastia viscontea, venne in parte ricostruita ma poi demolita. Al suo posto oggi si trova quella che viene chiamata la Cavallerizza, realizzata nel 1837 come maneggio coperto per i cavalli dell’esercito.

Al 1347 risale la costruzione della Strada Coperta, una strada sopraelevata, di collegamento tra la Rocca e il castello, lunga ben 164 metri e larga 7,50 metri!

Con il dominio sforzesco avvenne come per Milano, la definitiva trasformazione del castello da edificio difensivo a residenziale. Le parti che lo compongono sono: la falconiera, le tre scuderie, delle quali la terza voluta da Ludovico il Moro e per questo detta “di Ludovico” e la Loggia delle Dame, riservata alla parte femminile della corte sforzesca, con Beatrice d’Este e le sue dame. Le cronache del tempo narrano che dall’edificio della falconeria, venivano fatti levare in volo i falconi per accompagnare la corte ducale nelle cacce lungo i boschi del fiume Ticino e nelle campagne della Lomellina. Inoltre, nelle mura del cortiletto posteriore si trovava la porta, eliminata nel 1824, utilizzata dalla corte sforzesca per accedere alla chiesa di San Pietro Martire (utilizzata come cappella ducale) in prossimità della facciata laterale della chiesa. Ci sono infine due strade sotterranee che si possono percorrere per vivere appieno quel sapore medievale che pervade tutto il complesso. Si tratta di due imponenti e suggestive strutture di collegamento che dalle immediate vicinanze di Piazza Ducale conducono attraverso piani rialzati all’antico fossato del maschio del Castello e alla spazio della Cavallerizza. Completamente percorribili grazie ad un recente restauro, si presentano divise in due sezioni di grandi dimensioni che ospitano nel corso dell’anno mostre ed eventi di richiamo. Il passaggio, specialmente del secondo tratto, consente di ammirare le stratificazioni storiche e funzionali: scuderia per cavalli a partire dal XVIII secolo, luogo di lavoro per le maestranze della corte ducale degli Sforza (è visibile il locale adibito a ghiacciaia).

A partire dagli anni ’80 il Castello di Vigevano venne sottoposto ad una campagna di restauri per il suo completo riuso e valorizzazione. Dal 1998 nella 3° scuderia ha sede il Museo Archeologico Nazionale della Lomellina. Dal 2003 ospita il Museo della Calzatura (piano superiore della 2° scuderia) e la Pinacoteca Civica Casimiro Ottone (piano superiore della 1° scuderia).

Museo Internazionale della Calzatura. Il mondo della scarpa e Vigevano da più di cent’anni formano un binomio indissolubile. Vigevano è stata a lungo la capitale italiana e in alcuni momenti anche mondiale della calzatura. Il Museo è disposto in sezioni: si inizia con La Stanza della Duchessa, si prosegue con la sezione Storica, Etnica e Wunderkammer, Stile e design, Tacco a spillo; l’ultimo corridoio, chiamato “La Galleria”, è sede di mostre temporanee.

Il Museo oltre ad essere un luogo singolare e davvero curioso è soprattutto una viva e ricca testimonianza dell’ingegno e dell’operosità dei vigevanesi. Nel Museo sono esposti molti modelli prodotti a Vigevano per la prima volta e che sono serviti da modelli per tutto il mondo, come le sovrascarpe in gomma e le scarpe da ginnastica degli anni ’30, o le calzature con tacco a spillo degli anni ’50. La scarpa è vista, grazie ad una sapiente esposizione, anche come fenomeno storico, etnico e di costume.

Questa chiave di lettura è ben presente nella sezione etnica, e in quella storica, nella quale è possibile seguire lo svolgere del gusto estetico nella moda, soprattutto femminile, dal ‘700 ad oggi. Non manca poi la possibilità di ammirare calzature “strane”: molto piccole, o molto grandi, oppure scarpe appartenute a personaggi famosi, su tutti le scarpe dei papi.

Non si tratta di una semplice vetrina di belle scarpe, ma nel museo si può ammirare con una rapida carrellata modelli molto diversi nel gusto e nell’utilizzo di materiali e stili: da scarpe con tacchi vertiginosi a espadrillas, dalle zeppe anni ’70 alle classiche decolleté.

Una particolare attenzione viene dedicata all’aspetto “estetico” dei pezzi esposti: calzature datate e recenti, stravaganti e classiche, che non possono che attirare attenzione, curiosità ed ammirazione. La scarpa, dunque, non solo come un normale oggetto d’uso quotidiano, ma come un concentrato di tecnologia, fantasia, innovazione, gusto estetico, tutte caratteristiche che rendono la scarpa una vera opera d’arte degna di essere esposta in un museo ad essa dedicato.

Mulino di Mora Bassa

DSC_0986

Termino questo articolo con un luogo magico e forse poco conosciuto. Questo mulino fu voluto da Ludovico il Moro che nel 1494 lo offrì come dono di nozze alla moglie Beatrice d’Este. Le antiche sale di Mora Bassa, restaurate e trasformate in sede museale nel 2000, ospitano una mostra didattica sulle trasformazioni territoriali operate dalla rete irrigua; la mostra, composta da quaranta grandi pannelli, è intitolata “L’acqua disegna il paesaggio”. Intorno al manufatto, alimentato dalle acque dell’antica Roggia Mora, aleggiano interessanti richiami di storia e di leggenda che riportano alla figura di Leonardo da Vinci. In questo ambito l’Ecomuseo della Roggia Mora ospita un’importante mostra permanente costituita dai modelli in legno, funzionanti, di macchine leonardesche, mostra curata dall’Associazione culturale “La Città Ideale”. In questo luogo, dove l’ingegno e l’arte ti lasciano a bocca aperta, mi sono lasciata trasportare dall’appassionata spiegazione delle macchine leonardesche grazie alla persona che, non-a-caso, ha realizzato questi modelli con tanta meticolosa cura, attenzione e sopratutto passione.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

TurismoVigevano – Mulino di Mora Bassa

Credits

“Storia, percorsi e leggende dagli Sforza ai giorni nostri”, 2013

Da Alice

DSC_0619

La cucina è arte. Colori, sapori, semplicità, perfezione, equilibrio, ricerca, passione.
La cucina è arte. Emoziona.

Questo scrivevo nel 2015 quando per la prima volta sono stata da Alice Ristorante.
Avevo deciso di regalare a Stefano, per Natale, non cose ma emozioni.
E le emozioni, si sa, nascono dalle esperienze.
Avevo deciso di regalare l’esperienza del cibo, quello che mangiamo tutti i giorni, dalla colazione, al pranzo, alla cena, allo spuntino di mezzanotte.
A differenza però di questa esperienza che, seppur bella nella sua semplicità, resta “quotidiana”, avevo scelto di regalare un’esperienza fuori dall’ordinario, qualcosa di unico, che ti lascia un segno, per sempre.

Social Table. Un tavolo dalle fattezze quasi magiche dove sedersi insieme ad altri dieci commensali e un ospite d’eccellenza, dove conoscersi e soprattutto dove conoscere e condividere l’esperienza della cucina e lasciarsi emozionare dal cibo.

Non c’è ricchezza senza condivisione e il social table per il sociale è proprio il modo che Alice Ristorante ha scelto per condividere.
“Per il sociale” perchè il ricavato di queste serate viene devoluto ad associazioni no profit.

Ritorno da Alice Ristorante il 22 gennaio 2016 insieme a Stefano, Max e Laura.
Questa volta ci incontriamo per pranzo.

Ritorno con la consapevolezza di stare semplicemente bene.
Quando ti siedi da Alice e inizi a mangiare tutto cambia.

Un’esplosione di colori, profumi, sapori.
I sapori della nostra Terra, i sapori della nostra Italia.
Un’esplosione che regala emozioni.

L’emozione è il sentimento più prezioso e quando la cucina, quando il cibo emoziona, allora si crea una sinfonia perfetta, armoniosa, straordinaria, surreale.

Alice. E pensare che questo è il nome che mia madre voleva darmi alla mia nascita.

Teatro Smeraldo

Quando lo racconto a mio nonno lui risponde “ah sì dove c’è il Teatro Smeraldo!”
In realtà a partire dal 1942 il Teatro Smeraldo c’era veramente; chiuso nel 2012, l’edificio è passato ufficialmente alla catena Eataly di Oscar Farinetti che lo ha trasformato in un negozio Eataly e che è stato inaugurato nel 2014.

Alice Ristorante
Alice Ristorante di Viviana Varese e Sandra Ciciriello vanta dal 2011 una stella Michelin.

Al secondo piano dello store milanese di Oscar Farinetti Viviana e Sandra accolgono i propri clienti in un’ampia sala incorniciata e illuminata da una grande vetrata che affaccia su Piazza XXV Aprile. Il ristorante gourmet può ospitare circa 70 persone in un ambiente di design personalizzato grazie alla presenza di piante e oggetti naturali e di artigianato: scelti personalmente dalla Chef e dalla Maitre, richiamano il mare e le atmosfere del sud, rappresentano il punto di partenza di un viaggio che passa attraverso tatto, vista, olfatto e gusto.

I tavoli sono di Riva 1920, realizzati in legno massello di briccole recuperando i caratteristici pali che nella laguna di Venezia segnalano le vie d’acqua. Le sedie Tulip di Knoll dalla tipica forma a calice rendono omaggio al designer Eero Saarinen. Alle posate di Giò Ponti si affiancano le ceramiche disegnate dalla Chef e create artigianalmente per Alice Ristorante. La cucina a vista è un pezzo unico prodotto a mano da Molteni. Le sculture sui tavoli sono frutto della fantasia di Enrico Paolucci. La grafica dei menu è curata da Mauro Strada.

Ricordi da Expo…
Riva 1920. Il nome non mi suona nuovo! Certo, l’ho ripetuto tante volte nelle mie spiegazioni ad ExpoMilano2015!
Riva 1920 ha realizzato Pangea, il tavolo di 80 metri quadri esposto presso il Padiglione Zero, nella “Valle delle Civiltà” e anche presso Piazza Italia, all’incrocio tra il Cardo ed il Decumano.
Progettato da Michele De Lucchi, si ispira al supercontinente che teneva unite tutte le terre emerse. Simbolo dell’unione di tutti i Paesi attorno al tema universale del cibo, il progetto ripropone un ritorno alle origini e all’unità, senza confini di stato, pregiudizi, differenze tra popoli. Il peso dell’intera struttura è di circa 6 tonnellate e per la sua realizzazione sono stati necessari quasi 50 giorni di lavoro.

Per maggiori informazioni e saperne di più….

Alice Ristorante

Pictures


Credits

Alice Ristorante – Google

Il Pane di San Gaudenzio a Novara

DSC_0666

Ho parlato del Pan de Toni, legato alla storia e alla tradizione milanese.
Visto che ormai, da circa tre anni, Novara è diventata la mia seconda vera casa, ho deciso di dedicare un degno articolo ad un tipico “pane” novarese: il Pane di San Gaudenzio.

Dalla gola non manca poi il legame con la storia e l’arte..et voilà…qualche informazione altrettanto degna del monumento più rappresentativo della città: la basilica di San Gaudenzio e la sua celebre cupola.

Il contesto
Intimamente legata alla vita, al costume e alla tradizione dei novaresi è la Festa Patronale di San Gaudenzio, celebrata ogni anno il 22 gennaio. Con un rito che risale al XV secolo la popolazione, come un corteo, sfila per le vie del centro storico fino alla Basilica di San Gaudenzio dove si svolge la “Cerimonia del fiore” seguita dalla solenne liturgia eucaristica e dove, durante tutto il giorno è inoltre possibile visitare la tomba del santo nello scurolo della basilica.

L’Antico Dolce della Cattedrale
Legato alla festività è il “Pane di San Gaudenzio”. Come lo conosciamo oggi, pare che questo dolce sia stato inventato negli anni Settanta da un gruppo di panettieri di Novara. Ma le sue origini sono più antiche. Il pane, infatti, veniva già prodotto nel 1200 quando la prima domenica di Pasqua i canonici della cattedrale e della basilica di San Gaudenzio erano soliti distribuire ai poveri un altro pane tipico, il “Pane di Polla”, a base di frumento. Chissà che questo pane rustico non abbia dato l’idea per il dolce tipico della festa patronale. Il Pane di San Gaudenzio si presenta di forma rotonda o rettangolare ed è composto da farina di frumento, zucchero, burro, uova, lievito vanigliato, buccia di limone, grappa di Nebbiolo, latte e frutta (albicocche e prugne). La superficie può essere cosparsa da granella di pinoli o di nocciole e zucchero a velo. Alcune pasticcerie di Novara lo producono ormai da circa 40 anni!

Quando Napoleone, nell’Ottocento, chiuse i conventi, le suore che prima vivevano in essi trovarono ospitalità presso le case delle famiglie benestanti e così fecero conoscere la ricetta dei Biscottini di Novara, altro prodotto rinomato della città.

Altro prodotto tipico legato alla festività sono i tipici “Marroni di Cuneo”, castagne affumicate, bucate e legate insieme.

Personalmente mi piace comprare il Pane di San Gaudenzio – e non solo – al Biscottificio Camporelli, locale storico della città, bottega artigiana a conduzione familiare che dal 1852, confeziona biscotti di diversi tipi, tra cui i celebri Biscottini di Novara, che tanto piacciono ai  miei nonni. In questo negozio il calore del legno delle scaffalature si impasta con i colori e il profumo dei biscotti. Quei biscotti e quei dolci che sembrano guardarti dalla carta trasparente con cui vengono avvolti e confezionati con cura. 

UN PO’ DI…STORIA

Chi era San Gaudenzio
San Gaudenzio nasce a Ivrea nel 327, da una famiglia ancora pagana. Trasferitosi a Vercelli fu allievo di Eusebio, primo vescovo di tutto il Piemonte; questi ne ebbe una tale stima da mandarlo presto a Novara, per aiutare il sacerdote Lorenzo, che da solo predicava il Vangelo dove ora sorge la chiesetta di Ognissanti (l’unica chiesa romanica superstite della città, già citata nel 1124). E pensare che questa chiesetta si trova esattamente vicino al Liceo Artistico F. Casorati che ho frequentato per 5 anni!
Gaudenzio prese il posto del sacerdote Lorenzo quando questi venne assassinato. Ambrogio, vescovo di Milano, trovandosi un giorno sul far dell’imbrunire a passare per Novara, chiese ospitalità a Gaudenzio. Questi per rendere omaggio della sua visita fece sbocciare miracolosamente in gennaio, fra la neve e il gelo, i fiori del suo orto. Da quest’episodio leggendario è nata la tradizione della “Cerimonia del fiore”, accennata sopra: durante il rito viene calato dal soffitto della chiesa un grande lampadario e sostituiti i fiori in metallo che lo compongono con altri portati in corteo dai valletti comunali, a ricordo del miracolo compiuto da San Gaudenzio.
Sant’Ambrogio, morì nel 397 lasciando al nuovo vescovo Simpliciano la nomina, nel 398, di Gaudenzio a vescovo di Novara.
Gaudenzio morì il 22 gennaio del 417, più che ottantenne; preoccupato del suo magistero scelse come suo successore il discepolo e segretario Agabio.
Le venerate spoglie di San Gaudenzio vennero traslate più volte fino a quando il 14 giugno 1711 il corpo è definitivamente collocato nello scurolo dell’attuale basilica dedicata al santo, a sinistra dell’altare del transetto destro.
Da quel giorno, ogni anno, il 22 gennaio, si ripete il pellegrinaggio dei novaresi in omaggio al patrono.

La basilica di San Gaudenzio

DSC_0142
Tempio che conserva le spoglie del Santo, la basilica fu edificata nel punto più elevato di Novara tra il 1577 ed il 1690. La progettazione fu affidata a Pellegrino Tibaldi, cui sono da ricondurre l’accentuato verticalismo dell’edificio e il senso di vigoroso plasticismo della facciata e dei fianchi, mossi entrambi da nicchie, finestroni e colonne poderosamente aggettanti. L’ingresso della basilica è chiuso da una porta in noce lavorato, con rosoni e teste di ferro fuso, opera di Alessandro Antonelli, autore anche dell’imponente cupola alta 121 metri, ultimata nel 1887.
Orgoglio di ogni novarese che afferma convinto: “va bene che la mole di Torino è più alta, ma vuoi mettere la bellezza della nostra cupola?”, è l’elemento architettonico più significativo della basilica, assurta a simbolo della città e segno distintivo del suo panorama.

DSC_0145
Nella prima metà del 1800, col denaro ricavato dalla tassa sulla carne (ogni volta che un abitante della città acquistava un chilo di carne doveva pagare una tassa aggiuntiva), il Comune di Novara accumulò una somma che decise di investire nella costruzione di una cupola sulla preesistente basilica di San Gaudenzio ed affidò l’incaricò all’architetto novarese.
Il primo progetto della cupola venne presentato alla municipalità nel 1841. Tre anni dopo iniziarono i lavori ma nel 1855 l’Antonelli, in seguito a ritardi causati dalle guerre d’indipendenza, presentò un secondo progetto che innalzava l’altezza della cupola di un ordine mediante l’inserimento di una corona di pilastri, recuperando così la fruibilità visiva del monumento. Nel 1860 presentò un ulteriore progetto, che elevava ancora l’edificio, ad un’amministrazione sempre più preoccupata per le crescenti spese e diffidente nei confronti dell’architetto. Ma la costanza dell’Antonelli ebbe la meglio e due anni dopo la costruzione della cupola giunse al termine. Mancava solo la guglia che fu costruita tra il 1876 e il 1878. Alla sommità, il 16 maggio dello stesso anno, fu posta una statua del Cristo Salvatore (e non di San Gaudenzio come si potrebbe ritenere) realizzata in bronzo ricoperto di lamine d’oro e alta quasi 5 metri, opera di Pietro Zucchi. Contando anche la statua l’altezza dell’edificio raggiunge i 126 metri. La statua originale del Salvatore che attualmente si trova in cima alla cupola è una moderna copia in vetroresina, mentre quella originale, danneggiata dal tempo, si trova all’interno della basilica, nel transetto sinistro.
Per la costruzione della Cupola l’Antonelli decise di utilizzare solo materiali della zona: la struttura è infatti interamente in mattoni e calce, senza impiego di ferro, ed è considerata l’edificio in muratura più alto del mondo. Tale primato, che fu per lungo tempo della Mole Antonelliana di Torino, ritornò alla cupola di San Gaudenzio quando, nel 1953, la guglia di 47 metri della Mole crollò e fu ricostruita con altri materiali.
Era proprio lui, l’Antonelli, che dirigeva personalmente i lavori: meticoloso controllava ad uno ad uno tutti i mattoni e li faceva suonare sbattendoli l’uno contro l’altro; se il suono non andava bene, li scartava.

DSC_0140
L’opera dell’Antonelli risulta così intimamente legata al luogo ove sorge, alla sua terra e alla sua gente. Mentre in altri paesi d’Europa si sviluppava un’architettura del ferro che era giustificata dalla abbondanza di materiale in quei luoghi e dalla disponibilità di maestranze specializzate in quelle costruzioni, in Italia l’Ottocento è il secolo aureo dei muratori.
Ed ecco che l’Antonelli dirige queste eccezionali maestranze di muratori a eccezionali irripetibili imprese. E chissà che, senza saperlo, con quello strano procedimento, stava mettendo le basi al prospero futuro dei Bottacchi , noti produttori di laterizi (nella loro fornace venivano prodotti i mattoni per la cupola).
Il peso complessivo della cupola supera le 5.500 tonnellate e alla sua ultimazione, la chiesa, che 200 anni prima non era stata progettata per reggere un simile peso, cominciò a dare segni di un cedimento strutturale (già ravvisabile durante le prime fasi della costruzione).
A partire dal 1881 l’Antonelli si dedicò al consolidamento dei quattro piloni della basilica portanti la cupola e all’ampliamento delle fondazioni. Il progetto dell’architetto si rivelò valido e la sua opera, dopo 120 anni, è ancora saldamente al suo posto.
I lavori ebbero termine agli inizi del 1887, giusto per l’occasione della festa del santo patrono (22 gennaio).
Il timore del crollo è però uno spauracchio familiare ai novaresi e nel corso degli anni si sono succeduti più volte dei falsi allarmi. Come citato da una targa affissa all’interno della Basilica, l’edificio restò chiuso per quasi 10 anni, tra il 1937 e il 1947, proprio a causa di tali preoccupazioni.
Ma la genialità di Alessandro Antonelli fu proprio quella di aver progettato il suo edificio scomponendolo in una serie di tanti cerchi concentrici che si innalzano verso il cielo, sempre più piccoli, scaricando man mano il peso sulla struttura portante.
In caso di cedimento strutturale la cupola collasserebbe su se stessa e non sugli edifici circostanti.

L’interno della basilica di San Gaudenzio è ad una navata unica, affiancata da cappelle laterali collegate tra loro, un ampio transetto e un profondo presbiterio.
Interessante il patrimonio di opere d’arte conservate nella chiesa. Tra queste, opera di notevole importanza è il grande polittico a due piani di Gaudenzio Ferrari (1516) situato nella “cappella della Natività”.

Il campanile, alto 92 metri, è opera di Benedetto Alfieri, zio del famoso drammaturgo, e fu costruito tra il 1753 e il 1786. Si trova isolato dalla chiesa, alla sinistra dell’abside, ed è realizzato in conci di cotto e granito di Baveno.

DSC_0150
Il campanile ospita il maggior concerto di campane a “Sistema Ambrosiano”. Il concerto è composto da 8 campane intonate in SOL maggiore, più una nona campana utilizzata come richiamo, anche se risente purtroppo di alcuni problemi di accordatura carente e timbro di alcune campane.

DSC_0148

Per la Festa Patronale di San Gaudenzio e in altri periodi dell’anno è possibile la salita alla Cupola – anche con visita guidata. Insieme agli amici dell’Associazione Fotografica “Prospettive” di Cameri sono salita di sera. La vista è spettacolare ed è proprio vero: “l’emozione più alta” di questa mia seconda casa, Novara, è la cupola!

DSC_0016 DSC_0011

Per maggiori informazioni e saperne di più…

AtlNovara

CupolaSanGaudenzio

Credits

Atl Novara – Google – Cupola di San Gaudenzio

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑