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Villa Necchi Campiglio a Milano

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Tre volte, il numero perfetto.
Tre volte sono stata a Villa Necchi Campiglio.
Perché?
Perché credo sia uno dei luoghi più affascinanti di Milano, un gioiello architettonico forgiato al numero 14 di Via Mozart vicino alla “Cà dell’orèggia” e a Palazzo Invernizzi con i fenicotteri rosa che si affacciano su Via Cappuccini.

Tutte le volte che entro in questa Villa penso: “Quanto sei così maledettamente eclettica, sensuale, unica!”
Portaluppi – che da piccola ho sempre collegato al cognome del mio medico – è in realtà il cognome dell’architetto che l’ha realizzata tra il 1932 e il 1935.
Piero Portaluppi: un grande architetto che ogni volta mi seduce con il suo stile, le sue forme, l’accostamento pazzesco e ricercato dei materiali.
Un uomo che incontro spesso nelle mie recenti visite.
Sorrido e fremo nelle mie esclamazioni di stupore e di incanto ogni volta che cammino nelle stanze di questa Villa. La prima volta credo di essermi quasi messa a piangere dall’emozione nell’ammirare così tanto genio e bellezza.

In realtà tutto inizia dall’ingresso. Non dall’ingresso all’interno della Villa, né dall’ingresso del giardino, né dalla biglietteria.Tutto inizia dall’ingresso. Punto. Un grazioso vialetto vegetale colorato, quasi magico, conduce alla biglietteria, una sorta di piccola serra in ferro battuto vicino alla Portineria progettata da Portaluppi.
Poi si entra nel giardino o parco, chiamatelo come volete, si entra in un luogo magico.

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Calpesto i sassi del vialetto che conduce all’ingresso in villa – adoro il rumore delle scarpe che schiacciano i piccoli sassi bianchi – cammino sotto la chioma di imponenti alberi e assaporo l’aria che mi sfiora il viso: la prima volta una sottile brezza estiva, la seconda volta l’aria di ottobre, la terza volta l’aria fredda dell’inverno.
C’è una piscina, qualche scultura, un maestoso ingresso e gli efficienti volontari FAI che ti accolgono come se fossi…a casa.
Entro e immediatamente mi sento rapita da un luogo davvero straordinario, unico.

Varcata la soglia si entra nella grande Hall, dove l’esigenza di lusso e sontuosità dei committenti trova adeguata risposta soprattutto in due aspetti cardine della Villa: la vastità degli spazi e l’alta qualità dei materiali. La stessa Hall con l’elevata altezza dei soffitti e la generosa estensione delle aperture dà prova di una dimensione architettonica più monumentale che intima.
Bellissimi sono i lastroni in noce del parquet, impreziositi da sottili inserti in palissandro; altrettanto importanti le porte, in radica, come la boiserie e i preziosi copricaloriferi in ottone!
La formazione artistica che c’è in me adora il motivo a greca della balaustra e in generale i richiami alle linee e alle forme geometriche che caratterizzano la casa.

Vicino alla scala l’opera “L’Amante morta” di Arturo Martini (1921) che con delicatezza sembra raccoglierci in silenzio.

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Tutti i dipinti e le sculture esposte in questo piano provengono dalla Collezione Claudia Gian Ferrari, gallerista e storica dell’arte milanese, scomparsa nel 2010, che ha voluto donare al FAI un importante nucleo della raccolta d’arte composta insieme al padre, il gallerista Ettore Gian Ferrari.
Entriamo nella Biblioteca, già di per sé luogo più affascinante di una casa.
Questa è forse la sala che più fedelmente testimonia il gusto e lo stile di Portaluppi.
Qui le librerie assumono una valenza strutturale, fungendo, grazie anche all’impiego di massicce lastre di cristallo, da divisori per un’appartata saletta di conversazione.
Subito rivolgo lo sguardo verso il soffitto, dove si cela la firma dell’architetto: l’intreccio delle costolature introduce nella casa il tipico motivo della losanga, particolarmente cara a Portaluppi, che la propone anche nei più minuti dettagli decorativi dei suoi mobili.

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Stupendo il camino incastonato tra le scaffalature lignee, con le sue linee purissime e il gioco creato dalla bicromia dei marmi: granito nero di Anzola e granito chiaro.
Ma più ancora che alla lettura, la stanza era dedicata a intrattenimenti sociali di natura ludica come dimostra la presenza di due tavoli da gioco, realizzati in legno di mogano.
Inizio a fantasticare sull’atmosfera che avvolgeva questo spazio e di nuovo, come di mia consuetudine, penso alle parole, ai volti, ai pensieri scambiati in questo luogo.

DSC_0839Nella sala successiva, dietro a quella che era una libreria in legno si trova un’ampia cornice a specchio e legno dorato, che deforma le nostre figure.

In questo Salone sono le tracce del secondo architetto della casa, Tomaso Buzzi, che intorno agli anni Cinquanta, asseconda le tendenze di gusto dei Necchi Campiglio e addolcisce le geometrie, privilegiando un arredo antiquariale con abbondante uso di tendaggi e panneggi, realizzati con ricami antichi riportati.

 

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Ecco uno degli ambienti più straordinari della Villa: la Veranda. Sotto i piedi non sento più lo scricchiolare del pavimento in legno ma c’è uno stabile, duro e prezioso pavimento in travertino, marmo verde Roja e marmo verde Patrizia, giocato su un disegno a fasce intrecciate che contribuisce alla geometria della stanza. Nella Veranda sembra di essere in un bosco oppure dentro ad una pietra scintillante verde smeraldo. Quasi interamente proiettata verso l’esterno, la Veranda si apre infatti sul giardino, attraverso le due pareti vetrate, proponendo così in via Mozart il motivo della lunga e ampia finestra orizzontale, per esprimere, nonostante la Villa si trovi in centro a Milano, forme e principi di villeggiatura immerse nelle natura.
Il dettaglio più affascinante è la vetrata: sfruttando la doppia vetrata Portaluppi crea una serra lungo le pareti della stanza, tendendo l’ambiente elegante e avvolto dalla luce e dai colori della natura circostante.
Naturalmente questo tipo di struttura aerea e trasparente offre scarse garanzie in termini di sicurezza, inconveniente cui il genio di Portaluppi rimedia inserendo due massicce grate scorrevoli in alpacca, che grazie alla modernità del disegno e alla ricercatezza del materiale, trasformano un semplice corpo di protezione in un elemento dall’alto valore decorativo.
E ancora…la geometria degli infissi e dei copricaloriferi in ottone, il tavolo in lapislazzuli, la scultura in bronzo di Adolfo Wildt “Il puro folle” (1930).

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Passiamo allo Studio del padrone di casa rivestito da una boiserie in palissandro che nasconde dietro alcune pennellature due grandi armadi per l’archivio professionale di Angelo Campiglio! Notevole la scrivania Impero in mogano, uno scrigno che si apre e si chiude grazie a un complesso meccanismo, inglobando al suo interno non solo il leggio e le ali laterali ma anche la sedia di corredo.

Il Fumoir è la stanza che più di ogni altra ha subito una radicale trasformazione per mano di Tomaso Buzzi: divani con schienale curvilineo, console di richiamo settecentesco e un imponente camino di sapore rinascimentale, conferma la volontà di conferire alla Villa un’aura più solenne e vicina alla tradizione italiana.
Per mia fortuna c’è sempre Portaluppi nelle splendide porte scorrevoli, con motivi a losanghe di specchi e nel soffitto, la cui decorazione esplode nella sala successiva…

Nella Sala da pranzo alzo lo sguardo e rimango a bocca aperta nel vedere il soffitto a stucco punteggiato da piccole stelle che sembra risucchiarmi come in una favola..
Da vero genio Portaluppi riversa nelle sue opere la passione per l’astronomia, appiccicandola nello spazio più consono per una casa: il soffitto.
Stelle e pianeti che forse anticipano il vicino Planetario nei giardini di Porta Venezia, sempre di Portaluppi (1929-30).
Rimango sbalordita quando la guida racconta che le pareti sono rivestite in pergamena!
Resto incantata da tanti altri dettagli, primo fra tutto il centrotavola in lapislazzuli, agata e corallo, opera di Alfredo Ravasco, al quale è stata dedicata una mostra all’interno della Villa.

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Nei due Office di appoggio alla Sala da pranzo ci si rende conto della quantità di lavoro e di passaggi cui venivano sottoposte le portate prima di giungere in tavola dalla cucina posta al piano inferiore, collegata da un montavivande e dalle scale di servizio, sul retro della Villa. Di particolare pregio negli armadi in legno di rovere, il servizio di piatti Richard Ginori decorato su disegni di Portaluppi.

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Dal punto di vista gastronomico vale la pena ricordare la ricca cucina dell’epoca che faceva largo uso di grassi e cacciagione e proponeva: “frittelle di formaggio”, “Stiacciata unta”, “piccioni in agrodolce” e, per dolce, “castagne al caramello”.

Si continua nella Fuciliera, così chiamata per la presenza di un armadio a muro destinato al deposito dei fucili da caccia.

Saliamo al piano superiore e subito mi attira la suggestiva e affascinante Galleria, il cui soffitto voltato è ingentilito da un motivo a rete cordonata e drappeggi, quasi fosse il sipario di un teatro.

Entriamo nella zona notte.
Simmetrici e speculari gli ambienti delle due sorelle Necchi, ognuno formato da camera da letto, spogliatoio e bagno.
I bagni…
Imponenti volumi dalle proporzioni grandiose e soprattutto interamente rivestite di marmo arabescato! Specchi ovunque e le finestre che si trasformano ancora in stelle e oblò, come se fossimo su una nave, nel mezzo dell’oceano, in una notte stellata.
Spazzole e pettine, bottiglie e porta profumi ci riportano infine in un’epoca passata, quando le essenze dovevano obbligatoriamente essere “prodotti nazionali” e gli evocativi nomi alludevano a “Fantasia di stelle” e “Mormorio di bosco”.

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Vogliamo parlare della Camera da letto degli ospiti detta “Camera del Principe”?
Parliamone: una semiparete in marmo nero del Carso, chiusa lateralmente da tende funge da leggero divisorio tra il bagno e lo spogliatoio.
Il principe che abitava in queste stanze era Enrico d’Assia, ospite fisso della famiglia durante i suoi soggiorni milanesi come scenografo della Scala.
Da notare lo splendido armadio in radica a due fronti di Portaluppi e sopra l’opera di Felice Casorati “Monumento ai caduti in corsa” (1948).

C’è anche la Camera da letto “della principessa” Maria Gabriella di Savoia, cara amica di famiglia. La stanza è stata recentemente riservata dal FAI come sede della Collezione di Alighiero ed Emilietta dè Micheli.

A Villa Necchi, non manca la figura della Guardarobiera che, così come d’uso nelle case signorili, era l’unica persona di servizio a condividere il piano padronale. Nulla nella camera a lei riservata fa pensare ad un arredo di seconda scelta: mobili in noce e radica, rivestimenti in seta degli armadi raffiguranti dei velieri, presentano la stessa cura nei dettagli già apprezzati nella Galleria padronale.
Infine il Guardaroba. Ampi armadi che contengono tuttora la biancheria della Villa e le divise del personale di servizio che, oltre alla guardarobiera, era composto da: cameriere, cuoco, maggiordomo e autista, quasi tutti residenti in Via Mozart.
Il custode invece abitava l’edificio della portineria, collegata alla Villa da un corridoio sotterraneo per garantire la privacy dei proprietari.

Quando uscite da Villa Necchi gustatevi dall’esterno il rivestimento in lastre di ceppo, granito e marmo e i raffinati accostamenti di superfici lisce, scabre e opache.
Gustatevi l’equilibrio, la ricerca, la raffinatezza, la passione, il sapore del genio di questo luogo.
Specchiatevi nella piscina, la prima piscina milanese privata e riscaldata, fermatevi a bere un caffè nella semplice e accogliente caffetteria accanto a quello che un tempo era un campo da tennis.

Fermate il tempo e vivete fino in fondo tutto quello che questa Villa vuole trasmettervi.

Ho scritto troppo, lo so…
Quindi, cosa aspettate?
Correte a visitare Villa Necchi Campiglio!

UN PO’ DI … STORIA

La Villa è stata realizzata da Piero Portaluppi tra il 1932 e il 1935 per il nucleo familiare composto da Angelo Campiglio, sua moglie Gigina Necchi e sua cognata Nedda.
Il mondo dei Necchi Campiglio è quello dell’alta borghesia industriale lombarda, classe agiata, ma anche tenace lavoratrice e al passo coi tempi. A loro si deve l’invenzione della celebre macchina da cucire.
A Portaluppi subentrerà Tomaso Buzzi, che, nel secondo dopoguerra, conferirà alle sale un aspetto più classico e tradizionale. La Villa ospita la Collezione Alighiero ed Emilietta de’ Micheli e, al piano terra, la Collezione Claudia Gian Ferrari di opere italiane del XX secolo.
La residenza, donata al FAI dalle due sorelle Gigina e Nedda nel 2001, è divenuta dopo i lavori di restauro e l’apertura al pubblico nel 2008, una casa museo in grado di restituire al pubblico l’opera di Piero Portaluppi che l’ha progettata.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

FaiVillaNecchi

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Le guide del FAI, Villa Necchi Campiglio a Milano

Il Pan de Toni

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Arriva dicembre, arriva Natale.

Mentre dipingo con Sandro per la realizzazione di un grande fondale destinato al presepe della Chiesa di Bernate Ticino, mentre chiacchiero con Stefano, mentre intervisto i miei nonni a proposito delle tradizioni natalizie di una volta da trasmettere alla radio.

A tutti racconto la leggenda del “Pan de Toni”.

Ricevo in regalo un libro d’arte dedicato alla Casa degli Atellani e alla Vigna di Leonardo.

Assaporo il morbido profumo delle sue grandi pagine e inizio a divorarlo.

A pag. 143 mi ritrovo, non-a-caso, a leggere del “Pan de Toni” e scopro che la leggenda è legata a quella Casa e a quella Vigna che ho visitato qualche mese fa!

Mentre leggo e mentre guardo la miniatura del XV secolo con un fornaio che inforna le pagnotte, riportata a fianco del racconto, ricordo il profumo del pane sfornato dal vecchio forno di mio nonno.

“PANIFICIO” reca ancora l’insegna a Bernate Ticino.

Un piccolo negozio che dieci anni fa e dopo più di cinquant’anni di storia ha deciso di fermarsi, semplicemente.

Nonostante la chiusura, le pareti di questo luogo continuano ad emanare il profumo avvolgente di quel pane. Se chiudo gli occhi sento ancora il rumore delle “michette” roventi appena sfornate che il nonno versava nella grande cesta, pronte per essere spedite nelle case del paese o fare bella mostra di sé in negozio.

In quella stanza del negozio, ormai vuota, posso ancora ascoltare la voce delle persone che, mentre ordinano una tartaruga, un francesino o un ventaglio, un etto di prosciutto cotto o un pezzo di gorgonzola, chiacchierano della loro vita, della vita del nostro piccolo e semplice paese.

Oggi i bambini a cui si regalava una tartina sono diventati grandi, alcune anziane signore che si presentavano di buon mattino a comprare il pane fresco non ci sono più.

Sono convinta che tutti conservano un bel ricordo di questo nostro piccolo negozio.

Ah! E come mi divertivo da piccola ad indossare il grembiule della mamma e sfilare per il cortile oppure sistemare minuziosamente insieme allo zio la frutta sulla frolla gialla delle crostate, legarmi intorno al polso, come fossero braccialetti, le strisce di pasta di pane avanzata da qualche parte. E poi, a settembre, per la festa del paese, la fila di gente in cortile per cuocere il “Michelac” – dolce di cui vi parlerò – nel forno del nonno.

Torniamo a noi e al “Pan de Toni”.

La leggenda ad esso legata è scritta talmente bene che non posso fare a meno di riportarla così com’è stampata sulle grandi pagine del libro regalato.

L’origine storica del milanesissimo gran pane dolce guarnito di frutta secca ufficialmente chiamato panettone risalirebbe a certe tradizioni romane, e prima ancora celtiche, di celebrare le feste religiose mangiando un pane zuccherato più sfizioso di quello di ogni giorno. In un manoscritto di tale Giorgio Valagussa, precettore dei figli di Francesco Sforza (e quindi di Ludovico il Moro) compare la descrizione di una cerimonia natalizia, il cosiddetto rito del ciocco, che consisteva nella condivisione a tavola di tre grandi pani di frumento, ossia di pane bianco, invece del solito pane di miglio. Allora il pane di frumento era il pane dei signori e il pane di miglio era il pane dei poveri. Eppure, a Natale, si faceva un’eccezione. Il primo dizionario italiano milanese, nel 1606, cita il Panaton de Danedaa, un Pan grosso, qual si suole fare il giorno di Natale, e Pietro Verri parla finalmente di un pane di tono, ossia pane di lusso, da consumarsi nelle occasioni speciali. Insomma le origini del panettone si perdono nei secoli, ma non si sa chi abbia creato la ricetta. Per far prima, tra L’Otto e il Novecento cominciarono a circolare almeno tre versioni romanzate sull’invenzione del panettone, tutte e tre riferite all’età sforzesca. In una si cita una suorina che crea il panettone per sfamare le sue consorelle; in un’altra si cita un cuoco di corte, che ricorre al dolce improvvisato dal garzone Toni per arricchire il pranzo natalizio del duca di Milano, visto che lui ha bruciato tutte le sue torte. La terza, la più durevole, riguarda la Casa degli Atellani, e non si può fare a meno che ricordarla qui.

Narra la leggenda che Giacometto della Tela avesse un figlio, di nome Ughetto, che di mestiere faceva il falconiere per Ludovico il Moro. Ughetto era innamorato della giovane Adalgisa, figlia di Toni, un panettiere che teneva bottega sul borgo delle Grazie, proprio vicino alla Casa degli Atellani. I tempi non erano socialmente maturi perché un falconiere che abitava in una casa da nobile sposasse la figlia di un prestinaio: tanto più che, da quando nel quartiere aveva aperto un’altra panetteria, gli affari di Toni andavano parecchio male. Pur di stare vicino alla sua amata, Ughetto va allora a lavorare in bottega da Toni, deciso a darsi da fare (di notte e sotto mentite spoglie, perché Giacometto e sua madre non s’insospettiscano). Con i soldi guadagnati dalla vendita di due falconi Ughetto compra un grande panetto di burro e, una notte, lo aggiunge al consueto impasto del pane: il giorno dopo, la bottega di Toni è presa d’assalto. Passano altre notti, e Ughetto ci riprova. Vende altri due falconi, compra altro burro e zucchero e reimpasta il pane con quelli. La scena si ripete: tutta Milano impazzisce per il nuovo pane dolce della bottega di Toni. Sotto Natale Ughetto aggiunge alla sua trovata uova, pezzetti di cedro candito e uva sultanina, battezzando così la ricetta del Pan de Toni, che diventerà poi la ricetta del Panettone. Finalmente ricco, Toni è in grado di garantire la dote alla figlia, e Adalgisa e Ughetto coronano il loro sogno d’amore. In realtà i figli di Giacometto della Tela furono Carlo, Lucio Scipione e Annibale; in compenso üghêta, in dialetto milanese, significa uvetta, uva passa.

(tratto da “La Casa degli Atellani e la Vigna di Leonardo” di Jacopo Ghilardotti)

L’uvetta non mancava al Panificio Garavaglia perché si preparava il Pan Tramvai – il pane con l’uvetta. Il nonno e lo zio preparavano anche la focaccia dolce con l’uvetta, di cui ricordo bene la croccante crosta di zucchero e la focaccia con l’uva americana…

 

 

Credits

“La Casa degli Atellani e la Vigna di Leonardo” di Jacopo Ghilardotti

San Pietro al Monte a Civate

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Tornare in un luogo già visto, vuol dire iniziare ad affezionarsi a quel luogo.
Perché ci piace, ci affascina, perché forse riesce a toccare la punta estrema del nostro essere più intimo. Perché forse, lì, in quel luogo, ritroviamo un po’ noi stessi.
Sono a Civate, in provincia di Lecco.
Sarò ripetitiva ma, anche in questo caso, il merito è dei miei studi universitari e soprattutto della mia passione per lo stile romanico, “quello dei mattoni, della pietra, delle forme semplici e dai grandi contenuti”.

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Stefano ed io ci andiamo per la prima volta ad agosto. Ignara della mulattiera che bisogna percorrere dal borgo di Civate fino alla Basilica di San Pietro al Monte, la mia divisa da buona turista estiva prevede Birkenstock e gonnelino svolazzante che, tuttavia, non rendono poi così difficile la camminata (sconsiglio lo stesso infradito e simili).
Il sentiero è di media difficoltà e si arriva a destinazione in un’ora circa.
Arrivati “in cima” arte e natura si impastano in una bellezza che ci lascia senza fiato.
Un luogo meraviglioso, magico, si apre davanti ai nostri occhi.
L’interno della Basilica è chiuso e così prendiamo l’occasione per dire “dobbiamo tornare in autunno!” 

Detto. Fatto.

Inauguriamo novembre con questa escursione per rigenerarci e ammirare questo luogo vestito d’autunno. Un autunno che più che mai sto mordendo e assaporando in ogni suo momento.
La giornata è stupenda, di quelle della classica espressione “non potevamo scegliere giorno migliore”. Cielo azzurro, terso, limpido. Sole caldo. Vento leggero e fresco.

Arrivati a Civate, troviamo facilmente la strada per San Pietro al Monte perché le indicazioni sono molto curate e precise.
Parcheggiamo “come l’altra volta” vicino al sentiero che conduce alla Basilica; questa volta però siamo dotati di cambio scarpe running-trekking.

Prima di iniziare a camminare contattiamo gli “Amici di San Pietro”, un’associazione che dal 1975 si occupa della valorizzazione della Basilica, per sapere se è aperta.
Gentilmente ci rispondono che il lunedì è giorno di chiusura ma nel pomeriggio veniamo ricontattati…

Iniziamo a ri-percorrere il sentiero che ci conduce a San Pietro.

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I colori dell’autunno sembrano colare come lava calda sulle nostre teste e ci avvolgono in un silenzioso e timido abbraccio. Sotto i nostri piedi le foglie croccanti si spezzano insieme all’umidità che bagna dolcemente il sentiero.
Incontriamo le “casotte”, tipici rozzi ripari in pietra costruiti a secco e per lo più ricoperti da uno strato impermeabile di zolle erbose. Queste strutture rivestivano diverse funzioni a seconda dell’esigenza e delle necessità. Si rivelavano comodi ripostigli per gli attrezzi agricoli, asciutti ripari durante gli acquazzoni o morbidi giacigli per il riposo durante le pause lavoro.

“Ora et labora”: il motto inciso sui portali d’ingresso al complesso abbaziale ci ricordano la passata presenza dei frati benedettini.

Notiamo con sorpresa che non siamo soli. Il grande e verde prato che si estende vicino alla Basilica è infatti punteggiato da altre persone che mangiano, scattano fotografie, leggono e giocano, come tre piccoli fratelli che rotolano ridendo lungo il prato.

Da quanto tempo non ammiravo queste immagini, così semplici, essenziali, primitive.

Ci sediamo anche noi, come d’usanza in questi casi, togliamo calze e scarpe e mangiamo qualcosa accarezzati dai raggi del sole più caldi della giornata.
Ammiriamo il paesaggio: dal Monte Cornizzolo, un tempo chiamato Pedale, dove sorge la Basilica di San Pietro detta appunto “al Monte” si staglia di fronte a noi il Monte Barro, il Lago d’Oggiono e il Lago d’Annone divisi dalla penisola Isella. Sullo sfondo le imponenti sagome del Resegone e le Grigne.

Veniamo ricontattati dagli “Amici di San Pietro” che ci avvertono dell’opportunità di apertura della Basilica. Che dire: “Gioia infinita”.
Verso le ore 15.00 arriva Serafino. Sì, questo è il suo nome, un nome che non si dimentica: per Elisa il rimando è diretto ai Serafini della prima gerarchia angelica, per Stefano è “Serafino” – Celentano – nel film di Pietro Germi del 1968.
E’ lui il nostro San Pietro che apre con le sue chiavi la Basilica, la cripta e anche il vicino Oratorio di San Benedetto, raccontandoci qualche curioso aneddoto.
Adoro questi momenti. Quando visito nuovi luoghi ho sempre il desiderio di incontrare qualcuno che vive lì, capace di raccontarti il suo sapere, quello Vero.

Semplicemente perché, a differenza di una guida turistica come me, non si limita a studiare, conoscere, ammirare quel luogo, ma lo vive, ogni giorno. Ogni giorno della sua vita.
Avrei voluto rimanere le ore ad ascoltarlo e a parlare ma, incuriositi dalla vicina Basilica di San Calocero, che Serafino brevemente ci illustra, ci congediamo.

Concludiamo la nostra giornata nel borgo di Civate, entrando nel muto chiostro di San Calocero, che resta ancora da visitare al meglio per gli affreschi e la cripta che si nasconde sotto la chiesa.
Beviamo un Caffè nel bar vicino (come suggeritoci da Serafino), salutiamo questo luogo e torniamo verso casa. Sullo sfondo dei colori pastello del tramonto sul lago, la promessa di “tornare quando ci sarà la neve”.
Da buona amante dell’arte, ci tengo a ricordare che vicino a Civate, in direzione Como, si trova Pusiano, dove, in Via Madonna della Neve, visse Segantini, artista che personalmente adoro. Che invidia, ripensandoci, riuscire ad impastare i colori di questi luoghi e fissarli sulla tela, per sempre.

Un ultimo appunto! A 20 km circa a sud di Civate si trova Agliate, frazione di Carate Brianza (MB), altra gemma preziosa tutta in stile romanico.

UN PO’ DI … STORIA

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Iniziamo con il fascino di un’antica leggenda.
Un giorno Algiso, figlio del re longobardo Desiderio, s’avvia alla caccia con i giovani compagni e giunge alle pendici del monte Pedale. Qui scorge un enorme cinghiale che si nutre di castagne e ghiande selvatiche e lo insegue. L’animale, dopo una corsa disperata nella boscaglia, si rifugia in un piccolo oratorio che sorge in una radura. Algiso, che lo vede accasciato ai piedi dell’altare, incocca una freccia nell’arco, ma d’improvviso diventa cieco.
Accorrono gli amici ed un eremita ed insieme chiedono a Dio un miracolo. Se il giovane riacquisterà la vista, sul luogo sorgerà una chiesa meravigliosa dedicata al primo degli apostoli, adorna di reliquie.
La basilica attuale, dedicata a San Pietro e Paolo non è certo la chiesa del leggendario voto di Algiso, ma la sua straordinaria architettura e mirabile arte decorativa riconducono il visitatore in un mondo di secoli passati.
Testimonianza fedele del romanico lombardo, essa è rimasta intatta, con il vicino oratorio di San Benedetto a narrare la grandezza di Dio e della sua Parola.

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Il luogo, che attualmente non è più occupato da religiosi, si compone di tre edifici: la basilica di San Pietro, l’oratorio intitolato a san Benedetto e quello che era il monastero, di cui rimangono solo rovine. Abbandonato come sede principale dell’abbazia, dopo la fondazione del monastero a valle di San Calocero, che sorge ancora nel vecchio nucleo del borgo di Civate, la sua presenza rimase importante anche dopo l’avvento dei monaci Olivetani nel XVI secolo, fino alla soppressione napoleonica dell’ordine.
Allora il monastero a valle di San Calocero e l’oratorio di San Benedetto furono venduti a privati, la basilica di San Pietro al Monte assegnata al municipio. Non sapendo che farsene, quest’ultimo la donò alla parrocchia cui ancora appartiene.

I lavori di restauro e manutenzione furono iniziati verso il 1930.
Dal 1975 gli “Amici di San Pietro”, sotto la guida di Don Vincenzo Gatti, continuano l’impegno di manutenzione, cura e restauro del complesso per consentirne la fedele conservazione e l’approfondimento degli studi e della conoscenza.

ARCHITETTURA&AFFRESCHI

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Arriva la parte del racconto che preferisco.
Prima di continuare a scrivere ho divorato le pagine del libro “Un monastero sulla montagna” che ho comprato in situ (scommetto che molti, come me, annusano le pagine di un libro ancora prima di comprarlo): un vero e proprio viaggio nella storia dai Celti, i Romani, i Longobardi, Carlo Magno, i monasteri, i Comuni fino alle soppressioni napoleoniche!

Non solo. Inizio a sorridere quando leggo i simboli, i colori, i nomi delle iconografie più classiche per una studiosa di storia dell’arte come me e mi ri-vedo quando li spiego ai bambini nei miei semplici ed occasionali “racconti d’arte” a scuola.

Cercherò di essere breve.
Prima di iniziare, raccomando uno sguardo privilegiato quando entrate in questi luoghi: abituatevi a guardare verso l’alto e a non dare niente per scontato.

Prima di entrare in San Pietro ammirate il portale d’ingresso.

DSC_0532Troverete la Tratitio Legis ovvero la “Consegna della Legge”, che in modo semplice ed immediato giustificano la dedicazione della basilica. Cristo al centro tra i Santi Pietro e Paolo cui consegna rispettivamente le chiavi, simbolo del potere della Chiesa e il libro della parola di verità, il Vangelo.

Primo passo dentro la basilica e guardate in alto.

Sulla prima volta a crociera, Cristo posto al centro domina la Gerusalemme Celeste (questa è una delle immagini che ricordo perfettamente stampata su una pagina del mio consumato libro di storia dell’arte – la fotografia che ho inserito nell’articolo arriva dalla Galleria di immagini del sito web AmiciDiSanPietro ), fedele alla descrizione dell’Apocalisse e rappresentata come nella letteratura medioevale.

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Città quadrata, con agli angoli le 4 virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), è fondata sulle pietre preziose di cui si leggono le iniziali puntate. Nelle mura si aprono 12 porte, mentre il Cristo ha ai lati gli alberi della vita, ed ai suoi piedi l’agnello sacrificale. Proprio dai piedi dell’agnello sgorga un rivo d’acqua che si divide in quattro ruscelli scorrendo verso l’interno della basilica. Nella volta successiva, quattro personaggi rovesciano da grandi otri l’acqua dei quattro ruscelli, che costituiscono un legame diretto tra cielo e terra trasformandosi nei quattro fiumi del Paradiso Terrestre: Geon, Pison, Tigri, Eufrate. Al centro, in un cerchio, il simbolo del Chi Ro o Chrismon (mi sembra ancora di sentire la voce del docente di storia dell’arte bizantina che pronuncia questo nome), ovvero la combinazione di due lettere dell’alfabeto greco che formano un’abbreviazione del nome di Cristo, affiancate dall’alfa e dall’omega, l’inizio e la fine.
Osservate le colonne legate da due plutei in stucco, su cui sono raffigurati due animali tratti direttamente dai bestiari medioevali: il grifo e la chimera.
Sono i simboli del male che fuggono dalla chiesa, poiché essa è luogo del bene.

Solo questo basta a lasciarvi a bocca aperta!

L’affresco dell’Apocalisse

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La raffigurazione di Civate riprende in modo meraviglioso il racconto del XII capitolo dell’Apocalisse di San Giovanni. L’affresco si svolge sulla parete di fondo, inserito in una delicata cornice di stucchi ed elementi architettonici che ne completano e rafforzano il significato simbolico.
La lettura dell’affresco inizia a sinistra, dove la donna partoriente è distesa. Sopra di essa il sole ed ai suoi piedi una falce di luna partecipano dell’evento straordinario che coinvolge l’universo. Un terribile dragone alato, simbolo del male spirituale, la minaccia con la mostruosità delle sue sette teste e dodici corna, mentre con la coda precipita le stelle dal cielo! Solo l’intervento fulmineo dell’arcangelo Michele, alla guida delle sue schiere angeliche, gli resiste. Egli risalta nella sua perfetta e fiammante divisa da centurione romano tra le tuniche dei suoi soldati celesti e protegge nella drammatica battaglia il bimbo che è nato. Ecco, infatti, che l’esito dello scontro è già celebrato con solennità al centro della scena: un angelo introduce il bambino nella mandorla. Ed il fanciullo si rivela il Cristo Vincitore, seduto in maestà sul suo trono.

Il ciborio

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Il pezzo artistico più rilevante della basilica, dal punto di vista plastico ed architettonico, è senza dubbio il ciborio.
Cos’è? E’ un elemento architettonico a forma di baldacchino che sovrasta l’altare nelle chiese. Poggia generalmente su quattro supporti verticali raccordati mediante archi e reggenti una volta piana o cupoletta, destinata a custodire la pisside contenente le ostie consacrate.
A Civate in San Pietro si innalza al centro del presbiterio, rialzato da tre gradini di granito di ghiandone rispetto alla navata, ed è attribuibile al X-XI secolo, con alcuni rifacimenti seicenteschi. E’ un monumento rarissimo di cui si ha un solo similare esempio in S. Ambrogio a Milano.

La cripta

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Una scala conduce alla cripta, la parte più antica della costruzione, un tempo decorata da stucchi, ora in buona parte scomparsi.
Stupendi i capitelli delle colonne e la parte absidale con notevoli decorazioni.
Vi sono tracce della Presentazione di Gesù al Tempio, la Deesis dal greco “supplica”, “intercessione” – Cristo benedicente tra la Madonna e San Giovanni Battista, rispettivamente simboli della Chiesa e dell’Umanità e due piccoli soldati inframmezzati ai personaggi maggiori. Sopra altra iconografia: Dormitio Virginis – “Dormizione della Vergine” – e l’Assunzione della Vergine in cielo.

Oratorio di S. Benedetto

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Di fronte alla Basilica di San Pietro si innalza l’oratorio di San Benedetto, dalle classiche forme del romanico lombardo. L’interno è spoglio, poiché la costruzione non è stata affrescata. I pilastri, al centro, non sorreggono più la volta forse caduta.
Attira l’attenzione l’altare, dove al centro è rappresentata la Deesis, sui fianchi S. Benedetto e   S. Andrea, a ricordare anche l’uso di cappella funebre cui era destinato lo stesso edificio.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

AmiciDiSanPietroCivate

ComuneDiCivate

EscursioniCivatesi

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Qualche scatto estivo ad Agliate (MB)

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Credits

Un Monastero sulla Montagna – visita a San Pietro al Monte, Carlo Castagna, 2007

Amici di San Pietro – Serafino

Escursioni civatesi

Google

Passeggiate ossolane

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Non è semplice descrivere situazioni già vissute.

Semplicemente perché l’espressione delle nostre emozioni è istantanea, effimera.

Ripercorrere con la mente quelle emozioni non è mai lo stesso di quando le hai appena sentite.

Tuttavia, l’intreccio magico che si snoda non-a-caso tra le mie storie, mi ha stimolato nella stesura di un nuovo racconto, questa volta ambientato nella natura. Quella natura di cui, ad un certo punto, abbiamo bisogno: i colori, il silenzio, i profumi, la sua essenza.

Sentire l’essenza di ciò che ci sta intorno: questa è la forza della natura.

Tutto si ferma, “non si muove un filo d’aria” e all’improvviso sentiamo come l’esigenza di morderla, afferrarla, nasconderla dentro le tasche dei pantaloni e portarla sempre con noi.

Questa estate ho sentito forte tale esigenza. Scappare dal caldo, che mi faceva girare la testa, spogliare la mente dai mille pensieri e perdermi.

Il mattino di quel lunedì la pioggia scaricava ampolle d’acqua gonfie e pesanti. Il tempo non era dei migliori per una gita in montagna ma credo che quel lunedì la mia determinazione, insieme a quella di Cinzia e Antonietta, abbia incontrato la forza della natura.

Così Lei ci ha risucchiato in un desiderio irrefrenabile di viverla comunque, in qualsiasi condizione e a qualsiasi prezzo.

Arrivate a destinazione, candidi raggi di sole, un’aria vivida e fresca hanno subito gonfiato i nostri polmoni assetati.

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Dopo una breve sosta alle Fonti di Baceno per una vera ricarica d’acqua in pieno stile “into the wild” ci rechiamo verso gli Orridi di Uriezzo.

Uriezzo è una frazione di Premia, in Valle Antigorio.

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Gli Orridi sono ombrose incisioni nella roccia scavate dall’antico sistema di torrenti che scorrevano sul fondo del ghiacciaio del Toce che percorreva in passato la valle. Con il ritiro dei ghiacciai, l’andamento della locale rete idrografica si è sensibilmente modificato: la peculiarità degli Orridi di Uriezzo consiste proprio nel fatto che il torrente che li ha modellati ora non percorre più queste strette incisioni, pertanto è possibile camminare agevolmente all’interno di esse. Gli Orridi sono contraddistinti da una serie di grandi cavità subcircolari separate da stretti e tortuosi cunicoli. Le pareti sono tutte scolpite da nicchie, volute, scanalature prodotte dal moto vorticoso e violento di cascate d’acqua e in certi punti si avvicinano tanto che dal fondo non permettono la vista del cielo. Il fondo roccioso non è visibile, perché mascherato da materiale alluvionale e da uno strato di terriccio.

Gli Orridi costituiscono un ecosistema complesso: costanti condizioni di elevata umidità, scarsa illuminazione, pareti lisce e levigate, determinano difficili condizioni ambientali, a cui si adattano, in campo vegetale soprattutto muschi e felci, presenti in una grande varietà specie.

Gli Orridi visitabili sono tre, denominati Orrido Sud (il più spettacolare, chiamato dagli abitanti del luogo “Tomba d’Uriezzo”, lungo circa 200 metri e profondo da 20 a 30 metri), Orrido Nord-Est (lungo circa 100 metri e profondo una decina, molto stretto in alcuni punti) e Orrido Ovest (meno caratteristico, formato da due tratti distinti). Un quarto orrido, che prende il nome di Vallaccia, si trova poco sotto la Chiesa di Baceno ma è difficilmente accessibile e termina con un salto sul torrente Devero.

Visitiamo i primi due.

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Ricordo quelle pareti che trasudavano d’acqua, i loro imponenti e sinuosi volumi che si chiudevano sopra le nostre teste, come se da un momento all’altro volessero inghiottirci.

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Ricordo il verde del muschio che ho tanto catturato con la macchina fotografica.

Finalmente posso fermare questa immagine, quella del muschio intendo, che io adoro tanto.

Ricordo sempre con affetto quando, da piccola, durante una gita scolastica al Parco del Ticino, tolsi le scarpe per camminare a piedi nudi su un vero tappeto di muschio. Se chiudo gli occhi, riesco ancora ad avvertire quella sensazione di benessere che provai sentendo la mia pelle nuda a contatto con una superficie morbida, umida, accogliente.

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All’uscita dell’Orrido Sud proseguiamo fino al ponte di Maiesso per ammirare le caratteristiche Marmitte dei Giganti lungo il corso del Toce. Si tratta di impressionanti cavità emisferiche o cilindriche scavate nella roccia dalla violenza delle acque di fusione del ghiacciaio.

Un nome tra mito e realtà che ben restituisce, nella potenza con cui l’acqua attacca la roccia, la forza della natura.

Decidiamo di sederci vicino a questo meraviglioso spettacolo per una breve pausa pranzo, di quelle che piacciono a me. Quando ti siedi su un sasso, senza una tavola, quando le mani sporche di terra toccano il cibo, quando ti abbandoni e ti rilassi completamente nei discorsi più vari e disparati.

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Riprendiamo a camminare ed eccole comparire “Le grandi cattedrali dell’energia”, così come le ha definite l’architetto futurista Antonio Sant’Elia.

Torri a pagoda o neomedievali, finestre esagonali, trapezoidali, bifore…La fantasia dell’architetto Piero Portaluppi si è scatenata nella progettazione delle centrali elettriche dell’Ossola. Da una parte segno del prestigio del committente, la Società Elettrica Conti, dall’altra espressioni dello stile eclettico déco del primo Dopoguerra.

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Ammiriamo la Centrale di Verampio e, riguardando le foto, che nome si staglia sul muro della stessa? Ettore Conti. Lo stesso che poco fa ho immaginato seduto nella sua calda poltrona a Milano. Adoro questi viaggi mentali.

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Terminiamo la nostra giornata con la visita alla Cascata del Toce, chiamata anche “La Frua”, che forma un salto di circa 143 metri di altezza.

Ci rigeneriamo alle Terme di Premia e a Cravegna (frazione di Crodo) ci fermiamo per una rustica cena alla festa del paese. Qui incontro gli amici dell’Unione Sportiva, un bel gruppo che qualche tempo fa ho accompagnato alla scoperta del mio caro Naviglio Grande.

Una giornata lenta, tranquilla, morbida. Una giornata che, forse, riesco a rivivere nei fugaci momenti che in questi giorni dedico ai colori dell’autunno.

No, mi sbaglio. Se rifletto bene, una cosa è ammirare la natura, un’altra è viverla.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

OrridiDiUriezzo

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Credits

Comunità Montana delle Valli dell’Ossola – Google

La Vigna di Leonardo a Milano

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Eccomi ancora a Milano.
Questa volta per esplorare una vigna, o meglio la Vigna, quella di Leonardo.
Nonostante la mia natura “da guida”, mi piace conoscere luoghi di cui conosco solo il nome e non ho molte informazioni.
Una “caccia al tesoro” dove la giusta aspettativa amplifica lo stupore della scoperta.
E’ una sorta di gioco che mi diverte e tiene ben allenata quella “fame di conoscenza” che noi esseri umani abbiamo intrinseca nel sangue ma che, a mio avviso, dobbiamo sempre ridestare e sollecitare per sentirci sempre più parte di qualcosa di grande, che ci circonda e ci abbraccia con le sue meraviglie.
In fondo…è una bellezza gratuita!

Il desiderio di fotografare domina sulle informazioni dell’audio guida che ci consegnano all’inizio del percorso.
Attivo il mio processo di sintesi delle informazioni e recepisco alcune parole chiave, tra cui Rinascimento, Sforza, Leonardo, Vigna, Ettore Conti, Piero Portaluppi e le abbino agli affreschi, alle architetture e agli scorci che ammiro.
E, come sempre, si compone una bella storia, della quale, non-a-caso, ho conosciuto qualche anteprima…

UN PO’ DI…STORIA

CRONACA DI UN PROGETTO – Piero Portaluppi e le case degli Atellani

Non lontano dal Cenacolo di Leonardo da Vinci e di fronte a Santa Maria delle Grazie, la casa degli Atellani è, seppur modificata nei secoli, il solo edificio di corso Magenta che conservi ancora un aspetto rinascimentale. Ma chi erano gli Atellani? Gli Atellani, o della Tela, erano una famiglia di cortigiani e diplomatici, originari della Basilicata, giunti al nord nel corso del Quattrocento, al servizio dei duchi di Milano, di Ludovico il Moro e degli Sforza. È proprio il Moro, nel 1490, a regalare a Giacometto della Tela, capostipite conosciuto della famiglia, due case a corte con giardino situate lungo il borgo delle Grazie, l’attuale corso Magenta. Due case vicine e separate: l’una nel luogo dello scomparso numero civico 67; l’altra, probabilmente già ricostruita nel primo Cinquecento, nel luogo dell’attuale ingresso al numero civico 65. I discendenti di Giacometto le abitano fino al Seicento. Nel 1919 il senatore Ettore Conti ne diventa il nuovo proprietario e affida all’architetto Piero Portaluppi, suo genero, l’incarico di trasformarle nella sua nuova abitazione. Portaluppi abbatte il muro che le separava e s’inventa una casa sola, unendo le due corti preesistenti grazie a un nuovo atrio porticato, sotto il quale prevede l’ingresso all’appartamento padronale. La pianta della nuova casa viene riequilibrata intorno a un inedito asse prospettico che si spinge fino al giardino interno. In fondo al primo cortile, l’architetto riporta alla luce tre muri di affreschi probabilmente dipinti nel 1533 in occasione del matrimonio fra Francesco II Sforza e Cristina di Danimarca; altri frammenti d’epoca, come le arcate e lo sporto del primo piano, sono messi in mostra lungo le pareti del secondo cortile.

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Intorno al portale su corso Magenta, Portaluppi sigla il progetto con le finestre a triangolo polilobato e con il cancello, su cui disegna il motivo dell’orifiamma. Il volume e il fronte su strada attuale vengono ricostruiti dall’architetto nel dopoguerra, per rimediare alle distruzioni causate dai bombardamenti che, nell’agosto del 1943, si abbattono sulla casa. Portaluppi abitava nell’appartamento al pianoterra, proprio in fondo al secondo cortile, dove è tuttora appesa la casetta simbolo del suo studio.

SALA DELLO ZODIACO – Fare senza dire

DSC_0037_newDecorare gli ambienti con immagini astrologiche era un’usanza già medioevale, comune prima agli edifici religiosi e diffusa, dalla fine del Duecento, anche agli edifici di carattere civile. La sala dello zodiaco di casa degli Atellani risulta già citata in un documento del 1544. La sala prende il nome dai segni dello zodiaco dipinti nelle lunette, mentre sulla volta compaiono i carri dei pianeti e, alle pareti, una carta d’Italia, la Rosa dei venti e alcune figure che rappresentano le stagioni. A fronte dei dodici segni zodiacali ora le lunette però sono quattordici: nel 1922 Portaluppi amplia la sala abbattendo l’obliquo muro finestrato che la delimitava; dopodiché decora lo spazio aggiunto con gli astrolabi che tanto amava e disegna due nuove lunette, riconoscibili dal proprio motto “faire sans dire” e dalle iniziali H e J, che starebbero per Hector e Joanna, i nomi di Ettore Conti e di sua moglie, Giannina Casati. Sul mosaico del pavimento Portaluppi ridisegna pianeti e segni dello zodiaco, in corrispondenza degli affreschi in parete, e traccia in diagonale, dove poggiano le due colonne, l’ingombro del muro abbattuto, che era poi il muro che separava le due vecchie case. La sala dello zodiaco è il capolavoro dell’arte mimetica di Portaluppi, della sua capacità di mescolare vero antico e falso storico.

Questa sala mi riconduce subito al quattrocentesco loggiato della Canonica Agostiniana del mio piccolo paese, Bernate Ticino, decorato nella parte superiore con segni zodiacali.

LA SALA DEL LUINI – Un caso di devozione cortigiana

Gli Atellani erano una famiglia devotissima agli Sforza, dinastia cui restarono fedeli sempre e per la quale, nel corso delle guerre d’Italia del primo Cinquecento, svolsero diversi incarichi diplomatici. Il segno di questa devozione è senz’altro la Sala dei ritratti, la sala al pianterreno della casa dove sono dipinti, sotto una volta a lunette completamente affrescata con arabeschi e motivi vegetali, quattordici tondi con le fattezze di altrettanti uomini e donne della dinastia sforzesca. Per identificarli, è necessario decifrare l’iscrizione che accompagna ogni ritratto.

La sala dei Ritratti è ormai attribuita con certezza a Bernardino Luini e bottega, ossia a Bernardino Luini e ai suoi quattro figli. Solo gli intrecci floreali del soffitto e delle volte, però, sono gli affreschi originali. Nel 1902, onde impedirne la più volte minacciata vendita all’estero, i ritratti sono stati acquistati dal Comune e trasferiti al museo del Castello Sforzesco, dove giacciono tuttora esposti. Gli affreschi presenti in sala oggi sono delle copie realizzate negli anni venti, all’epoca del progetto di Portaluppi.

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LA SALA DELLO SCALONE – Dagli Atellani in avanti

Già nel primo progetto del 1922 questo scalone, pensato da Portaluppi, portava all’enfilade dei grandi saloni di rappresentanza del primo piano, abbattuti dai bombardamenti. Piero Portaluppi concede l’onore delle armi alle famiglie Taverna, Pianca e Martini (dagli Atellani ad Ettore Conti, in quattro secoli di storia le case passarono attraverso queste tre differenti proprietà) incastonandone gli stemmi gentilizi nella balaustra dello scalone.

LO STUDIO DI ETTORE CONTI – Dal taccuino di un borghese

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Il senatore e ingegnere Ettore Conti è il primo, vero magnate dell’industria elettrica italiana. Con le sue imprese, nel primo Novecento, costruisce molte centrali idroelettriche nelle valli alpine, di regola su progetto di Portaluppi, diventando uno dei più importanti industriali del ventennio fascista. Questo è il suo studio. Muore nel 1972, all’età di 101 anni! È sepolto assieme alla moglie nella quarta cappella a sinistra di Santa Maria delle Grazie, la basilica di cui per due volte, prima e dopo la guerra, ha finanziato i restauri. In un’altra cappella delle Grazie, la sesta sulla destra, riposano gli Atellani.

Ettore Conti, Centrali idroelettriche, Portaluppi. Ed ecco l’anteprima della storia, alla quale dedicherò un altro piccolo articolo. Ad agosto, in primis per fuggire dal caldo estivo, in secundis per scoprire nuovi luoghi e soprattutto, ignara della Vigna di Leonardo, ho camminato nella natura ossolana, chiacchierando tra “Le grandi cattedrali dell’Energia” ovvero le Centrali idroelettriche di Ettore Conti, progettate da Portaluppi.

Chissà quanti pensieri e quanti discorsi sono evaporati da queste soffici poltrone, fotografate in questa atmosfera antica, quasi magica, che ci trascina un pò indietro nel tempo…

IL GIARDINO DELLE DELIZIE – Le novelle di Matteo Bandello

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La casa degli Atellani vive la sua età dell’oro nel periodo che va dal 1490 al 1535. È in questi anni che Matteo Bandello, frate domenicano di stanza alla Basilica delle Grazie, cortigiano e letterato, nonché caro amico dei figli di Giacometto, ambienta la maggior parte delle sue Novelle. Le 214 Novelle di Matteo Bandello, pubblicate nel 1554, sono in genere riconosciute come il novelliere più importante del sedicesimo secolo. Molte novelle sono annunciate dagli Atellani, oppure hanno gli Atellani come spettatori; molte vengono raccontate e ambientate sullo sfondo della loro casa e del loro giardino, luogo di cene e feste, centro privilegiato della vita mondana milanese. Nell’Ottocento il giardino di casa degli Atellani era invece un giardino romantico all’inglese al quale dicono avesse messo mano Ercole Silva, l’architetto paesaggista che, nel primo Ottocento, aveva introdotto il giardino all’inglese in Italia. Lo stesso giardino viene riprogettato da Portaluppi secondo nuove regole di simmetria, intorno a un viale prospettico composto da cipressi, ornato di anfore e statue in pietra, completato da parterres e fontane.

LA VIGNA DI LEONARDO DA VINCI – Una passione nascosta

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Leonardo da Vinci si trasferisce a Milano, alla corte di Ludovico il Moro, nel 1482.
Sedici anni dopo, nel 1498, Ludovico regala a Leonardo una vigna, di quasi sedici pertiche (oltre un ettaro di terreno), come omaggio alle sue mirabili opere milanesi e legato al fatto che la famiglia di Leonardo possedeva molti vigneti in Toscana: ciò che Ludovico il Moro voleva suggerire con il suo regalo era di far sentire Leonardo “a casa” nella città di Milano, dove il maestro trascorse 18 anni della sua vita.

Parte della vigna di Leonardo si trovava qui, nel perimetro dell’attuale giardino di casa degli Atellani. Su questa Vigna cade l’oblio per quattro secoli, fino ai giorni in cui Portaluppi avvia il cantiere di casa degli Atellani. È in questo periodo che l’architetto Luca Beltrami, grande storico di Leonardo, verifica sugli atti e i documenti rinascimentali la possibile esatta posizione della vigna, proprio in fondo a questo giardino. Ed è in questo periodo che Beltrami identifica e fotografa la vigna di Leonardo, incredibilmente ancora intatta, prima che venga distrutta da un incendio e dalle urgenze dell’urbanistica. In questi ultimi anni la Fondazione Portaluppi e gli attuali proprietari della casa hanno promosso una ricerca intorno al sito della vigna di Leonardo. Scavando nell’area riconosciuta da Beltrami sono stati individuati i camminamenti che regolavano i filari della vigna, seppelliti sotto le macerie dei bombardamenti del 1943. Grazie al materiale organico ritrovato il professor Attilio Scienza, massimo esperto di dna della vite, è riuscito a risalire al dna del vitigno coltivato da Leonardo: la Malvasia di Candia Aromatica.

Catapultata in questa piccola e silenziosa oasi verde, incastonata nel tessuto urbano milanese, percorro un divertente viaggio con la fantasia.

Me lo immagino Leonardo. Durante o dopo una giornata di lavoro al Cenacolo di Santa Maria della Grazie, attraversare la strada e andare a controllare la sua vigna…

Un’immagine straordinariamente antica e attuale nello stesso tempo.

In fondo questi sono luoghi dove la Storia riesce sempre a stupirci, a farci riflettere e letteralmente sognare.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Una breve visita anche alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie…

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Credits

Vigna di Leonardo

“El Barchett el vaa!”

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“El Barchett el vaa!” – urla Giuseppe dal “Barchett” e scivoliamo lungo il Naviglio Grande, sfiorando le sue acque da Boffalora sopra Ticino a Milano.

Sono a Gaggiano e vedo il “Barchett di Boffalora” arrivare con Giuseppe che mi invita a salire “al volo”. Purtroppo ho rifiutato ma il caso ha voluto che incontrassi ancora Giuseppe e questa volta l’appuntamento è fissato. Salgo ufficialmente sul “Barchett de Boffalora”!

Un grande onore. Ho sempre lavorato come guida turistica sul Naviglio Grande ma ho sempre viaggiato sulle imbarcazioni “moderne”.

Vivere il Naviglio Grande dal “Barchett” è stata un’emozione affascinante, bellissima, unica.

Adoro questi momenti creati da quel sottile legame che esiste nella semplicità delle persone, mi affascina sempre l’idea di qualcosa di nuovo che accarezza la mia passione per i luoghi vicini a casa. Mi sento fortunata quando la vita mi regala esperienze come questa, così genuine e ricche di aria fresca.

Una sensazione di totale benessere mi avvolge e in questi momenti…è come toccare il cielo con la punta delle dita.

Il contesto

La mia avventura ha un “contesto turistico”, perché il viaggio del “Barchett” a Milano, nei venerdì dei mesi di luglio e settembre, si è svolto nell’ambito di un evento: Ossola in Expo.
Ossola in Expo è un’iniziativa organizzata dalla Città di Domodossola con l’obiettivo di promuovere l’Ossola e le sue Valli a Expo Milano 2015.
Gli eventi sono stati organizzati in collaborazione con Expo in Città presso la ex-Fornace sul Naviglio Pavese.
Io sono “capitata” venerdì 11 settembre nella giornata dedicata a “Il turismo in Val d’Ossola: una terra per la qualità della vita”.

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Così il mio viaggio si è colorato di volti e musiche, grazie ai gruppi folkloristici della Val d’Ossola e alle streghe di Croveo (frazione di Baceno).
Grazie al racconto di quest’ultime, ho scoperto che le streghe, legate a leggende, magia e tradizione, sono figure che la Valle Antigorio ha deciso di riscoprire e valorizzare.
A Baceno è nato, infatti, il “Comitato streghe” che lavora per approfondire la storia di quelle donne perseguitate durante l’Inquisizione e arse vive, sospettate di stregoneria perché conoscitrici delle erbe di montagna, oppure mogli e figlie di frontalieri che varcavano il confine per lavorare nella Svizzera calvinista di allora, o semplicemente perché dotate di una bellezza fuori dal comune. Il gruppo lavora nello specifico sulla valorizzazione della frazione antica Croveo, dove sono stati posizionati in modo permanente 14 totem nei vari punti d’interesse con la storia e le immagini visibili grazie a una applicazione.

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E ancora…si narra che in Ossola il luogo prediletto delle streghe fosse il monte Cistella dove, illuminate dalla luce della luna, queste donne, trasformate in gatte, volpi o bellissime fanciulle, danzavano scatenate fino alle prime luci dell’alba.

Adoro quando le “occasioni” che vivo si arricchiscono di queste interessanti scoperte che mi stimolano a visitare altri luoghi, la loro storia, la loro tradizione.

Torniamo a noi.

“EL BARCHETT DI BOFFALORA”

Il “Barchett” era la barca-corriera che trasportava sul Naviglio Grande passeggeri e merci diretti a Milano. Rimase in funzione dal 1645 al 1913.

Il viaggio da Boffalora a Milano (circa 40 km) durava dalle 5 alle 8 ore, con fermate a Robecco sul Naviglio, Abbiategrasso, Gaggiano e Porta Ticinese.

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Gli orari erano piuttosto approssimativi: la corriera arrivava “alle otto del mattino” e partiva “ad un’ora pomeridiana”. Per non rischiare di rimanere a terra, la gente si preparava sull’approdo diverse ore prima, oppure affollava le vicine osterie in attesa di sentire il richiamo del timoniere: “El vaa! El barchett el vaa!”

All’andata, l’imbarcazione si lasciava trasportare dalla corrente. Al ritorno invece, per risalire il canale, si faceva trainare da un cavallo (sostituito successivamente da un trattore). Il viaggio era allietato da personaggi come “el torototela”, un cantastorie che si accompagnava con uno strumento monocorde e “quel de la riffa”, che cercava di coinvolgere i passeggeri in una lotteria.

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Il costo del viaggio, secondo un tariffario del 1823, era di 43 centesimi per i passeggeri (circa un quarto del salario di un operaio del tempo) e di 5 per le merci.

Il ricordo del “Barchett” è giunto fino a noi grazie a Carlo Righetti, in arte Cletto Arrighi,  poeta milanese della corrente della Scapigliatura, che nel 1870 lo rese protagonista di una commedia intitolata appunto “El barchett de Boffalora”.

Dopo il fiasco iniziale, la commedia divenne, con oltre quattrocento repliche, la più rappresentata in assoluto del Teatro Milanese, diventando il cavallo di battaglia di Edoardo Ferravilla, grande interprete del teatro milanese e attore molto popolare.

Dopo vari tentativi per costruire una replica di tale imbarcazione, fu solo nel 1998 che il progetto si è concretizzato. Grazie all’impegno e il fattivo contributo di privati, dell’Amministrazione Comunale di Boffalora sopra Ticino, della Provincia di Milano e soprattutto grazie all’Associazione Storica “La Piarda”, costituita nel 1990 per diffondere la ricerca storica locale, di cui Ermanno Tunesi ne è l’instancabile promotore, il “Barchett” solca ancora le acque del Naviglio, grazie ad una meritevole e rigorosa ricostruzione.

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Nel 2013 si è voluto ricordare il Centenario dell’ultimo viaggio del “Barchett” a Milano avvenuto nella primavera del 1913, prima della sua soppressione per evidenti difficoltà economiche a causa delle emergenti linee tramviarie.

Altre caratteristiche…da “Barchett”

Costruita in rovere, la barca corriera doveva essere lunga 17,5 metri e non larga non più di di 2,90 metri, priva di sporgenze esterne per non danneggiare le sponde. Il fondo era piatto, anche se il Regolamento del 26 novembre 1822 disponeva che per il terzo anteriore “le sponde concorrendo a congiungersi fra loro costituirebbero la prora, allo scopo d’incontrare minor resistenza nel movimento”.

La parte destinata ai passeggeri (il casello) non doveva occupare più di un terzo della lunghezza dello scafo, essere dotata di 40 posti a sedere su panche fisse trasversali; altezza massima 2,35 m, ai fianchi almeno 1,62, con l’eventuale copertura in legno dolce, con timone a pala. La velocità massima raggiunta era vicina ai 20 km, soprattutto in un paio di rapide, che, anche se non pericolose, imprimevano un’andatura di tutto rispetto.

Concludo con il ritornello di una canzone, di cui conservo onorata una copia cartacea, intitolata semplicemente “Il Barchetto di Boffalora”.

Sul barchetto di Boffalora
si fa il giro del mondo in un’ora
caricando il motorino
con fiaschetti di buon vino!

Con il “Barchett” vi regalo solo un assaggio di tutta quella meravigliosa storia legata al Naviglio Grande e ai paesi che vi si affacciano, con suggestivi scorci e romantiche atmosfere: dalle foglie colorate degli alberi che si specchiano nelle sue acque in autunno, alla neve che come un soffice tappeto ricopre l’alzaia, alle robinie in fiore in primavera e ai brillanti colori dell’estate.

Non solo. Borghi carichi di storia e cultura, ville nobiliari e antiche leggende, artisti e pescatori…

Un mosaico perfetto, un’armonia che ti avvolge e ti fa sentire…sempre a casa.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

StoriaBoffaloraSopraTicino

OssolainExpo

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Credits

Associazione Storica “La Piarda”, Boffalora sopra Ticino – Google – Ossola in Expo

Cimitero Monumentale a Milano

 

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Ci sono vite che nascono e altre che volano, ci sono respiri che si accendono e altri che evaporano. La Terra piange uno dei suoi frutti, il Cielo sorride al suo nuovo angelo.

Inizio questo articolo con questo pensiero.

Un pensiero dedicato ad una cara persona che in questi giorni ho salutato. Una persona semplice, generosa e amante della bellezza che la vita ci offre.

 

Me lo sono detta molte volte: “voglio visitare il Cimitero Monumentale di Milano”.

Finalmente lo visito, insieme a Roberto che mi accompagna in queste giornate dedicate alla scoperta del “mai visto”, anche lui appassionato di fotografia e non solo.

Anche in questa visita è complice lo studio, quello per l’esame di guida turistica.

Lo studio è il motore che inconsapevolmente mi conduce ad esplorare, capire, vedere.

Il risultato finale è sentire tuo quel luogo e poterlo raccontare con passione agli altri.

 

Entriamo e subito rimango stupita dalla grandiosità del cimitero, davvero “Monumentale”.

Prendiamo una mappa del sito all’Infopoint vicino all’ingresso e ci dirigiamo verso il Famedio, nome derivante dal latino famae aedes, ossia il Tempio della Fama e quindi destinato alla sepoltura e alla memoria di personaggi illustri.

Macchina fotografica immediatamente operativa.

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C’è un bel gioco di luci. Il sole entra dalle vetrate e scalda questo ambiente dove riposano grandi personaggi. Leggo i loro nomi e penso a come dev’essere stato conoscerli, scambiare quattro chiacchere con architetti, scrittori, poeti, musicisti.

Mi piace fare questo gioco a ritroso nel tempo e pensare a quanto sia importante la Storia per l’essere umano, a come il passato conduca a riflettere sul presente.

Usciamo e dopo qualche scatto nelle gallerie laterali entriamo in questo “Museo a cielo aperto”, definizione che ben si sposa con l’ambiente che ci circonda.

Mentre camminiamo, dico a Roberto “Dobbiamo cercare l’edicola della famiglia Campari, rielaborazione plastica del Cenacolo leonardesco e chiamata anche dai milanesi l’Ultimo Aperitivo”.

Voltiamo i nostri capi e compare l’edicola della famiglia Campari!

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Bellissima. Realizzata dallo scultore Giannino Castiglioni nel 1935. Su un basamento di pietra, si staglia il meraviglioso gruppo scultoreo in bronzo.

Così semplice ed immediato, mi attrae per la ricchezza di particolari e scorci che catturo subito con lo sguardo e l’obiettivo.

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CURIOSITA’

La storia di Campari inizia in un caffè di Novara, il Caffè dell’Amicizia, un locale che Gaspare Campari aveva acquistato nel 1860 dopo aver lavorato in due luoghi storici di Torino e avervi appreso l’arte del liquorista. A Novara, Gaspare crea i suoi primi prodotti di distilleria, che si chiamano Elixis di lunga vita, Olio di Rhum, Liquore Rosa. Ma gli affari non vanno bene. Intorno al 1865 si trasferisce a Milano e apre una bottega di liquori, al Coperto dei Figini. Quando il Coperto viene demolito per lasciar posto alla Galleria Vittorio Emanuele II, il negozio viene trasferito sull’angolo di quest’ultima, dove ancora oggi è presente, chiamato affettuosamente dai milanesi Camparino.

A gestire il locale è la moglie Letizia, mentre lui si dedica a perfezionare i prodotti delle sue distillazioni: nascono così il Fernet Campari e il famosissimo Bitter.

Alla morte di Gaspare, nel 1882, l’attività è ben avviata tanto da far scrivere al Corriere della Sera “Lascia 5 figli e un bel patrimonio di circa mezzo milione”.

Nel 1920 il Conte Camillo Negroni, stanco del solito aperitivo Americano (Bitter Campari, Vermouth rosso e seltz) chiese al barman del Caffè Casoni di Firenze una spruzzatina di Gin in sostituzione del seltz. Nasce così il Negroni, un altro dei più famosi aperitivi italiani.

Nel 1932 Davide, figlio di Gaspare lanciò il Campari Soda, l’aperitivo “pronto da bere”, dal gusto unico e inimitabile, ottenuto dalla perfetta miscela di Campari e soda. La caratteristica bottiglietta a forma di calice rovesciato, disegnata dal maestro futurista Fortunato Depero è ancora oggi icona del design italiano.

Ma continuiamo con la nostra visita.

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Superato l’Ossario Centrale si presenta davanti ai nostri occhi l’edicola della Famiglia Bernocchi, un tronco di cono che subito mi ricorda la colonna di Traiano a Roma per il suo variegato stuolo di figure che si snodano, come una pergamena, sul corpo conico.

Vi è rappresentata la Via Crucis. Ci sono ben 110 statue di marmo! Visto questo numero considerevole, Giannino Castiglioni che le scolpì tutte, utilizzò come modelli gli operai impegnati ad edificare la tomba.

Affacciandomi all’interno, scopro che il tronco di cono è vuoto e che le statue sono a tutto tondo. Un’inusuale ma suggestiva prospettiva che regala nuovi scatti.

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I committenti furono i tre fratelli Bernocchi, Antonio, Andrea e Michele, imprenditori nel campo del tessile ma anche molto attivi nel sociale, ricordati come uno dei maggiori esempi di mecenatismo della città.

Tra i tanti contributi che diedero, donarono al Comune di Milano il Palazzo della Triennale, contribuirono a ricostruire la Scala distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e donarono le apparecchiature elettroniche necessarie alla prima trasmissione televisiva (1949) che fu realizzata proprio nel palazzo della Triennale.

Poco dopo incontriamo le sedici croci di Adolfo Wildt, monumento realizzato per la famiglia Chierichetti. L’opera rimase in realtà incompiuta poiché nel progetto originale ogni croce doveva sorreggere una statua ma la realizzazione fu interrotta per mancanza di ulteriori fondi.

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Poi ti siedi a parlare e il tempo passa…silenzioso, tra i filari di tigli e di tassi, il sole che batte sugli eterei corpi e i nudi volti delle statue.

Solo ora mi balena in testa una domanda bizzarra: chissà quante parole, quanti discorsi hanno ascoltato quelle statue? Infinite.

Continuiamo a camminare e rimango stupita dalla forme, dai giochi di colori, ombre e luci che generano le sculture. Così naturalmente umane. Bellissime.

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Figure geometriche, misteriose, una figura che cade, una che vola, leggera, verso il cielo con il vestito e i capelli stropicciati dal vento che soffia, gli sguardi che si incontrano…

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Ci fermiamo, colpiti da questo gruppo, così intimo, così familiare.

Quali parole sono evaporate dalla bocca di quella donna e che dolce quel gesto di tenersi per mano, così straordinariamente reale.

DSC_0467Ritorniamo verso il Famedio ma prima ammiriamo l’edicola della Famiglia Besenzanica, scolpita da Enrico Butti (1907-1912). Natura, Uomo, Lavoro uniti in solenne ed eterna comunanza nella straordinaria fusione di simboli e stili.  La Natura raffigurata dal possente corpo femminile; in alto a sinistra emerge la testa, sul retro in basso sono ben visibili i piedi. Il Lavoro, uno straordinario gruppo scultoreo in bronzo, rappresentante due contadini al lavoro, con i buoi al traino.

Infine, notiamo il Monumento ai caduti nei campi di concentramento nazisti.

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Un cubo, dal chiaro stile razionalista, con fili metallici e lastre di marmo di Candoglia, quest’ultime una grandissima rarità. Secondo una legge del 1927, infatti, il marmo estratto dalle cave di Candoglia deve essere utilizzato solo ed esclusivamente per la costruzione e la manutenzione del Duomo ma per questo monumento, vista l’importanza e gravità dell’evento a cui è dedicato, fu fatta un’eccezione e ne fu concesso l’uso. L’opera è realizzata dal gruppo BBPR (Banfi – Barbiano di Belgiojoso  – Peressutti – Rogers. Cognomi degli architetti italiani che lo hanno costituito nel 1932). Per citare qualche altra opera a loro legata: la Torre Velasca a Milano, il “grattacielo con le bretelle”!

Prima di uscire fermo l’immagine di un bacio, dolce e sincero. Forse quel bacio che ciascuno di noi regala ad un suo caro, prima di lasciarlo scivolare verso l’alto, verso il cielo.

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UN PO’ DI STORIA

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L’idea di istituire nella città di Milano un unico e grande cimitero, per sostituire i numerosi, insalubri ed anche miseri cimiteri periferici, nasce nel 1837. Si concretizza però solo nel 1862, dopo l’Indipendenza dalla dominazione austriaca, con l’approvazione del progetto presentato da Carlo Maciachini, architetto lombardo già di notevole prestigio, ad un concorso indetto dal Municipio di Milano nel 1860. Il Monumentale, inaugurato nel 1866, nasce come cimitero aperto a tutti i milanesi “a tutte le forme e fortune”, ma è chiara sin dall’inizio la volontà del Municipio di farlo diventare “monumento” della milanesità, luogo di memorie civiche e, come tale, dedicato ad un pubblico più ampio e non solo ai dolenti.

L’opera del Maciachini incorpora diversi suggerimenti stilistici secondo il gusto eclettico dell’epoca, associando gusti del Gotico-Pisano con il Romanico-Lombardo e inserti bizantineggianti.

Nelle sculture e nelle architetture del Monumentale si possono ripercorrere le vicende della città e gran parte della sua storia artistica, come in un vero, straordinario museo a cielo aperto.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

CimiteroMonumentaleMilano

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Aggiungo altre due foto, scattate da Roberto!
Sono del segno zodiacale dell’ariete. In queste foto Toro vs Ariete!

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Credits

Cimitero Monumentale di Milano – Google – Roberto Oldani

 

Villa Taranto a Verbania

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E’ arrivato settembre. Dopo un forte temporale notturno ci svegliamo in questo sabato mattina dal cielo color azzurro pastello che sfuma di grigio verso le montagne.

Dove andiamo?

Propongo a Stefano un luogo vicino ma non ancora esplorato: Villa Taranto a Verbania.

Complice le informazioni apprese durante lo studio per l’esame di accompagnatore turistico, le colorate fotografie che si possono ammirare stampate sulle guide turistiche e vagando sul web.

Stefano dal canto suo propone di andarci in moto e…si parte!

Parcheggio gratuito di fronte ai giardini, caffè al Bar Ristorante che troviamo subito all’interno, biglietteria, chiosco per vendita cartoline e materiale illustrato e chiosco per la vendita di piante coltivate nei giardini.

Entriamo e subito impugno la macchina fotografica per scattare qualche foto ma, dopo un veloce sguardo al display che segna [-E-] (e non vuol dire Elisa), ci accorgiamo che l’SD è rimasta a casa e quindi mi accontento di catturare immagini con l’iPad (un vero peccato!).

Eccoci avvolti da un’atmosfera bellissima, dove tempo e spazio sembrano fermarsi. Non c’è molta gente, il cielo è nuvoloso e ogni tanto cade qualche tenera goccia di pioggia accompagnata dalla musica (tra le piante scorgerete delle vere casse acustiche!) che sinuosa si diffonde nell’aria.

IMG_1608Un viale colorato di verde ci accoglie, come in un abbraccio, in un giardino incantato, dove tutto è perfetto, dove ogni elemento della natura si accosta in maniera armoniosa, intima, quasi regale. Rosso, giallo, viola, rosa, bianco si mescolano insieme all’acqua delle fontane, all’erba, curatissima, del prato, alle sculture e alle architetture. Se ci penso, mi viene spontaneo paragonarlo ad un quadro realizzato da un grande Maestro. Non ci sono solo colori, ma anche ben 20.000 varietà e specie botaniche che si presentano ai nostri occhi maestose, importanti, in tutta la loro straordinaria, pura natura e bellezza.

Seguiamo il percorso indicato sulla mappa che ci consegnano (gratis) all’ingresso e ben segnalato all’interno dei giardini.

Scopriamo che il viale d’ingresso si chiama Viale delle Conifere.

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Arriviamo alla Fontana dei Putti, così chiamata per le sculture che l’adornano, avvolta dalle gigantesche foglie della Colocasia antiquorum chiamata con definizione pittoresca “orecchia d’elefante”.  I nostri sensi si perdono nel Labirinto delle Dahlie, uno spettacolo di oltre 1700 piante in fioritura. Tra le 350 varietà spiccano le decorative a fiore grande, le pompons, i cui capolini sferici a nido d’ape non raggiungono i 5 mm di diametro e l’appariscente emery paul dall’intenso colore rosso granata.

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Diamo uno sguardo nella Serra dove ammiriamo, sbalorditi, la Victoria Cruziana, originaria del Paraguay – Argentina. Si tratta di un’enorme ninfea equatoriale, la “regina” delle piante acquatiche, i cui semi a Villa Taranto, arrivarono nel 1956 provenienti dall’orto botanico di Stoccolma. Le sue foglie sfiorano i due metri di diametro e possono sopportare il peso di circa 10 Kg. Breve tappa al Mausoleo, costruito nel 1965 su disegno del professor Renato Bonazzi per esaudire il desiderio del defunto Capitano Neil Mc Eacharn (poi lo conosceremo meglio), che aveva chiesto di riposare nel giardino che fu la sua “ragion di vita”.

Camminiamo lungo la Valletta, artificialmente scavata nel 1935 e sovrastata da un ponticello con arcata unica.

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In cima incontriamo la Villa, acquistata nel 1931 a seguito di un’inserzione apparsa sul Times. Lo stile è ispirato ad architetture della Normandia. Edificata da Augusto Guidini, architetto ticinese nel 1853. Il soffice prato all’inglese antistante è rallegrato da una zampillante fontana. La villa non è visitabile e dal 1995 è sede della Prefettura del Verbano – Cusio – Ossola.

Rimango particolarmente incantata dai Giardini terrazzati. Vengo immediatamente rapita dal profumo che, forte e intenso, esala da qualche fiore, forse dalle ninfee nell’acqua.

Ci sediamo per una breve pausa all’esterno della caffetteria che si trova in questo punto del percorso botanico.
Piove e, come da mia consuetudine, inizio a fermare lo sguardo sulle gocce che cadono nel laghetto colorato di ninfee. Adoro i cerchi che si disegnano nell’acqua, casse di risonanza dei muti pensieri del cielo che si infrangono sulla terra.

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Riprendiamo la visita. Davanti a noi si staglia un sinuoso e maestoso Bacino che ospita il Nelumbo nucifera, il fior di loto, dai carnosi e profumati petali di color rosa sfumato. Fiore sacro ai buddisti e simbolo dell’India, le sue foglie di circa 50/60 cm, sono impermeabili all’acqua e innalzandosi di oltre un metro e mezzo svettano in una vasca ovoidale.
Le gocce d’acqua che sostano su queste foglie, a Stefano sembrano gocce di colla a caldo, ad Elisa sentieri di cristallo, disegnati dalla pioggia.

Il suono leggiadro delle cascatelle e dei giochi d’acqua si alternano ad aiuole di piante annuali, creando un incantevole accostamento di forme e di colori.

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Qui si innalza la Statua bronzea del Pescatore, opera del napoletano Vincenzo Gemito. Nelle mani stringe un piccolo pesce. Chissà quanti muti segreti conserva il piccolo Pescatore. Mi piace pensare al potere magico di queste statue, sentinelle di luoghi incantati.

In quello che scopriamo essere il Prato delle Personalità, dal nome dei vari personaggi che hanno messo a dimora un particolare esemplare di specie arborea in questo lembo del giardino, ammiriamo la Davidia Involucrata, pianta originaria della Cina. Esemplare messo a dimora nel 1938 dall’infante di Spagna Don Jaime ha assunto delle dimensioni ed un portamento talmente caratteristico da costituire motivo d’interesse anche in assenza delle curiose e appariscenti infiorescenze. E’ la spettacolare fioritura, cui si deve il nome comune di “albero dei fazzoletti” o “albero delle colombe”.

IMG_1672E ancora, il Giardino d’inverno con piante grasse, carnivore e ancora un’altra meravigliosa vasca con ninfee, il Belvedere, il Bosco dei rododendri, gli aceri, le magnolie, i tassi, le camelie…

Un vero paradiso, uno straordinario spettacolo della natura che regala romantiche suggestioni ed emozione uniche. Assolutamente da vivere.

Lo salutiamo, semplicemente felici di averlo incontrato e con la promessa di ritornare per ammirare i colori dell’autunno inoltrato (la prossima volta con macchina fotografica operativa!).

Come continua la giornata?

 IMG_20150905_165511583_HDRProseguiamo in moto verso Intra dove ci imbarchiamo, insieme alla nostra Honda, sul battello (l’unico del Lago Maggiore adibito al trasporto per auto, moto e pullman) che ci condurrà sulla sponda lombarda, a Laveno.

Seduti su una panchina, mangiamo un bel gelato (l’ultimo della stagione…chi può dirlo?) accarezzati dai raggi del sole che timidi forano le nuvole e illuminano il cielo.

Il cerchio si chiude. Alle spalle lascio un azzurro nitido che si mescola al grigio di qualche temporale, pronto a scaricare, ancora, ampolle d’acqua, entrambi accarezzati da un timido arcobaleno.

Lungo la via del ritorno, mi perdo ad ammirare Settembre.

I colori cambiano, si fanno più tenui e leggeri, dai campi evapora il profumo della terra bagnata e si aprono le zolle di terra, pronte a trasformarsi.

Il cielo è bellissimo, infuocato, con le nuvole che disegnano straordinarie figure.

Come al solito riesce a commuovermi e a regalarmi un sottile sorriso sulle labbra che, tra poco, si appoggerà sul mio morbido cuscino fatto di sogni da consumare.

UN PO’ DI…STORIA

“Un bel giardino non ha bisogno di essere grande, ma deve essere la realizzazione del vostro sogno anche se è largo un paio di metri quadrati e si trova su un balcone”.

Così spiegava il Capitano Neil Mc Eacharn a cui dobbiamo la nascita di questi meravigliosi giardini. Tra le piante presenti, alcune delle quali uniche in Europa ed acclimatate dopo lungo lavoro, sono state disposte con senso d’arte in una cornice di bellezza, fra lago e monti.

Nel lontano 1931 il Capitano Scozzese decise di acquistare la proprietà dalla Marchesa di Sant’Elia per trasformarla in un esemplare giardino all’inglese, ubicato in un lembo d’Italia che, pur con maggior morbidezza e ricchezza di toni, poteva ricordargli la nativa Scozia. Le tappe della creazione dei nuovi giardini videro diverse fasi lavorative, sino alla loro ultimazione nel 1940.

Realizzato così il “suo” giardino, che chiamò Villa Taranto, in memoria di un suo antenato, il Maresciallo McDonald, nominato Duca di Taranto da Napoleone, il Capitano volle che il significato dell’opera gentile e poderosa venisse proiettato nel tempo e, con un esempio di squisita generosità, donò la proprietà allo Stato Italiano esprimendo il desiderio che la sua opera avesse continuità nel futuro.

Oggi il patrimonio botanico dei Giardini di Villa Taranto è vastissimo: comprende circa 1.000 piante non autoctone e circa 20.000 varietà e specie di particolare valenza botanica. La Villa non è visitabile, in quanto è adibita a sede della Prefettura della nuova Provincia del Verbano – Cusio – Ossola.

Dal 1952 i Giardini sono aperti al pubblico, da Aprile ad Ottobre, e l’afflusso dei visitatori supera ormai le 150.000 unità per anno.

Al Cap. Neil Mc Eacharn, morto il 18 aprile 1964, e le cui spoglie mortali riposano ora – unitamente a quelle della famiglia del suo Amministratore dott. Antonio Cappelletto – in una Cappella – Mausoleo appositamente costruita nei giardini, è subentrato, nell’onerosa opera di manutenzione del compendio, l’Ente Giardini Botanici Villa Taranto “Cap. Neil Mc Eacharn”, col preciso scopo di conservare all’Italia e a tutto il mondo questo impareggiabile gioiello di botanica e di bellezze naturali.

ALCUNE CURIOSITA

All’interno dei giardini noterete numerosi Aceri Giapponesi. Il nome del genere, Acer Japonicum, è coniato dal termine latino acer (duro, aspro) per la particolare durezza del legname. L’epiteto specifico latino japonicum sta ad indicare la provenienza giapponese della pianta. In Giappone, patria d’origine, questa pianta è conosciuta come “Maiku Jaku”, che letteralmente significa “pavone danzante”, con riferimento alla bellezza del fogliame ed agli splendidi colori che esso assume nella stagione autunnale.

IMG_1618Incontrerete anche qualche tasso (non l’animale ovviamente). Il nome comune deriva dal greco taxon che significa “freccia”, e l’appellativo di albero della morte nasce proprio dal suo impiego nella fabbricazione di dardi velenosi e dalla sua caratteristica tossicità, oltre al fatto che veniva (e viene ancora oggi) utilizzato nelle alberature dei cimiteri.
Storicamente il tasso è il legno per eccellenza nella costruzione di archi. La fama acquisita dal legno di questa pianta è dovuta soprattutto alla larghissima diffusione che ebbe durante il Medioevo nella costruzione di archi da guerra, soprattutto in Inghilterra. Le caratteristiche che lo rendono così adatto alla fabbricazione di archi sono l’enorme resistenza, sia alla compressione che alla trazione, e l’incredibile elasticità.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

VillaTaranto

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Credits

Villa Taranto – Google

Ambasciata del Gusto ad Abbiategrasso

E’ una piovosa domenica di agosto, quelle che, dopo il caldo passato, ti rinfrescano e ti regalano già la sensazione di vivere settembre.

Decido di fare visita all’Ambasciata del Gusto all’Ex Convento dell’Annunciata di Abbiategrasso.

Complice il consiglio di Roberto, la passione per la cucina, lo chef Carlo Cracco e il desiderio di mostrare a Max e a Stefano una delle bellezze che la storia ha lasciato alle porte di Milano.

La ricetta perfetta.

Appena arrivati assistiamo allo showcooking di Fabiana Scarica, chef di Villa Chiara-orto&cucina- a Vico Equense (NA) che ci incanta facendo scivolare gli ingredienti in padella, ci regala un semplice sorriso e ci fa sentire subito “a casa”.

Assaporiamo i suoi paccheri di orzo con crema di peperoni, capperi, olive e cipolla in agrodolce: un’esplosione di colori e profumi che regalano la consapevolezza dell’Arte del cucinare.

Un Arte che parte dai prodotti della terra e arriva ad accarezzare la bocca dell’uomo.

Semplice. Geniale. Straordinario.

Gustiamo la tavolozza di sapori che ci vengono raccontati, come fosse una storia, sul menù e nei nostri palati si scioglie silenziosa la passione di chi li ha creati.

Il “Fab (Fabiana) Sandwich” vegetariano con le ormai famose patatine San Carlo, sponsorizzate dallo Chef Carlo Cracco. Pasta in salsa tiepida di peperoni grigliati, capperi, olive e cipolla caramellata. Ambo su Napoli: assaggi di pasticceria tra Napoli e Sorrento, mini babà e mini delizie al limone.

Nel pomeriggio caffè, ancora babà, delizie al limone e altri gustosi biscotti s’impastano con lo sguardo e le parole di Fabiana, che racconta dei suoi piatti e della sua terra con la passione di chi ama i luoghi in cui vive, di chi ama il proprio lavoro. Il tutto nella cornice del refettorio dell’Ex Convento dell’Annunciata, in un ambiente raccolto e suggestivo.

Continuiamo il pomeriggio visitando gli interni dell’ex Convento dell’Annunciata e concludiamo, da buoni fotografi, con la mostra fotografica “Gli Ambasciatori del Gusto” a cura di Giovanni Gastel e Carlo Cracco (ingresso libero).

Non dimentichiamo le sale dedicate ai prodotti gastronomici del territorio lombardo, in particolare dei produttori locali del Parco del Ticino.

Nel programma è inclusa anche la Cooking class, una sala dove TU puoi cucinare insieme allo chef (su prenotazione e al prezzo di 15 euro). Un’esperienza che non abbiamo provato, ma abbiamo tempo fino ad ottobre!

Decidiamo di tornare verso casa ma è doveroso segnalare che il programma della giornata continua alle ore 18.00 con gli aperitivi gourmet a km 0 proposti dagli hotel 5 stelle lusso milanesi che hanno aderito al progetto.

A proposito di cucina…

Ho cucinato spaghetti pomodoro e basilico e mentre scrivo questo articolo assaporo il profumo del sugo che ancora avvolge la casa.

LE CINQUE W

Who? (chi?) Ambasciata del Gusto – Good Food in Good Expo

What? (cosa?) Ambasciata del Gusto – Good Food in Good Expo è il progetto “Fuori Expo” ideato dall’Associazione Maestro Martino, rappresentata dallo chef Carlo Cracco.

L’Associazione Maestro Martino promuove la Cucina d’Autore lombarda attraverso iniziative culturali – tra cui eventi di comunicazione, convegni, dibattiti, concerti, mostre e spettacoli – tramite il format Milano Gourmet Experience.

Ad Abbiategrasso protagonisti principali sono i dodici Chef selezionati da Carlo Cracco, dal Trentino alla Sicilia, che si alternano nei fine settimana di tutta estate e che ci regalano tutta la loro maestria culinaria. Accanto a loro altri Chef italiani e stranieri ospiti per eventi speciali.

Degustazioni e showcooking, cooking class, ricette originali e prodotti agricoli del Parco del Ticino e della filiera agricola lombarda.

When? (quando?) da maggio a ottobre – ogni fine settimana, dalle ore 10.00 alle 20.00 circa.

INGRESSO GRATUITO

Where? (dove?) Ex Convento dell’Annunciata – via Pontida 20, Abbiategrasso (MI)

Why? (perchè?) Per permettere agli ospiti di vivere un’esperienza a base food, per valorizzare l’identità storica, culturale ed enogastronomica della Lombardia.

CURIOSITA’

L’Associazione Maestro Martino è nata nel 2011 con lo scopo di valorizzare la figura storica di Maestro Martino.

Chi è Maestro Martino? Cuoco e gastronomo italiano, fu il più importante cuoco europeo del XV secolo, che con il suo Libro de Arte Coquinaria  ha creato il caposaldo della letteratura gastronomica italiana, testimoniando il passaggio dalla cucina medievale a quella rinascimentale.

Uno dei principali elementi distintivi dei suoi piatti, è il recupero del gusto originale delle materie prime, evitando l’abuso di spezie, com’era d’abitudine nella tradizione medioevale quando le spezie, e la loro abbondanza, simboleggiavano la ricchezza del padrone di casa.

Scorrendo le ricette presenti nel suo libro, tra le peculiarità che meritano d’essere segnalate ve ne sono sicuramente due: i “colori” e la “tempistica” della preparazione.

I colori. Non rinnegando, ma rinnovando le ricette a lui precedenti, Martino prosegue nella tradizione dei cosiddetti colori primari (ad esempio: l’uva per il rosso, le mandorle per il bianco, il prezzemolo per il verde, lo zafferano per il giallo, etc.). Inoltre, anche i nomi di alcune preparazioni pongono il colore come elemento distintivo (ad esempio: Sapor bianco, Brodetto e Salsa verde, Peperata gialla da pesce, etc.).

I tempi di cottura. Sui tempi di cottura, Martino, di quando in quando, dà indicazioni che oggi possono apparire bizzarre, ma che vanno contestualizzate nell’epoca in cui egli operava: un numero variabile di preghiere (Pater Noster o Miserere), da recitare attendendo che le pietanze cuociano. Questo singolare suggerimento costituiva un ingegnoso espediente grazie al quale il vulgus – al quale il libro era principalmente dedicato – poteva regolarsi sulla giusta cottura tramite uno “strumento” (le preghiere) che era certamente ad esso ben noto (es. «et un’altra volta lo lassarai bollire per spatio quanto diresti un miserere»). Non bisogna dimenticare che i primi orologi da tavolo, ad uso casalingo, sono apparsi in Italia solo nel XVI secolo.

Le invenzioni di Martino. A lui si deve la prima menzione della parola polpetta, assente nei ricettari fino al XIV secolo, anche se – leggendone la preparazione – pare alluda non già alla polpetta come la intendiamo oggi, bensì ad un involtino allo spiedo. È il primo cuoco che scrive la ricetta della finanziera piemontese ed è il primo a descrivere una preparazione che possiamo considerare come la progenitrice dell’attuale mostarda vicentina.

Alcune ricette di Maestro Martino? Frittelle con Fior di Sambuco, Vermicelli, Ravioli in tempo di carne e tanto altro ancora! Per scoprirle consultato il “Menù di Leonardo” al seguente link: MenùdiLeonardo

L’EX CONVENTO DELL’ANNUNCIATA

Il Convento dell’Annunciata venne fatto edificare nel 1469 da Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, come voto di ringraziamento per essere scampato a un’imboscata tesa tre anni prima a Novalesa. Nel 1471 i frati Minori Osservanti si insediarono nel complesso conventuale. La chiesa venne consacrata il 31 agosto del 1477 e dedicata all’Annunciazione: una scelta legata da un lato alla spiritualità francescana, dall’altro alla storia degli Sforza (Francesco, padre di Galeazzo e primo duca della dinastia sforzesca, era salito al trono il 25 marzo, il giorno dell’Annunciazione, del 1450). Nel convento risiedevano mediamente 15-20 persone fra religiosi e laici.

Il convento fu soppresso nel 1810 e l’anno dopo ceduto dal Demanio alla Congregazione di Carità di Milano. Diventò sede maschile della Pia casa degli incurabili, che fu ospitata all’Annunciata fino al 1873. L’ex convento fu quindi venduto a privati e la volumetria frazionata per ospitare abitazioni popolari e attività produttive di vario tipo.

L’amministrazione comunale lo acquisì nel 1997 e avviò un intervento di restauro terminato nel 2007.

Dentro l’Annunciata. Gli affreschi

La chiesa dell’Annunciata, a navata unica, originariamente era divisa in due da un tramezzo che venne abbattuto nel Settecento: uno spazio era dedicato ai fedeli che ascoltavano la predicazione, l’altro – che comprende il presbiterio e l’abside – era riservato ai religiosi.

Della decorazione interna della navata è rimasto poco. Molto è tornato alla luce, invece, delle pitture dell’abside. Gli affreschi hanno la particolarità di essere datati e firmati: un cartiglio, infatti, permette di attribuirli con assoluta certezza a Nicola Mangone da Caravaggio, detto il Moietta, che li ha completati nel 1519. Quelli sulla parete raffigurano le Storie della Vergine, un tema caro ai frati Minori; nella fascia inferiore ci sono i ritratti di alcuni santi dell’Ordine, sulla volta gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa. Nella parte anteriore dell’arcone, sotto Dio Padre, a sinistra spicca l’Angelo annunciante mentre a destra è raffigurata Maria. In basso, l’Adorazione dei pastori e il Riposo durante la fuga in Egitto sono di chiara ispirazione leonardesca.

Ricorda. Quando entri in un luogo sacro porta il tuo sguardo sull’arco trionfale, quella grande apertura nella parete che conduce all’abside: troverai rappresentato, quasi sempre, il tema dell’Annunciazione. La scena biblica, infatti, si sposa con l’architettura della chiesa. L’arco si trasforma in un ponte ideale tra il cielo (l’angelo) e la terra (Maria) e diventa portatore del grande annuncio dell’angelo a Maria.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

AssociazioneMaestroMartino

MilanoGourmetExperience

ComuneAbbiategrasso

ParcodelTicino

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