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ARTE IN CASA ~ ORTO&ARTE

Cari Amici,
nella ricorrenza del mio compleanno, mi piace riguardare le foto di quando ero piccola.
Ce n’è una in particolare a cui sono molto affezionata.
E’ la foto scattata insieme a mio nonno Luigi nel bel mezzo di quello che per me era il paese delle meraviglie: l’orto!
La vita ha voluto che io nascessi il 10 aprile, il giorno successivo al compleanno di mio nonno Luigi ed è per questo che conservo un legame molto speciale con lui.
Una persona cara che ci ha lasciato parecchio tempo fa e che se fosse ancora viva avrebbe 89 anni!

Ricordando l’orto di mio nonno ho avuto l’ispirazione per l’ottavo appuntamento di ARTE IN CASA.
L’Orto milanese per antonomasia è l’Orto Botanico di Brera, uno dei luoghi più affascinanti e magici della città che ancora oggi si estende accanto al complesso dell’Accademia. La magia di questo orto è quella saperti catapultare in una dimensione in cui il tempo sembra annullarsi, un luogo dove assaporare il silenzio si trasforma in un’esperienza sensoriale davvero unica.
Sotto le fronde di alberi secolari, annusando i profumi delle piante aromatiche, ammirando i colori dei fiori è possibile entrare in contatto con una natura autentica, speciale.

L’Orto Botanico di Brera fu istituito nel 1774 quando Maria Teresa d’Austria stabilì che l’ex giardino dei Gesuiti diventasse un’istituzione con finalità didattico-scientifiche per gli studenti di medicina e farmacia del ginnasio di Brera. In quel periodo venne privilegiata la coltivazione di piante officinali anche per il parziale rifornimento della Spezieria di Brera, destinata al servizio pubblico della città.
In periodo francese si cercò di trasformare l’Orto in luogo di ritrovo e svago per la cittadinanza introducendo anche piante esotiche ornamentali, ma con la caduta di Napoleone prima e l’Unità d’Italia poi, l’Orto Botanico cadde sempre più in abbandono; nel 2001 è stato recuperato, riportato all’antico splendore e riaperto al pubblico.
Attualmente l’Orto Botanico di Brera è un Museo universitario con la finalità di salvaguardare un bene storico come testimonianza del modello culturale in vigore nella seconda metà del Settecento.
Fa parte, assieme ad altri 6 orti botanici, della Rete degli Orti della Lombardia, associazione che ha lo scopo di progettare e sviluppare iniziative culturali congiunte.
Tra le specie più interessanti spiccano i patriarchi dell’Orto, due Ginkgo biloba di due secoli e mezzo di vita, simbolo del giardino e siti nello storico arboreto.

Ora che vi ho parlato dell’Orto desidero condividere il legame che esiste tra l’Orto Botanico di Brera e alcune opere d’arte conservate alla Pinacoteca di Brera, focalizzando l’attenzione sul mondo vegetale rappresentato nei dipinti, lo stesso mondo che popola il meraviglioso Orto Botanico.

Prima di iniziare vi ricordo che la Pinacoteca di Brera, nata nel 1776 come eterogenea raccolta di opere destinata alla formazione degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera voluta dall’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, fu ufficialmente istituita del 1809 come museo pubblico da Napoleone Bonaparte. Oggi, Museo di statura internazionale, raccoglie in 38 sale capolavori di artisti italiani dal XIV al XIX secolo.

Vittore Carpaccio e la borragine
Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio, 1514

Borragine

Clicca sull’immagine per ammirarla in ogni suo dettaglio.

VITTORE CARPACCIO, Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio, 1514, olio su tela, 147 x 172 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Vittore Carpaccio nacque a Venezia intorno al 1465 e lì operò fino alla morte avvenuta nel 1526. I suoi dipinti più famosi sono i cicli di storie realizzati per le principali confraternite della città (Scuole). In queste opere, la tradizione narrativa veneziana si coniuga con l’attenzione al dettaglio propria dell’arte fiamminga, dando vita ad ambientazioni fantastiche.
La Disputa di Santo Stefano fra i Dottori nel Sinedrio faceva parte della serie di cinque grandi tele con le storie del santo che ornavano la sede veneziana della Confraternita dei Laneri.
Carpaccio ambienta la vicenda, che si era svolta a Gerusalemme, in uno scenario immaginario con edifici fantastici, in cui molti personaggi sono abbigliati all’orientale. Anche le piante, fra le quali molte sono medicinali, vengono descritte minuziosamente e tra di esse, in basso a destra, è riconoscibile la borragine. L’insolita scelta di raffigurare proprio questa pianta dipende forse dal fatto che il suo nome si collega al mondo dei produttori e dei commercianti della lana, che costituivano la maggioranza dei confratelli della Scuola di Santo Stefano. Borragine, infatti, deriva dal latino borra, un tessuto di lana ruvida, per la peluria che ricopre le foglie.

Bernardino Luini e la Rosa
Madonna col Bambino (Madonna del Roseto), 1520-1521 circa

Rosa
BERNARDINO LUINI, Madonna col Bambino (Madonna del Roseto), 1520-1521 circa, olio su tavola, 70 x 63 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Bernardino Scapi detto Luini perché nacque nei pressi di Luino nel 1480 circa, fu prevalentemente attivo a Milano, dove morì nel 1532. Le sue prime opere rivelano l’influenza di Zenale, Bergognone, Bramantino e Leonardo. Il suo stile maturo mostra impianti compositivi molto semplici ed espressione smisurata dei sentimenti, anche nelle scene più drammatiche.
La Madonna del Roseto è un’opera probabilmente destinata alla Certosa di Pavia. Nella rappresentazione della Vergine col Bambino, Luini coniuga il gusto per la descrizione del dato naturale tipico della tradizione lombarda con gli studi botanici iniziati da Leonardo fin dal periodo fiorentino. Ogni specie vegetale è ben riconoscibile e resa con estrema aderenza alla realtà. Di particolare rilievo il pergolato di rose che funge da sfondo alla scena, crando un hortus conclusus, elemento tradizionalmente associato alla figura di Maria, alludendo alla sua purezza. L’iconografia del giardino chiuso è connessa con l’Immacolata Concezione della Vergine e con la sua totale estraneità dal peccato.

Vorrei raccontarvi altre opere in cui è tangibile la presenza del mondo vegetale dell’Orto Botanico di Brera ma … vi aspetto ad una mia futura visita guidata!

Un caro saluto
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Credits
ArteOrto (da un progetto di Aboca in collaborazione con la Pinacoteca e l’Orto Botanico di Brera).
Wikipedia

Buona Pasqua! 🌸

Cari Amici,
vi auguro una serena Pasqua a voi e a tutti i vostri cari 😘😊🌸

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ARTE IN CASA ~ Raffaello

Cari Amici,
per il settimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi la figura di uno dei più grandi artisti d’ogni tempo, la cui opera segnò un tracciato imprescindibile per tutti i pittori successivi e fu di vitale importanza per lo sviluppo del linguaggio artistico dei secoli a venire.

Sto parlando dell’urbinate Raffaello Sanzio, del quale quest’anno si celebra il 500esimo anniversario dalla sua morte. Raffaello, infatti, morì il 6 aprile 1520 a soli 37 anni, nel giorno di Venerdì Santo. Il suo corpo fu sepolto nel Pantheon, come egli stesso aveva richiesto.

Riassumere la vita e le opere di Raffaello in un solo articolo è impossibile, così ho deciso di dedicarvi qualche “pillola” della sua vita e delle sue opere.

La Casa di Raffaello
La Casa di Raffaello ad Urbino è una dimora di valore storico: qui è nato l’artista nel 1483, qui è avvenuta la sua formazione accanto al padre, il pittore, poeta e scrittore Giovanni Santi (1440 ca.-1494), un colto umanista alla corte di Federico da Montefeltro. L’edificio del XV secolo, acquistato da Santi nel 1460, dopo la prematura morte di Raffaello fu custodito da privati senza subire particolari rifacimenti. Nel 1869 il Conte Pompeo Gherardi trasformò la casa in sede della nuova Accademia Raffaello, un’istituzione che negli anni ha visto illustri soci onorari, da Manzoni a Garibaldi fino a Rossini. Tutt’oggi luogo di ricerca, studio e raccolta documenti sul grande artista, spicca in una piccola stanza, ritenuta quella natale di Raffaello, un affresco di dubbia paternità: la Madonna col Bambino è di Giovanni Santi o del giovane figlio?

👉🏻 Alberto Angela e la Madonna di Raffaello

Le donne di Raffaello
Raffaello seppe cogliere l’essenza femminile, più di ogni altro pittore a lui contemporaneo. Nei ritratti rinascimentali, la donna è quasi sempre oggetto del desiderio dell’uomo; per Raffaello invece, essa manifesta una propria intelligenza e consapevolezza che risuona nell’eros dell’immagine. In quest’ottica, le figure femminili dell’artista sono le prime donne moderne del mondo occidentale. Spesso, le donne che Raffaello ha ritratto sono figure importanti che provengono dalle corti, luoghi dove era loro permesso l’accesso alla cultura, alla lingua italiana, latina e spesso anche greca. Nei ritratti di Raffaello quindi, si impone una femminilità nuova, quasi ribelle, che sprigiona il valore e la virtù profonda che proviene dall’essere donna.

Cliccate sull’immagine per ammirarla in ogni suo dettaglio.

RAFFAELLO SANZIO, La Fornarina, 1518-1519, olio su tela, 85 x 60 cm, Galleria nazionale d’arte antica, Roma
È firmato sul bracciale della donna: RAPHAEL VRBINAS.

Lo Sposalizio della Vergine
Lo Sposalizio della Vergine è la pala d’altare realizzata da Raffaello nel 1504 per la chiesa di San Francesco a Città di Castello, su commissione dalla famiglia Albizzini. Il soggetto rappresentato, le nozze di Maria dopo che Giuseppe era stato scelto come suo sposo in maniera miracolosa, proviene da un vangelo apocrifo, diffuso attraverso La Legenda Aurea, una raccolta di biografie agiografiche composte in latino da Jacopo da Varazze nel 1298. Lo Sposalizio, rappresenta il momento di massimo avvicinamento della pittura di Raffaello ai modi del Perugino. La ripresa dell’iconografia del celebre maestro, evidenzia la particolare qualità espressiva maturata da Raffaello, che crea un capolavoro di prospettiva rinascimentale, in profondo rapporto con la raffinata cultura urbinate in cui il giovane artista si è formato. Se Perugino aveva semplicemente accostato le parti della composizione entro una struttura prospetticamente corretta, Raffaello costruisce una composizione in cui tutti gli elementi sono legati da relazioni matematiche di proporzioni e sono disposti secondo un preciso e serrato ordine gerarchico.

👉🏻 James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera dal 2015,  racconta lo Sposalizio della Vergine

Cliccate sull’immagine per ammirarla in ogni suo dettaglio.

RAFFAELLO SANZIO, Sposalizio della Vergine, 1504, olio su tavola, 174×121 cm, Pinacoteca di Brera, Milano

Il Raffaello dell’Ambrosiana. In principio il Cartone.
Il restauro del disegno della Scuola di Atene
E’ il più grande cartone rinascimentale a noi pervenuto, interamente realizzato da Raffaello. Oltre duecento fogli di carta sui quali l’artista disegnò La Scuola di Atene, la prima delle composizioni ideate per gli affreschi commissionati da Giulio II per la Stanza della Segnatura, negli appartamenti del Palazzo Apostolico in Vaticano. Una superficie di circa otto metri di lunghezza per tre metri di altezza dove si snodano le immagini della comunità dei sapienti antichi e moderni. Un racconto in bianco e nero dal dinamismo accentuato e dagli intensi effetti chiaroscurali, composto da più di cinquanta figure, tra le quali spiccano in alto, nel gruppo dei filosofi, Platone, con il dito puntato verso l’alto, riconoscibile poiché regge il Timeo, e Aristotele, identificabile dal libro dell’Etica. Il “bel finito cartone”, secondo le definizioni dell’epoca, conteneva tutte le informazioni necessarie alla realizzazione dell’opera: non solo i contorni delle figure e dello scenario in cui andavano a disporsi ma i movimenti, le espressioni dei volti e la provenienza della luce, fornendo un’immagine compiuta di quello che sarebbe stato il risultato finale. Il cartone non fu distrutto durante la trasposizione del disegno sulla parete da affrescare e sopravvisse, nonostante la fragilità del supporto, anche alle razzie e a perigliosi viaggi per acqua che lo intaccarono senza offuscare l’articolata e fitta sequenza narrativa messa in scena da Raffaello. Il prezioso manufatto era, infatti, tra i tesori artistici requisiti da Napoleone che lo portò via dalla Pinacoteca Ambrosiana dove si trovava sin dal 1610. Proprio al Louvre, tra il 1797 e il 1798, il cartone subì un complesso restauro prima di rientrare a Milano nel 1816. Nel 2014 la Biblioteca Ambrosiana, ha avviato sul cartone una lunga e laboriosa attività di indagine e opera di restauro conservativo.

👉🏻 Il cartone della Scuola di Atene

RAFFAELLO SANZIO, Scuola di Atene, 1509, Biacca, Carboncino, Cartone preparatorio, 285 × 804 cm, Pinacoteca Ambrosiana, Milano

Madonna della Seggiola
Perfetto esempio di dipinto di forma circolare, il cosiddetto “tondo”, quest’opera di Raffaello appartiene a uno dei principali temi di ricerca dell’artista – la Madonna e il Bambino – e rimane uno degli esempi più radiosi del Rinascimento italiano. Eseguito tra il 1513 e il 1514, il dipinto fu completato quando il maestro era a Roma per dipingere gli appartamenti papali in Vaticano.
L’opera si trova nelle collezioni medicee fin dalla prima metà del Cinquecento, ed era sicuramente nata per una collocazione privata, a giudicare dal formato della tavola. La presenza della sedia camerale, da cui l’opera trae il titolo, la complessità compositiva e altri dettagli hanno fatto ipotizzare che l’opera fosse nata su commissione di papa Leone X, e da lui inviata ai suoi parenti a Firenze.
L’aspetto che più rapisce di quest’opera è il tono intimo e domestico che la caratterizza, accentuato dal gesto affettuoso di Maria che stringe tra le braccia Gesù e dall’intenso e penetrante sguardo con cui osserva lo spettatore. Le gambe della Vergine si sollevano, coperte da un drappo azzurro, scivolando quasi in avanti, in modo da creare un ritmo circolare che sembra voler suggerire il dondolio del cullare. Dietro la bellezza formale si cela una composizione condizionata dalla forma circolare della tavola: l’andamento circolare delle figure della Vergine e del Bambino è bilanciato dalla verticalità della spalliera del sedile. L’unità compositiva e l’affettuosa intimità tra la madre e il figlio sono ottenute anche attraverso la disposizione dei colori: freddi all’esterno, caldi all’interno.
Non c’è dubbio: l’opera è “uno dei maggiori capolavori dell’arte rinascimentale”.

Cliccate sull’immagine per ammirarla in ogni suo dettaglio.

RAFFAELLO SANZIO, Madonna della seggiola, 1513-1514, olio su tavola, diametro 71 cm, Galleria Palatina, Firenze

Infine, come ben saprete la grande mostra “Raffaello 1520-1483” alle Scuderie del Quirinale a Roma rappresenta uno degli eventi più attesi del 2020 non solo in Italia ma in tutto il mondo. Inaugurata il 5 marzo, è stata chiusa al pubblico tre giorni dopo per contenere il propagarsi dell’epidemia.
Così, desidero chiudere questo articolo con una passeggiata virtuale in questa grande mostra.

👉🏻 “Raffaello 1520-1483”. Una passeggiata in mostra

Alla prossima puntata!

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Rai Cultura

ARTE IN CASA ~ Le perle del Liberty milanese

Cari Amici,
per il sesto appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi alcune perle della Milano Liberty.

Sì, proprio delle perle. Perle incastonate nelle forme di sinuosi motivi floreali forgiati nella materia del ferro battuto, dei fregi, mosaici, affreschi e maioliche.
Sto parlando del fenomeno artistico imperante a Milano nei primi anni del Novecento, testimonianza tangibile di una città divenuta capitale della finanza italiana e che vede nella nuova borghesia milanese la sua principale committente.

L’area liberty milanese per antonomasia è quella di Porta Venezia.

Partiamo da un hotel.
L’hotel Kursaal Diana, oggi Sheraton Diana Majestic, in Viale Piave, 42.
La cosa straordinaria da sapere è che prima dell’edificazione di questo hotel l’area era occupata da quella che fu la prima piscina pubblica d’Italia, i Bagni di Diana, aperta nel 1842. L’atmosfera di questo modernissimo impianto la si può vedere nel breve filmato della casa Lumiere del 1896, uno dei primi documenti cinematografici su Milano.
La piscina lasciò spazio all’hotel Kursaal Diana di Achille Manfredini nel 1908, un complesso con albergo, teatro e ristorante. Al posto della piscina dei Bagni Diana un giardino di 700 metri quadrati, ancora oggi uno dei fiori all’occhiello dell’albergo, con piante fontane e una pista di pattinaggio.

Kursaal Diana. Salone del teatro, 1909 (da L’Edilizia Moderna)

Non distante dall’hotel Diana, in Via Malpighi 3, troviamo Casa Galimberti, progettata da Giovanni Battista Bossi per i fratelli Galimberti, imprenditori edili, tra i primi sostenitori del nuovo stile a Milano. La sua superficie è un meraviglioso e luccicante tappeto di piastrelle di ceramica dipinte su cui fioriscono figure femminili e maschili in un intreccio di piante rampicanti lussureggianti.
L’esterno riccamente decorato, l’interno piuttosto semplice, perché Casa Galimberti fu concepita come “casa a reddito”, ovvero una residenza di appartamenti da mettere in affitto.

Casa Galimberti, foto di Andrea Cherchi

Resto sempre affascinata dalla raffinatezza e dall’eleganza delle due bellissime statue femminili, due cariatidi, ai lati dell’ingresso di Casa Campanini in Via Vincenzo Bellini, 11. Un vero e proprio invito ad entrare in quello che è considerato il capolavoro di Alfredo Campanini, architetto di origini emiliane ma milanese d’adozione, che progettò per sé questa casa tra il 1904 e il 1905. L’architetto non si occupò solo della costruzione dell’edificio ma anche del disegno di tutti i particolari decorativi, dalle figure scultoree del portale alle vetrate e ai ferri battuti con motivi vegetali, realizzati dalla ditta Mazzucotelli, specializzata nel ferro battuto e responsabile della realizzazione delle decorazioni di molte tra le più significative opere Liberty italiane e straniere. Grandissima è la maestria con cui viene impiegato il cemento, uno dei nuovi materiali sperimentati dal modernismo, modellato per la decorazione.

Casa Campanini

Palazzo Castiglioni, situato ai civici 47 e 49 di Corso Venezia, è considerato il manifesto artistico del Liberty milanese. Fu costruito tra il 1901 e il 1904 su progetto dell’architetto Giuseppe Sommaruga per l’imprenditore Ermenegildo Castiglioni spinto dalla volontà di distinguersi rispetto alle altre costruzioni della zona, nobili dimore settecentesche dalle forme neoclassiche simboli della vecchia aristocrazia cittadina.
Il palazzo emerge così per contrasto rispetto alle costruzioni vicine per le dimensioni monumentali, per la facciata dal pronunciato bugnato grezzo e per l’esuberanza della decorazione plastica e in ferro battuto.
Due grandi statue femminili, opera dello scultore Ernesto Bazzaro e allegorie della Pace e dell’Industria, ornavano originariamente il portale d’ingresso ma, giudicate “scandalose” a causa della nudità esposta, in quanto posavano dando le spalle e il loro lato B ai passanti, furono rimosse e ricollocate sul fianco della villa Romeo Faccanoni (oggi Clinica Columbus, in via Buonarroti 48). Per questo motivo il palazzo fu battezzato la Cà di Ciapp.

Le statue della Pace e dell’Industria in Via Buonarroti, 48

Vorrei raccontarvi ancora tante perle del Liberty milanese ma … vi aspetto ad una visita guidata per condividere con voi lo stupore per la bellezza di un angolo della città a cui sono più affezionata.

Condivido con voi anche questa clip:

Milano, le bellezze del Liberty, da Repubblica TV

A presto!

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Credits
Lombardia Beni Culturali
Il Giorno

ARTE IN CASA ~ Curiosando a Novara

Cari Amici,
per il quinto appuntamento di ARTE IN CASA desidero raccontarvi qualche curiosità sulla città nella quale vivo: Novara.

Il barometro naturale
Da Piazza della Repubblica, sotto i portici del Duomo, si imbocca Vicolo Canonica.
Proprio all’ingresso del vicolo, sulla destra, si trova una colonna che pare funga da barometro naturale. A seconda se sia umida o secca prevede il brutto o il bel tempo.

Il chiostro della Canonica


Scrigno di quiete alle spalle della cattedrale novarese, il chiostro di Santa Maria risale al XII secolo, quando il vescovo Litifredo volle riunirvi i canonici dispersi in varie parti della città.
Tra il 1476 e il 1486 la canonica venne arricchita dall’apertura dell’elegante porticato ad archi ogivali e dall’aggiunta di modanature e cornici in terracotta, di chiaro gusto lombardo-milanese.
La tradizione dice che, il 18 giugno 1358, dal chiostro, Francesco Petrarca arringò i novaresi in occasione dell’entrata solenne in città di Galeazzo Visconti.
In questo luogo riservato al silenzio e alla preghiera, la notte del 31 maggio 1565 venne uccisa una donna di nome Barbara.
Barbara Tornielli si ritrovò sposa a quindici anni con Ferrante Caccia da Proh che, pur di averla, rinunciò apparentemente alla dote e, per questo, “non la conduceva alla nuova casa, come le spettava. Non le acquistava le vesti nuove da sposa”. Pur maritata, Barbara continuò dunque a vivere con la madre e i fratelli; Ferrante si recava da lei solo per la notte.
Tuttavia tra le due famiglie Tornielli e Caccia non correva buon sangue e la “storia d’amore” fra i due non ebbe un lieto fine.
Barbara venne infatti brutalmente uccisa nel letto maritale da un colpo d’archibugio mandato a segno non si sa da chi.
Il primo ad essere accusato fu il marito che subito si proclamò innocente.
Tuttavia, venne fatto prigioniero nel Castello di Milano in attesa dell’esecuzione.
I Tornielli insistettero in ogni modo perché subisse la pena capitale ma niente poterono contro un intreccio ben organizzato di alleanze e favori: grazie, infatti, ai cugini Canobio, il Senato lo considerò iniquamente incolpato e Ferrante tornò libero.
Il colpevole dell’omicidio non fu mai trovato.

Credits: Anna Parma, Della breve vita di Barbara e della sua morte. Un omicidio nel Cinquecento, 2007

Immagine: Luis Huayhuas

Il centro della città
Piazza delle Erbe è uno degli angoli più belli e caratteristici di Novara.
L’area, anticamente compresa in una più vasta piazza a destinazione commerciale, nel Medioevo fu sede della potente corporazione dei calzolai che, possedendo il lato settentrionale, affittava gli spazi agli altri commercianti.
In particolare i macellai vi tenevano le loro beccherie e fino al XV secolo si realizzava qui il ciclo completo di trasformazione del prodotto: dall’animale alle scarpe e borse.
Fu in seguito detta “delle Erbe “perché fino all’Ottocento vi si teneva il mercato delle verdure; inoltre vi sorgeva un’edicola di legno con l’immagine di San Lorenzo, prete e martire novarese, venerato dagli erbivendoli e fruttivendoli cittadini.
La tradizione vuole che le colonne sul lato nord siano un bottino di guerra, proveniente da Biandrate, che, fedele al Barbarossa, fu distrutta dai novaresi.
Nel mondo esoterico, piazza delle Erbe è conosciuta come il luogo “magico” più importante di Novara. La piazza si estende infatti secondo una precisa disposizione geometrica, formando un triangolo “geodetico”, che rappresenterebbe il centro convenzionale della città, ovvero il punto dal quale vengono misurate le distanze chilometriche tra Novara e tutti gli altri centri urbani. Il “cuore” cittadino, collocato nella pavimentazione in porfido della piazza, è rappresentato da una pietra di granito, di forma triangolare.
All’inizio del mese di gennaio del 1992, la pietra fu rubata da mani misteriose.
Il 18 gennaio ricomparve, grazie ad un prete che disse di averla ritrovata in un confessionale.
La pietra venne ricollocata nel selciato ma con un orientamento diverso dal precedente.
Da quel momento si dice che la piazza perse la sua energia tellurica per via dell’orientamento ormai sfasato.

Credits: Comune di Novara e Novara 900

La pietra del Broletto o del Banditore
Gli edifici del Broletto sorgono proprio nel centro della città.
Il Broletto è una struttura tipica della Lombardia, ma quello di Novara è l’unico esempio in Piemonte!
Il complesso del Broletto è costituito da quattro edifici: a Nord il Palazzo dell’Arengo, dalle imponenti forme medievali (secoli XIII-XIV); a Sud il Palazzo del Podestà, con le finestre ad arco acuto e le cornici in cotto (fine del XIV secolo, inizio del XV). A Est si affianca il Palazzo dei Paratici (metà del XIII secolo) nascosto dalla loggia barocca; a Ovest il Palazzo dei Referendari (secoli XIV-XV), ristrutturato nel Novecento in forme quattrocentesche.
Era in questo cortile e in questi palazzi che si svolgeva la vita pubblica della città: nella grande sala arengaria venivano eletti i consoli; nel cortile si teneva il mercato (soprattutto dei grani, dei legumi e della biada con il relativo passaggio di carri), sotto gli archi si trovavano i banchi dei consoli di giustizia e i condannati venivano esposti alla gogna.
Quando qualcuno veniva condannato dal vicino Tribunale per reati contro il patrimonio (debiti, fallimenti), veniva portato sulla pubblica piazza. Lì, il debitore veniva per tre volte invitato a saldare il debito; se questo non avveniva, il condannato dopo esser stato privato di pantaloni ed eventuali mutande, veniva fatto accomodare con la forza sulla famigerata “pietra del debitore” surriscaldata e resa rovente. Il tutto potrebbe sembrare quasi normale, in tempi in cui le condanne recitavano di decapitazioni, impiccagioni e addirittura di squartamenti.
Per una curiosa forma di pietismo, era concesso a parenti od amici, di riparare, in caso di pioggia, il condannato con un ombrello aperto. Da qui il detto tipicamente e squisitamente Novarese : “Va a da’ via al cü cun l’umbrela verta” (va a dar via il sedere con l’ombrella aperta.)

Dove si trova oggi la pietra? Andate a cercarla sotto il portico dell’Arengo!

Credits: Paolo Nissotti e Novara 900

L’angolo delle ore e il Campari


La storia di Campari comincia in un caffè di Novara, il Caffè dell’Amicizia, che ai tempi si trovava all’angolo delle Ore, un locale che Gaspare Campari aveva acquistato nel 1860 dopo aver lavorato in due luoghi storici di Torino e avervi appreso l’arte del liquorista. A Novara, Gaspare crea i suoi primi prodotti di distilleria, che si chiamano “Elisir di lunga vita”, “Olio di Rhum”, “Liquore Rosa”. Ma gli affari non vanno bene. Gaspare si trasferisce a Milano, dove apre un piccolo negozio di liquori sotto il Coperto dei Figini e, in vista della sua demolizione, prenota una bottega nella Galleria in costruzione. Sceglie il negozio d’angolo, sulla destra entrando in Galleria, segnando così l’inizio della storia del Campari. A gestire il locale è la moglie Letizia, mentre lui si dedica a perfezionare i prodotti delle sue distillazioni: nascono così il “Fernet Campari” e il famosissimo “Bitter”, l’aperitivo che in un primo tempo viene servito esclusivamente ai clienti del caffè.
Alla morte di Gaspare, nel 1882, l’attività è ben avviata tanto da far scrivere al Corriere della Sera “Lascia 5 figli e un bel patrimonio di circa mezzo milione”.

Immagine: Novara 900

L’Excelsior e Strehler
“Almeno una targa davanti all’edificio o in prossimità dei giardini pubblici per ricordare che Novara è stata la culla di Strehler regista”. L’appello arriva da Mariano Settembri, editore che ha pubblicato un libro di Clarissa Egle Mambrini (Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano) che ricostruisce la prima regia di Strehler, all’ex Casa Littoria, l’attuale questura, dove all’epoca c’era la sala Littoria, poi cinema Excelsior, attivo fino agli anni Cinquanta: il debutto avvenne proprio 75 anni fa.
Era il 1943, un gennaio rigido in una città molto vivace sotto il profilo culturale, con Strehler che frequenta Novara perché qui ci sono gli amici Egidio Bonfante e Vittorio Orsini, fratello di Umberto, attore di teatro. Diventerà un celebre pubblicitario, ma prima chiama Strehler a Novara perché c’è la possibilità di mettere in scena uno spettacolo su Pirandello. “In quegli anni – racconta Mambrini – a Novara si stampa un’importante rivista culturale, Posizione, a cui collaborava anche Strehler”. La prima messinscena, che organizza con il «Gruppo Palcoscenico», lascia il segno: comprende tre atti unici di Pirandello, «L’uomo dal fiore in bocca», «All’uscita», e «Sogno (ma forse no)». “C’era un pubblico foltissimo, molti giovani – aggiunge Mambrini -, tra i quali il ventenne Roberto Cerati, futuro direttore editoriale Einaudi”. Un pubblico che Strehler stupisce con una regia anticonformista, aiutato dalle idee dello scenografo Luigi Veronesi, legato all’astrattismo: barbe verdi e azzurre, parrucche rosse; Ugo Ronfani definisce la messinscena «shoccante», ma il pubblico apprezza e gli applausi scrosciano. Novara porta fortuna al regista triestino, che all’epoca non disdegnava di recitare qualche parte; il 19 febbraio replica lo spettacolo a Bergamo e alla Casa Littoria novarese tornerà pochi mesi dopo, l’8 maggio 1943, con due atti unici, «Un cammino» di Beniamino Joppolo, e «Un cielo» di Felice Gaudioso.

Credits: La Stampa

Al prossimo appuntamento!

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ARTE IN CASA ~ Sono nata il ventuno a primavera …

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Cari Amici,
il 21 marzo 1931 a Milano in viale Papiniano, 57 nasce Alda Merini.
Quello alle sue spalle è il “suo” ponte sul Naviglio a lei intitolato il 1° novembre 2019, in occasione della ricorrenza del decennale della sua morte.
In attesa di una visita guidata con elysArte a lei dedicata, desidero ricordarla con voi con questa intervista:
https://www.youtube.com/watch?v=PFq67cMnFfM

Se da un momento di distruzione, nasce un momento di resurrezione, chiamiamolo anche miracolo.

Grazie Alda!

Buona giornata! 🤗
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ARTE IN CASA ~ All’ovile di Giovanni Segantini

Se l’arte moderna avrà un carattere sarà quello della ricerca del colore nella luce.
Giovanni Segantini

Cari Amici,
vista la sospensione della visita guidata alla mostra Divisionismo. La rivoluzione della luce al Castello di Novara, desidero condividere con voi alcune opere presenti in mostra.
Inizio dalla mia preferita. All’ovile di Giovanni Segantini.
Perché?
Perché questo quadro è semplicemente vivo. Perché è un quadro che non si limita ad essere guardato. Possiamo annusarlo.
Sì, annusarlo. Perché di questo quadro possiamo percepire l’atmosfera umida e ovattata che ammanta la scena.

GIOVANNI SEGANTINI All’ovile, 1892 Olio su tela, 68 x 115 cm Courtesy Gallerie Maspes, Milano

Il dipinto fa parte di un ciclo di tre opere dedicate agli effetti della luce di una lanterna in un ambiente buio e senz’aria, insieme a Le due madri (Galleria d’Arte Moderna, Milano) e All’arcolaio (National Gallery of South Australia, Adelaide).

Le analisi non invasive dell’opera hanno rivelato che Segantini ha ridipinto All’ovile sopra un primo abbozzo della grande tela Le due madri. Man mano che procedeva nell’intento di esprimere un parallelo tra maternità umana e animale, accomunate da un medesimo destino, il supporto deve essergli apparso troppo esiguo e la tela fu trasformata nell’opera che vediamo oggi, nella quale un riferimento alla donna-madre è soltanto accennato.
Tuttavia il soggetto in fondo riprende il parallelo implicito ne Le due madri tra l’essere umano e l’animale, la maternità come fatto naturale che unisce le creature, bisognose di tenerezza e calore.

Dalla corrispondenza con Alberto Grubicy risulta che Segantini in un primo momento avesse intitolato il dipinto Ninna Nanna, poi At home.
Il primo titolo fu presto dimenticato e rimase At home, che illustra chiaramente il concetto: sia la giovane madre assopita accanto alla culla del suo bambino, sia la pecora che allatta l’agnellino si sentono a casa nel tepore del luogo.
Tutte e tre le opere sono capolavori ma l’effetto magico della luce, che ammanta la scena di trascendenza è ancor più percettibile in All’ovile, proprio per la dimensione più intimista.

Per quanto riguarda la tecnica divisionista qui Segantini va oltre la resa suggestiva della luce stessa, per trattini di colori puri giustapposti secondo lo sviluppo della forma e l’irradiarsi dei riflessi che reggono l’immagine. Al rigoroso divisionismo l’artista aggiunge oro in polvere incorporandolo all’impasto fresco, così da accentuare le vibrazioni con un suggestivo luccichio.

Come sempre colpisce la profonda capacità di suggerire l’essenza delle cose, la loro fisicità: dal vello delle pecore al tessuto del vestito della donna, e al suo volto, al legno della mangiatoia diverso da quello della culla … tutto prende vita!

GIOVANNI SEGANTINI Le due madri, 1889 Olio su tela, 162 x 301 cm Galleria d’Arte Moderna, Milano
GIOVANNI SEGANTINI All’arcolaio, 1891 Olio su tela, 58 x 90 cm Art Gallery of South Australia, Adelaide, Australia

Credits

Annie-Paule Quinsac, Divisionismo. La rivoluzione della luce, 2019
METS Percorsi d’Arte, Novara

Immagini: http://www.deartibus.it

ARTE IN CASA ~ Curiosità dall’Ultima Cena di Leonardo da Vinci

Cari Amici,
è una delle opere d’arte più conosciute al mondo, realizzata dal “genio” per eccellenza.
Sto parlando dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci.
Volete ammirarla fino quasi a toccare ogni singolo particolare?
Potete farlo comodamente seduti sul divano e per tutto il tempo che volete!
Cliccate qui! 👉🏻 Ultima Cena

Desidero condividere con voi alcuni dettagli.

1. All’altezza della testa di Cristo è stato ritrovato, durante l’ultimo restauro, le tracce di un buco che sarebbe servito a Leonardo da Vinci come “punto di fuga” per tutto il disegno prospettico dell’opera.
Inoltre, se osservate bene sullo sfondo potete riconoscere un campanile.

2. Chi è il traditore? Se gli apostoli si fossero agitati meno, se ne sarebbero già accorti. Leonardo non lo ha relegato in un angolo o messo di spalle, come voleva l’iconografia “tradizionale”. Lo ha messo vicino a Gesù, proprio come dice il Vangelo. E’ l’unico che si ritrae, riconoscibile per il suo profilo torvo e per quella mano che afferra avidamente il sacchetto dei trenta denari, simbolo del suo tradimento.
La sua mano sinistra si protende verso lo stesso piatto sul quale si porta la destra di Gesù: “Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è lui quello che mi tradirà”.
Osservate attentamente quella mano che afferra il denaro.
Si può aggiungere che Leonardo è attento non solo al testo sacro ma anche alle superstizioni.
Quel brusco movimento, infatti, rovescia un consistente vasetto di sale.
E si sa … porta male!
Questo è un dettaglio che si può notare in una delle copie più antiche del Cenacolo Vinciano, conservata in Belgio nell’Abbazia di Tongerlo, a un’ora da Anversa.
La copia è una testimonianza tangibile di come il celebre dipinto fu originariamente concepito prima che la patina del tempo lo danneggiasse gravemente.

3. Avete mai notato che i colori delle vesti degli apostoli si riflettono nei piatti sulla tavola?
Meraviglia!

E infine … provate a cercare questo dettaglio!

Buona visione!
elysArte

 

Credits

Fra Angelo Maria Caccin O.P., Santa Maria delle Grazie e l’Ultima Cena di Leonardo, 2015

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Io penso positivo!

ARTE IN CASA ~ Canova | Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna

Cari Amici,
vista la sospensione della visita guidata alla mostra Canova | Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna, vi propongo un documentario di Rai Cultura interamente dedicato alla mostra.
Le opere di due grandi scultori dialogano per raccontarci una “fabbrica della bellezza” davvero straordinaria e ineguagliabile.
Parlando di Antonio Canova, desidero condividere un estratto della trasmissione Ulisse, il piacere della scoperta – Le meraviglie del Veneto dalla laguna alle Dolomiti di Alberto Angela su Antonio Canova e la sua Gipsoteca.

Buona visione!

elysArte

Documentario Canova | Thorvaldsen. La fabbrica della bellezza

Ulisse, il piacere della scoperta – Le meraviglie del Veneto dalla laguna alle Dolomiti’

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