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Il Pane di San Gaudenzio a Novara

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Ho parlato del Pan de Toni, legato alla storia e alla tradizione milanese.
Visto che ormai, da circa tre anni, Novara è diventata la mia seconda vera casa, ho deciso di dedicare un degno articolo ad un tipico “pane” novarese: il Pane di San Gaudenzio.

Dalla gola non manca poi il legame con la storia e l’arte..et voilà…qualche informazione altrettanto degna del monumento più rappresentativo della città: la basilica di San Gaudenzio e la sua celebre cupola.

Il contesto
Intimamente legata alla vita, al costume e alla tradizione dei novaresi è la Festa Patronale di San Gaudenzio, celebrata ogni anno il 22 gennaio. Con un rito che risale al XV secolo la popolazione, come un corteo, sfila per le vie del centro storico fino alla Basilica di San Gaudenzio dove si svolge la “Cerimonia del fiore” seguita dalla solenne liturgia eucaristica e dove, durante tutto il giorno è inoltre possibile visitare la tomba del santo nello scurolo della basilica.

L’Antico Dolce della Cattedrale
Legato alla festività è il “Pane di San Gaudenzio”. Come lo conosciamo oggi, pare che questo dolce sia stato inventato negli anni Settanta da un gruppo di panettieri di Novara. Ma le sue origini sono più antiche. Il pane, infatti, veniva già prodotto nel 1200 quando la prima domenica di Pasqua i canonici della cattedrale e della basilica di San Gaudenzio erano soliti distribuire ai poveri un altro pane tipico, il “Pane di Polla”, a base di frumento. Chissà che questo pane rustico non abbia dato l’idea per il dolce tipico della festa patronale. Il Pane di San Gaudenzio si presenta di forma rotonda o rettangolare ed è composto da farina di frumento, zucchero, burro, uova, lievito vanigliato, buccia di limone, grappa di Nebbiolo, latte e frutta (albicocche e prugne). La superficie può essere cosparsa da granella di pinoli o di nocciole e zucchero a velo. Alcune pasticcerie di Novara lo producono ormai da circa 40 anni!

Quando Napoleone, nell’Ottocento, chiuse i conventi, le suore che prima vivevano in essi trovarono ospitalità presso le case delle famiglie benestanti e così fecero conoscere la ricetta dei Biscottini di Novara, altro prodotto rinomato della città.

Altro prodotto tipico legato alla festività sono i tipici “Marroni di Cuneo”, castagne affumicate, bucate e legate insieme.

Personalmente mi piace comprare il Pane di San Gaudenzio – e non solo – al Biscottificio Camporelli, locale storico della città, bottega artigiana a conduzione familiare che dal 1852, confeziona biscotti di diversi tipi, tra cui i celebri Biscottini di Novara, che tanto piacciono ai  miei nonni. In questo negozio il calore del legno delle scaffalature si impasta con i colori e il profumo dei biscotti. Quei biscotti e quei dolci che sembrano guardarti dalla carta trasparente con cui vengono avvolti e confezionati con cura. 

UN PO’ DI…STORIA

Chi era San Gaudenzio
San Gaudenzio nasce a Ivrea nel 327, da una famiglia ancora pagana. Trasferitosi a Vercelli fu allievo di Eusebio, primo vescovo di tutto il Piemonte; questi ne ebbe una tale stima da mandarlo presto a Novara, per aiutare il sacerdote Lorenzo, che da solo predicava il Vangelo dove ora sorge la chiesetta di Ognissanti (l’unica chiesa romanica superstite della città, già citata nel 1124). E pensare che questa chiesetta si trova esattamente vicino al Liceo Artistico F. Casorati che ho frequentato per 5 anni!
Gaudenzio prese il posto del sacerdote Lorenzo quando questi venne assassinato. Ambrogio, vescovo di Milano, trovandosi un giorno sul far dell’imbrunire a passare per Novara, chiese ospitalità a Gaudenzio. Questi per rendere omaggio della sua visita fece sbocciare miracolosamente in gennaio, fra la neve e il gelo, i fiori del suo orto. Da quest’episodio leggendario è nata la tradizione della “Cerimonia del fiore”, accennata sopra: durante il rito viene calato dal soffitto della chiesa un grande lampadario e sostituiti i fiori in metallo che lo compongono con altri portati in corteo dai valletti comunali, a ricordo del miracolo compiuto da San Gaudenzio.
Sant’Ambrogio, morì nel 397 lasciando al nuovo vescovo Simpliciano la nomina, nel 398, di Gaudenzio a vescovo di Novara.
Gaudenzio morì il 22 gennaio del 417, più che ottantenne; preoccupato del suo magistero scelse come suo successore il discepolo e segretario Agabio.
Le venerate spoglie di San Gaudenzio vennero traslate più volte fino a quando il 14 giugno 1711 il corpo è definitivamente collocato nello scurolo dell’attuale basilica dedicata al santo, a sinistra dell’altare del transetto destro.
Da quel giorno, ogni anno, il 22 gennaio, si ripete il pellegrinaggio dei novaresi in omaggio al patrono.

La basilica di San Gaudenzio

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Tempio che conserva le spoglie del Santo, la basilica fu edificata nel punto più elevato di Novara tra il 1577 ed il 1690. La progettazione fu affidata a Pellegrino Tibaldi, cui sono da ricondurre l’accentuato verticalismo dell’edificio e il senso di vigoroso plasticismo della facciata e dei fianchi, mossi entrambi da nicchie, finestroni e colonne poderosamente aggettanti. L’ingresso della basilica è chiuso da una porta in noce lavorato, con rosoni e teste di ferro fuso, opera di Alessandro Antonelli, autore anche dell’imponente cupola alta 121 metri, ultimata nel 1887.
Orgoglio di ogni novarese che afferma convinto: “va bene che la mole di Torino è più alta, ma vuoi mettere la bellezza della nostra cupola?”, è l’elemento architettonico più significativo della basilica, assurta a simbolo della città e segno distintivo del suo panorama.

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Nella prima metà del 1800, col denaro ricavato dalla tassa sulla carne (ogni volta che un abitante della città acquistava un chilo di carne doveva pagare una tassa aggiuntiva), il Comune di Novara accumulò una somma che decise di investire nella costruzione di una cupola sulla preesistente basilica di San Gaudenzio ed affidò l’incaricò all’architetto novarese.
Il primo progetto della cupola venne presentato alla municipalità nel 1841. Tre anni dopo iniziarono i lavori ma nel 1855 l’Antonelli, in seguito a ritardi causati dalle guerre d’indipendenza, presentò un secondo progetto che innalzava l’altezza della cupola di un ordine mediante l’inserimento di una corona di pilastri, recuperando così la fruibilità visiva del monumento. Nel 1860 presentò un ulteriore progetto, che elevava ancora l’edificio, ad un’amministrazione sempre più preoccupata per le crescenti spese e diffidente nei confronti dell’architetto. Ma la costanza dell’Antonelli ebbe la meglio e due anni dopo la costruzione della cupola giunse al termine. Mancava solo la guglia che fu costruita tra il 1876 e il 1878. Alla sommità, il 16 maggio dello stesso anno, fu posta una statua del Cristo Salvatore (e non di San Gaudenzio come si potrebbe ritenere) realizzata in bronzo ricoperto di lamine d’oro e alta quasi 5 metri, opera di Pietro Zucchi. Contando anche la statua l’altezza dell’edificio raggiunge i 126 metri. La statua originale del Salvatore che attualmente si trova in cima alla cupola è una moderna copia in vetroresina, mentre quella originale, danneggiata dal tempo, si trova all’interno della basilica, nel transetto sinistro.
Per la costruzione della Cupola l’Antonelli decise di utilizzare solo materiali della zona: la struttura è infatti interamente in mattoni e calce, senza impiego di ferro, ed è considerata l’edificio in muratura più alto del mondo. Tale primato, che fu per lungo tempo della Mole Antonelliana di Torino, ritornò alla cupola di San Gaudenzio quando, nel 1953, la guglia di 47 metri della Mole crollò e fu ricostruita con altri materiali.
Era proprio lui, l’Antonelli, che dirigeva personalmente i lavori: meticoloso controllava ad uno ad uno tutti i mattoni e li faceva suonare sbattendoli l’uno contro l’altro; se il suono non andava bene, li scartava.

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L’opera dell’Antonelli risulta così intimamente legata al luogo ove sorge, alla sua terra e alla sua gente. Mentre in altri paesi d’Europa si sviluppava un’architettura del ferro che era giustificata dalla abbondanza di materiale in quei luoghi e dalla disponibilità di maestranze specializzate in quelle costruzioni, in Italia l’Ottocento è il secolo aureo dei muratori.
Ed ecco che l’Antonelli dirige queste eccezionali maestranze di muratori a eccezionali irripetibili imprese. E chissà che, senza saperlo, con quello strano procedimento, stava mettendo le basi al prospero futuro dei Bottacchi , noti produttori di laterizi (nella loro fornace venivano prodotti i mattoni per la cupola).
Il peso complessivo della cupola supera le 5.500 tonnellate e alla sua ultimazione, la chiesa, che 200 anni prima non era stata progettata per reggere un simile peso, cominciò a dare segni di un cedimento strutturale (già ravvisabile durante le prime fasi della costruzione).
A partire dal 1881 l’Antonelli si dedicò al consolidamento dei quattro piloni della basilica portanti la cupola e all’ampliamento delle fondazioni. Il progetto dell’architetto si rivelò valido e la sua opera, dopo 120 anni, è ancora saldamente al suo posto.
I lavori ebbero termine agli inizi del 1887, giusto per l’occasione della festa del santo patrono (22 gennaio).
Il timore del crollo è però uno spauracchio familiare ai novaresi e nel corso degli anni si sono succeduti più volte dei falsi allarmi. Come citato da una targa affissa all’interno della Basilica, l’edificio restò chiuso per quasi 10 anni, tra il 1937 e il 1947, proprio a causa di tali preoccupazioni.
Ma la genialità di Alessandro Antonelli fu proprio quella di aver progettato il suo edificio scomponendolo in una serie di tanti cerchi concentrici che si innalzano verso il cielo, sempre più piccoli, scaricando man mano il peso sulla struttura portante.
In caso di cedimento strutturale la cupola collasserebbe su se stessa e non sugli edifici circostanti.

L’interno della basilica di San Gaudenzio è ad una navata unica, affiancata da cappelle laterali collegate tra loro, un ampio transetto e un profondo presbiterio.
Interessante il patrimonio di opere d’arte conservate nella chiesa. Tra queste, opera di notevole importanza è il grande polittico a due piani di Gaudenzio Ferrari (1516) situato nella “cappella della Natività”.

Il campanile, alto 92 metri, è opera di Benedetto Alfieri, zio del famoso drammaturgo, e fu costruito tra il 1753 e il 1786. Si trova isolato dalla chiesa, alla sinistra dell’abside, ed è realizzato in conci di cotto e granito di Baveno.

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Il campanile ospita il maggior concerto di campane a “Sistema Ambrosiano”. Il concerto è composto da 8 campane intonate in SOL maggiore, più una nona campana utilizzata come richiamo, anche se risente purtroppo di alcuni problemi di accordatura carente e timbro di alcune campane.

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Per la Festa Patronale di San Gaudenzio e in altri periodi dell’anno è possibile la salita alla Cupola – anche con visita guidata. Insieme agli amici dell’Associazione Fotografica “Prospettive” di Cameri sono salita di sera. La vista è spettacolare ed è proprio vero: “l’emozione più alta” di questa mia seconda casa, Novara, è la cupola!

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Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Credits

Atl Novara – Google – Cupola di San Gaudenzio

Il Pan de Toni

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Arriva dicembre, arriva Natale.

Mentre dipingo con Sandro per la realizzazione di un grande fondale destinato al presepe della Chiesa di Bernate Ticino, mentre chiacchiero con Stefano, mentre intervisto i miei nonni a proposito delle tradizioni natalizie di una volta da trasmettere alla radio.

A tutti racconto la leggenda del “Pan de Toni”.

Ricevo in regalo un libro d’arte dedicato alla Casa degli Atellani e alla Vigna di Leonardo.

Assaporo il morbido profumo delle sue grandi pagine e inizio a divorarlo.

A pag. 143 mi ritrovo, non-a-caso, a leggere del “Pan de Toni” e scopro che la leggenda è legata a quella Casa e a quella Vigna che ho visitato qualche mese fa!

Mentre leggo e mentre guardo la miniatura del XV secolo con un fornaio che inforna le pagnotte, riportata a fianco del racconto, ricordo il profumo del pane sfornato dal vecchio forno di mio nonno.

“PANIFICIO” reca ancora l’insegna a Bernate Ticino.

Un piccolo negozio che dieci anni fa e dopo più di cinquant’anni di storia ha deciso di fermarsi, semplicemente.

Nonostante la chiusura, le pareti di questo luogo continuano ad emanare il profumo avvolgente di quel pane. Se chiudo gli occhi sento ancora il rumore delle “michette” roventi appena sfornate che il nonno versava nella grande cesta, pronte per essere spedite nelle case del paese o fare bella mostra di sé in negozio.

In quella stanza del negozio, ormai vuota, posso ancora ascoltare la voce delle persone che, mentre ordinano una tartaruga, un francesino o un ventaglio, un etto di prosciutto cotto o un pezzo di gorgonzola, chiacchierano della loro vita, della vita del nostro piccolo e semplice paese.

Oggi i bambini a cui si regalava una tartina sono diventati grandi, alcune anziane signore che si presentavano di buon mattino a comprare il pane fresco non ci sono più.

Sono convinta che tutti conservano un bel ricordo di questo nostro piccolo negozio.

Ah! E come mi divertivo da piccola ad indossare il grembiule della mamma e sfilare per il cortile oppure sistemare minuziosamente insieme allo zio la frutta sulla frolla gialla delle crostate, legarmi intorno al polso, come fossero braccialetti, le strisce di pasta di pane avanzata da qualche parte. E poi, a settembre, per la festa del paese, la fila di gente in cortile per cuocere il “Michelac” – dolce di cui vi parlerò – nel forno del nonno.

Torniamo a noi e al “Pan de Toni”.

La leggenda ad esso legata è scritta talmente bene che non posso fare a meno di riportarla così com’è stampata sulle grandi pagine del libro regalato.

L’origine storica del milanesissimo gran pane dolce guarnito di frutta secca ufficialmente chiamato panettone risalirebbe a certe tradizioni romane, e prima ancora celtiche, di celebrare le feste religiose mangiando un pane zuccherato più sfizioso di quello di ogni giorno. In un manoscritto di tale Giorgio Valagussa, precettore dei figli di Francesco Sforza (e quindi di Ludovico il Moro) compare la descrizione di una cerimonia natalizia, il cosiddetto rito del ciocco, che consisteva nella condivisione a tavola di tre grandi pani di frumento, ossia di pane bianco, invece del solito pane di miglio. Allora il pane di frumento era il pane dei signori e il pane di miglio era il pane dei poveri. Eppure, a Natale, si faceva un’eccezione. Il primo dizionario italiano milanese, nel 1606, cita il Panaton de Danedaa, un Pan grosso, qual si suole fare il giorno di Natale, e Pietro Verri parla finalmente di un pane di tono, ossia pane di lusso, da consumarsi nelle occasioni speciali. Insomma le origini del panettone si perdono nei secoli, ma non si sa chi abbia creato la ricetta. Per far prima, tra L’Otto e il Novecento cominciarono a circolare almeno tre versioni romanzate sull’invenzione del panettone, tutte e tre riferite all’età sforzesca. In una si cita una suorina che crea il panettone per sfamare le sue consorelle; in un’altra si cita un cuoco di corte, che ricorre al dolce improvvisato dal garzone Toni per arricchire il pranzo natalizio del duca di Milano, visto che lui ha bruciato tutte le sue torte. La terza, la più durevole, riguarda la Casa degli Atellani, e non si può fare a meno che ricordarla qui.

Narra la leggenda che Giacometto della Tela avesse un figlio, di nome Ughetto, che di mestiere faceva il falconiere per Ludovico il Moro. Ughetto era innamorato della giovane Adalgisa, figlia di Toni, un panettiere che teneva bottega sul borgo delle Grazie, proprio vicino alla Casa degli Atellani. I tempi non erano socialmente maturi perché un falconiere che abitava in una casa da nobile sposasse la figlia di un prestinaio: tanto più che, da quando nel quartiere aveva aperto un’altra panetteria, gli affari di Toni andavano parecchio male. Pur di stare vicino alla sua amata, Ughetto va allora a lavorare in bottega da Toni, deciso a darsi da fare (di notte e sotto mentite spoglie, perché Giacometto e sua madre non s’insospettiscano). Con i soldi guadagnati dalla vendita di due falconi Ughetto compra un grande panetto di burro e, una notte, lo aggiunge al consueto impasto del pane: il giorno dopo, la bottega di Toni è presa d’assalto. Passano altre notti, e Ughetto ci riprova. Vende altri due falconi, compra altro burro e zucchero e reimpasta il pane con quelli. La scena si ripete: tutta Milano impazzisce per il nuovo pane dolce della bottega di Toni. Sotto Natale Ughetto aggiunge alla sua trovata uova, pezzetti di cedro candito e uva sultanina, battezzando così la ricetta del Pan de Toni, che diventerà poi la ricetta del Panettone. Finalmente ricco, Toni è in grado di garantire la dote alla figlia, e Adalgisa e Ughetto coronano il loro sogno d’amore. In realtà i figli di Giacometto della Tela furono Carlo, Lucio Scipione e Annibale; in compenso üghêta, in dialetto milanese, significa uvetta, uva passa.

(tratto da “La Casa degli Atellani e la Vigna di Leonardo” di Jacopo Ghilardotti)

L’uvetta non mancava al Panificio Garavaglia perché si preparava il Pan Tramvai – il pane con l’uvetta. Il nonno e lo zio preparavano anche la focaccia dolce con l’uvetta, di cui ricordo bene la croccante crosta di zucchero e la focaccia con l’uva americana…

 

 

Credits

“La Casa degli Atellani e la Vigna di Leonardo” di Jacopo Ghilardotti

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