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Casa Museo Lodovico Pogliaghi a Santa Maria del Monte (Varese)

“Sbagliando si impara”. Così recita il detto.

Stefano ed io abbiamo scoperto una valida alternativa al significato di questa espressione.

Tutto inizia un sabato mattina. Si parte per un giro in moto alla volta dell’Alpe Devero, con lo scopo di passeggiare e rubare qualche scatto naturalistico.
Lungo la strada Stefano si accorge di aver dimenticato a casa i documenti della moto. Costretti a rientrare e perdendo minuti preziosi, optiamo per un altro luogo, più vicino: il Sacro Monte di Varese. Un luogo conosciuto che tuttavia si trasforma in una piacevole sorpresa!
Perché, come dice sempre il nonno, “non si finisce mai di imparare”!
E poi è Patrimonio UNESCO e questo insieme al fatto che l’Italia è la nazione che detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista dei Patrimoni dell’Umanità, ci deve solo rendere orgogliosi del nostro bel Paese che non smette mai di stupirci, incantarci ed emozionarci!

Prima di raggiungere il Sacro Monte ci fermiamo a Velate, frazione di Varese, attirati dal cartello “Torre di Velate, XI sec. FAI”.

Torre di Velate

La Torre rappresenta un punto fermo nel paesaggio collinare dei dintorni di Varese ed è di proprietà del Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI). Costruita nell’XI secolo sulle alture dominanti la strada per il Lago Maggiore, la torre era inserita nell’antica struttura difensiva del Limes prealpino e destinata a presidio militare della sottostante via per Angera e il Lago Maggiore. La struttura, in pietra viva, con pianta quadrangolare, raggiunge i 33,5 metri d’altezza, con cinque piani fuori terra serviti da un articolato corpo scale posto sul lato orientale. Il poderoso fortilizio, del quale rimangono solo due lati e uno soltanto è integralmente conservato, fu gravemente danneggiato alla fine del XII secolo dai milanesi vittoriosi sulle milizie imperiali e sugli alleati del Barbarossa, tra i quali figuravano i nobili di Velate.

A condire la nostra breve fermata un gruppo di signori riuniti davanti al cimitero, nei pressi della Torre, intenti in un’accesa conversazione riguardante il tempo previsto nei prossimi giorni.

La nostra seconda tappa è l’Osservatorio Astronomico. Ci fermiamo vicino al Bar Ristorante Irma e reduci dalle nostre camminate in Trentino individuiamo le frecce bianche e rosse che indicano un vicinissimo “Punto Panoramico” dal quale, in effetti, si gode di uno splendido panorama. Continuiamo a camminare proseguendo il sentiero quando incontriamo due signori ai quali chiediamo informazioni su come raggiungere l’Osservatorio.

La risposta cita un “sentiero che va su, un po’ posticcio, non del tutto segnato, ma percorribile”. Quale risposta migliore per preferire questo sentiero alla strada asfaltata accessibile a tutti. In effetti, il sentiero c’è. Occorre solo percorrerlo indossando dei jeans e con le braccia alzate perché, soprattutto nell’ultimo tratto, è pieno di rovi.

Arriviamo in cima all’Osservatorio e anche qui la vista non è male, nonostante il caldo e l’umidità rendono il panorama un po’ “appannato”. Non si tratta però solo di un Osservatorio. A 1230 m di altezza, sulla cima del Campo dei Fiori (Punta Paradiso) sorge da oltre mezzo secolo la Cittadella di Scienze della Natura, fondata da Salvatore Furia al fine di “creare un ponte di comprensione tra la Scienza e la gente”. La Cittadella comprende l’Osservatorio Astronomico “Giovanni Virginio Schiaparelli”, il Centro Geofisico Prealpino ed il Giardino Montano “Ruggero Tomaselli”, per la tutela e conservazione della biodiversità.

Con le sue tre cupole, è anche un importante polo scientifico a livello internazionale. Le ricerche si concentrano sulla spettroscopia stellare e sul monitoraggio di asteroidi pericolosi per il nostro pianeta, attività che ci pone tra i più importanti Osservatori astronomici amatoriali al mondo. Il telescopio principale dell’Osservatorio è un riflettore da 84 cm di diametro, uno dei telescopi amatoriali più grandi a livello italiano ed europeo!

Rientriamo questa volta dalla strada asfaltata e scopriamo il percorso “ufficiale” per i turisti per raggiungere comodamente l’Osservatorio.

Dopo una tappa caffè e torta rustica, accompagnati da qualche coloratissimo animaletto, entriamo nel piccolo borgo di Santa Maria del Monte.

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Il Sacro Monte del Rosario di Varese è indubbiamente il più affascinante itinerario mariano  al mondo.  Le 14 Cappelle che si snodano lungo un acciotolato di circa 2 km e che portano in cima al Sacro Monte, nel borgo di Santa Maria del Monte, sono un itinerario in cui fede, natura ed arte si intrecciano armoniosamente. Costruita circa 400 anni fa, sono milioni i pellegrini che sono passati lungo questa via sacra.

“Pare che gli italiani non possano guardare un posto elevato senza desiderare di metterci qualcosa in cima, e poche volte l’hanno fatto più felicemente che al Sacro Monte di Varese”, commentava argutamente nel 1881 lo scrittore inglese Samuel Butler.

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Il borgo di Santa Maria del Monte nacque come roccaforte romana per poi evolversi in epoca borromaica in centro spirituale, artistico e culturale, grazie alla suggestiva salita segnata dalle Cappelle dei Misteri dei Rosario. Erette in piena epoca di Controriforma nel corso del XVII sec. per merito sopratutto della collaborazione tra padre Gian Battista Aguggiari e le suore romite ambrosiane che vivono tuttora nel borgo di Santa Maria, le Cappelle furono progettate dall’architetto varesino Giuseppe Bernascone secondo una particolare teoria architettonica e spaziale che sfrutta al meglio il dislivello e il crinale del monte. Sulla sommità si trova il Santuario di Santa Maria del Monte al cui interno, sull’altare, è rappresentato il quindicesimo mistero: realizzato intorno all’VIII-IX secolo d.C. subì un notevole ampliamento quando il numero dei fedeli si moltiplicò. Le ultime opere sul santuario risalgono ai primi anni del secolo scorso grazie all’intervento di Lodovico Pogliaghi.

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Ma andiamo al sodo. La scoperta più affascinante di tutta la giornata arriva alla fine, come la celebre e insostituibile “ciliegina sulla torta”. Casa Museo Lodovico Pogliaghi.

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Chi è costui? Per rendere subito noto il personaggio, la commessa più nota di Lodovico Pogliaghi (Milano 1857 – Varese 1950) è di certo quella per il portale centrale del Duomo di Milano, lavoro che assorbe le energie dell’artista per una quindicina d’anni. I battenti vengono inaugurati nel 1906, mentre la cimasa nel 1908. La casa museo ospita i gessi originali utilizzati per la fusione del portale, che lo scultore ha riassemblato e in parte rilavorato!

La domanda successiva è: cosa ci fa Lodovico Pogliaghi a Varese?

Lavorando al restauro delle cappelle del Sacro Monte di Varese, Pogliaghi rimase stregato – come molti prima di lui – dalla tranquillità e dalla bellezza di questi luoghi. A partire dal 1885 decise di acquistare vari terreni attigui sui quali iniziò a costruire la villa alla quale lavorò quotidianamente fino alla morte, sopraggiunta nel 1950, a ben 93 anni. Concepì l’abitazione come un laboratorio-museo dedicato al ritiro, allo studio e all’esposizione del frutto della sua passione collezionistica. L’edificio, progettato dallo stesso Pogliaghi, riflette il gusto ecclettico dell’epoca e l’interesse del proprietario verso tutte le forme d’arte, con sale ispirate ai diversi stili architettonici e un giardino all’italiana costellato di antichità e oggetti curiosi.

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La villa, donata da Pogliaghi alla Santa Sede nel 1937 e oggi di proprietà della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, è stata aperta come museo dal 1974 e sino agli anni ‘90 del Novecento e ha riaperto al pubblico nel maggio del 2014.

L’allestimento, progettato per la nuova apertura, propone di avvicinarsi il più possibile all’allestimento degli anni ’50 del Novecento, conservando l’originale e personalissima disposizione degli arredi e delle opere dello stesso Pogliaghi.

Mentre aspetto l’inizio della visita guidata, inizio a curiosare nel giardino. Immediatamente questo luogo mi rapisce, mi affascina, mi emoziona. La prima cosa che penso è “sembra di essere in Villa Necchi Campiglio a Milano”.

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C’è quel gusto eclettico, quell’alone magico che subito mi elettrizza. Una teoria di statue, telamoni, capitelli bizantini incastonati in un bel giardino all’italiana dove si può ammirare anche uno splendido fiore: l’acanto. Fu la passione che l’artista aveva per l’antico a volere l’acanto nel suo giardino.

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Non vedo l’ora di entrare. Quell’ingresso, impreziosito di marmi e pietre pregiati, di sculture e pezzi antichi. Cotto, porfido egiziano, mosaico. Tutto questo mi fa davvero impazzire!

La visita inizia, entriamo in casa e, che dire: straordinario, unico, stupendo.

Quella prima intuizione si avvera: iniziano ad affiorare sensazioni ed emozioni simili a quelle provate in Villa Necchi Campiglio. Questa casa museo è semplicemente un gioiello. Piccolo, raffinato, prezioso.

La sala d’ingresso è detta Sala della Madonna o Sala delle Collezioni (fotografia dal sito www.casamuseopogliaghi.it) per via dell’intenzione di Pogliaghi di esporvi i pezzi più preziosi e rappresentativi della sua collezione. L’allestimento, la scelta dei pezzi, la decorazione pittorica e le stesse vetrine sono state concepite e realizzate da Pogliaghi stesso. La selezione degli oggetti esposti può essere considerata una sorta di campionario non solo delle passioni collezionistiche dell’eclettico artista, ma anche della storia dell’arte e dell’archeologia in generale. Sono infatti presentate opere dei più diversi materiali (terracotta, oro, argento, avorio, porcellana, carta, tessuto prezioso…) e provenienti dai più diversificati contesti storici, artistici e geografici. Tra i pezzi più significativi si segnalano un Cristo in croce dello scultore fiammingo Giambologna, una Madonna col bambino tedesca in legno policromo datata all’inizio del Cinquecento, vetri delle manifatture medicee e veneziane, statue e oggetti votivi orientali.

Sala della Madonna

Non c’è ombra di dubbio: sono innamorata di questo luogo.

Adoro il soffitto e le pareti lignee mischiate alle collezioni antiche, impastate con le decorazioni che testimoniano il modus operandi dell’artista.

Nella seconda sala, una piccola stanza che congiunge l’ingresso con la Biblioteca di Lodovico Pogliaghi, di nuovo quell’affascinante eclettismo: un forziere settecentesco, una Madonna lignea umbra di XIV secolo e un telamone padano di XII secolo.

Entriamo nella Biblioteca (fotografia dal sito www.casamuseopogliaghi.it). Quanto avrei voluto avere in casa una biblioteca così! Originariamente contenente preziosi incunaboli, pergamene, autografi e cinquecentine, oggi la biblioteca di Lodovico Pogliaghi è stata trasferita presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano che ne garantisce la corretta conservazione e accessibilità. La rimozione delle scaffalature, scomparse già dalla prima apertura al pubblico, ha permesso di dare maggiore visibilità alla decorazione progettata e realizzata dallo stesso Pogliaghi. Benché i lavori siano rimasti incompiuti, è chiaro l’intento di rendere l’atmosfera di uno studiolo rinascimentale toscano. La stanza è oggi utilizzata per esporre una parte della produzione di medaglie e placchette commemorative di Pogliaghi. Noto e apprezzato incisore, Pogliaghi ha difatti lavorato a moltissimi soggetti richiesti dalle più diversificate committenze.

La biblioteca ospita inoltre un prezioso tavolo intarsiato d’avorio, uno splendido bozzetto in terracotta della Santa Bibiana (1624-1626) di Gian Lorenzo Bernini e alcuni degli oli su tavola della sua collezione.

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Si prosegue nella Sala Rossa o Salone (fotografie dal sito www.casamuseopogliaghi.it),  che prende il nome dagli splendidi damaschi settecenteschi cremisi che Pogliaghi utilizza come tappezzeria e alla cui sommità colloca un fregio decorativo da lui realizzato con putti alati, dall’effetto fortemente tridimensionale, che reggono ghirlande e tondi figurati. Sempre settecentesche sono le preziose specchiere e i lampadari in vetro di Murano, esemplificativi della grande passione di Pogliaghi per i vetri antichi. Domina la sala un grande vaso cinese tardo Ming incorniciato e sorretto dalla montatura bronzea del Pogliaghi. Dal Salone si accede al piacevolissimo balcone dal quale è possibile godere di un meraviglioso colpo d’occhio sulla vallata e i laghi. Ad incorniciare il balcone due vetrine di ceramiche e porcellane occidentali e orientali. Sono rappresentate molte manifatture italiane (Faenza, Lodi, Bassano del Grappa, Laveno) e straniere (Cina, Giappone, Meissen, Compagnia delle Indie).

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Prima di entrare nell’Atelier rimango rapita dall’Esedra dei Marmi. Entro un esplicito richiamo al Pantheon romano Pogliaghi raduna gran parte della sua collezione antica, tra cui si ammirano esempi di arte egizia, etrusca, greca, romana e rinascimentale. Molti pezzi sono modificati, ricomposti e assemblati dallo stesso artista in pastiche tipici del gusto eclettico ottocentesco.

Uno stuolo di statue e frammenti antichi che mi porta a chiedermi se sto sognando o se questa è davvero la sala di una casa.

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Osservo le collezioni dell’artista. Un patrimonio di oltre 1500 opere tra dipinti, sculture e arti applicate e circa 580 oggetti archeologici che Pogliaghi ha allestito con gusto personale e ottocentesco tendente all’horror vacui. Oggetti che donano alle pareti di questa casa quel profumo antico che si mescola armoniosamente con quel sapore dell’artista, del genio. Quel genio che credi di trovare ancora in casa, intento forse a lavorare allo splendido portale del Duomo.

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Entriamo quindi nel grande studio dell’artista, utilizzato da Pogliaghi e dai suoi aiuti per lavorare alle imponenti commissioni che hanno caratterizzato la sua attività. Qui sono riuniti modellini e riproduzioni eseguite da Pogliaghi stesso delle sue opere più importanti. In particolare si segnalano gli Angeli porta-cero eseguiti per l’altare maggiore della Chiesa Primiziale di Pisa, un bozzetto per la Pietà della Cappella espiatoria di Monza, i Profeti per la Basilica del Santo a Padova, il gruppo della Concordia per l’Altare della Patria di Roma e alcune imposte bronzee per la porta centrale della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Domina la sala la maggiore commissione ricevuta da Pogliaghi che lo assorbirà completamente tra 1894 e 1908: la porta centrale del Duomo di Milano.

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Quando vedo, incorniciato dalla splendida scalinata in marmo di Candoglia, il modello in gesso in scala 1:1 resto letteralmente senza parole.  Una prorompente e scenografica teatralità che quasi mi commuove. Ho sempre spiegato il portale bronzeo del Duomo ma vederne il modello è tutta un’altra storia. Perché questa è come l’anima dell’opera finita.

Le formelle in gesso – dopo aver subito il processo di fusione a cera persa per ottenere l’opera finale in bronzo – sono state assemblate, rilavorate, incerate e in parte colorate dall’artista per ottenere una personale riproduzione dell’opera. Così come il Duomo milanese, la porta è dedicata alla Madonna e propone sul battente di sinistra i misteri dolorosi della storia di Maria e su quello di destra i misteri gaudiosi. I due battenti sono sormontati dall’incoronazione della Madonna assunta in cielo da Cristo, tra angeli e santi.

Durante il mio percorso storico-artistico mi hanno sempre affascinato le fasi di produzione di un’opera d’arte. Perché ti regalano quel sapore artigianale, quotidiano, l’immagine di quell’artista che sta creando la sua opera con le sue mani, le sue idee, il suo cuore.

Se chiudo gli occhi, in questo grande studio posso ancora ascoltare il fermento lavorativo e creativo, gli strumenti del mestiere che creano opere straordinarie, uniche.

Mi volto e cosa vedo?

La Galleria dorata. Legno, tappezzeria, Pantheon, atelier e ora una Galleria Dorata! Si tratta di una sorta di modellino in scala 1:4 di un’importante commissione che Pogliaghi ricevette da oltre i confini nazionali. Si tratta infatti di un progetto in gesso, stucco dorato e specchi del bagno per la reggia del terz’ultimo Scià di Persia da realizzarsi in oro zecchino in dimensioni quattro volte maggiori. Lo Scià per ringraziare Pogliaghi del progetto gli regalò le caleidoscopiche lastre di alabastro che dominano la finestra della stanza e, probabilmente grazie alla sua intercessione, Pogliaghi riuscì ad acquisire nella sua collezione i sue rari sarcofagi egizi datati tra 900 e 700 a.C. che spiccano nell’ambiente.

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Lodovico Pogliaghi, morì nel 1950 nella sua casa al Sacro Monte, e fu tumulato nel cimitero del borgo di Santa Maria del Monte che si fregia della presenza di questa sua splendida casa museo.

Mentre cerco informazioni sul web leggo che la scelta di non predisporre didascalie per le opere e di accompagnare il pubblico con visite guidate incluse nel biglietto rispecchia la volontà di mantenere viva – per quanto possibile – la dimensione quotidiana e domestica della villa, concepita dallo stesso Pogliaghi come luogo abitativo e museale. Una scelta che, da buona guida turistica, non posso fare altro che condividere.

Quando termina la visita guidata la richiesta delle guide è quella di divulgare la conoscenza di questo luogo. Detto, fatto. Perché una promessa all’Arte e alla Bellezza si deve mantenere.

Mentre torno a casa, con il vento che batte sulla giacca della moto, penso a quanto, in fondo, sia stata voluta questa giornata. Penso a quanto è bella la nostra Italia e la mia vena di patriottismo diventa sempre più viva e pulsante.  Sono orgogliosa del nostro bel Paese e sempre più affascinata non solo dalle bellezze e dalla Grande Storia che ha lasciato per la sua gente, ma anche dalle persone, dai geni, dagli artisti, dagli animi che l’hanno attraversata.

Un grande cuore che continua a battere. Unico ed insostituibile.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

SacroMonteDiVarese – SacroMonte

CasaMuseoLodovicoPogliaghi

ParcoRegionaleCampoDeiFiori

CittadellaScienzeNatura

Credits

Sacro Monte di Varese
Casa Museo Lodovico Pogliaghi
Cittadella di Scienze della Natura “Salvatore Furia”
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Cuggiono tra ville, conti, storia e curiosità…

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Ho frequentato la Scuola Media a Cuggiono, un paese distante qualche chilometro da Bernate Ticino. Prima di svoltare a sinistra nella via della scuola, costeggiavo un muro fatto di mattoni e ciottoli del Fiume Ticino, dal quale sbucavano molti alberi.

Una volta, con le amiche di scuola, sono entrata in un grande parco. Uno dei pochi ricordi che conservo di quel momento, oltre alla giornata nuvolosa e ad un tempietto, è la fama degli attenti e ligi guardaparco che gironzolavano in bicicletta, controllando che fosse tutto a posto.

Riguardando delle vecchie foto di famiglia, ritrovo quel tempietto, insieme ad un laghetto e qualche cigno e solo in quel momento capisco che si tratta sempre dello stesso luogo.

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Nel 2010 inizia la mia avventura a Cuggiono ed entro a far parte del Gruppo Guide Culturali Locali di Cuggiono.

Nel 2016 mi ritrovo a partecipare alla 24° Edizione delle Giornate FAI di Primavera e con ben 2500 visitatori si può dire che…abbiamo fatto il botto!

Bene, cosa dite, conosciamo meglio Cuggiono?

Partiamo da quel benedetto parco.
Quel Parco fa parte di un complesso ben più ampio: Villa Annoni.

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Villa Annoni a Cuggiono è un complesso gentilizio, neoclassico settecentesco, con residenza padronale e Parco di 23 ettari, secondo in Lombardia solo a quello di Villa Reale a Monza, considerando quelli cintati. Considerando che il Parco di Monza è il quarto recintato più grande d’Europa, direi che non siamo piazzati male in classifica.

La storia di Villa Annoni iniziò verso la fine del ‘700 quando il conte Gian Pietro Annoni acquistò i primi terreni nel Comune di Cuggiono Maggiore, con il probabile obiettivo di ampliarli attraverso la realizzazione di una grande tenuta agricola, all’interno della quale costruire una villa come dimora di campagna e residenza estiva. Alla morte del conte, nel 1796, fu il figlio Alessandro Annoni a continuare il progetto del padre, proseguendo nella costruzione della villa e del parco all’interno della vasta tenuta agricola paterna. Il progetto di costruzione della villa con il relativo parco fu commissionato e inizialmente progettato dall’architetto Leopoldo Pollack. Direi che un Pollack per Cuggiono non è da poco: costui, infatti, non era altro che l’allievo preferito dell’architetto neoclassico Giuseppe Piermarini il quale gli passò l’incarico, nel 1790, di costruire Villa Reale a Milano.

Il Pollack tuttavia non poté vedere terminato il progetto perché morì improvvisamente nel 1806. Pur con tutto l’impegno messo in campo dal figlio, Giuseppe Pollack, per poter terminare l’opera del padre Leopoldo, il “passaggio di consegne” dei lavori di Villa Annoni fu affidato all’architetto e abate genovese Giuseppe Zanoia che a sua volta lo portò a termine nel 1809.

Il parco venne progettato unitariamente al complesso edilizio e realizzato tra il 1819 e il 1825, anno della morte del Conte Alessandro Annoni.

Saranno la moglie, Leopoldina Cicogna e l’unico figlio del conte, Francesco Annoni, ad occuparsi della gestione del parco. Costui, noto per essere stato molto attivo nel panorama dei moti risorgimentali (partecipò alle Cinque Giornate) si sposò con Chiara Severina Longo in età avanzata (1867) e, d’accordo con la stessa, Francesco ottenne di riconoscere come figlio naturale Aldo Cassia Ferri (1831-1900), che divenne poi Aldo Annoni e a cui passò la proprietà del complesso alla morte del padre Francesco.  Non avendo discendenti diretti da Aldo Annoni, la villa passò ad un suo cugino, Giampietro Cicogna Mozzoni. I Cicogna abitarono saltuariamente la villa fino al 1947 quando la vendettero al Senatore Pietro Bellora, industriale Gallaratese, che fece della villa la sua residenza definitiva.

Nel 1979 il complesso fu acquisito dal Comune di Cuggiono che dal 2007, dopo un importante restauro conservativo dell’immobile e degli affreschi, ha sede in alcune parti ristrutturate del primo piano e di un’ala laterale del Palazzo.

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La villa ripropone l’usuale schema a “U” tipico delle residenze di campagna della nobiltà lombarda, soprattutto tra il XVII e il XIX secolo, con una parte centrale rialzata rispetto alle laterali. Dal cortile d’onore verso strada della Villa, una breve scalinata, due leoni araldici e colonne doriche trabeate immettono nell’ampio vestibolo, in origine spazio aperto, oggi difeso da una pregevole cancellata in ferro battuto.

E’ da precisare che le sale interne al piano terra della villa non sono aperte al pubblico, se non in occasione di eventi e mostre. Quelle al primo piano sono invece occupate, come già indicato, dagli uffici comunali. Per le decorazioni interne di villa Annoni, che riproducono scene mitologiche e motivi decorativi ispirati ai più puri stilemi dell’arte neoclassica, il conte Alessandro Annoni si appellò ad artisti di un certo livello, quali Giuseppe Lavelli, che ricevette anche un elogio per le opere eseguite a Cuggiono dal segretario dell’Accademia di Belle Arti di Brera, Giuseppe Bossi, e Giacomo Cambiasi.

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Il Parco. Il Parco di Villa Annoni è esempio significativo del neoclassicismo nell’arte dei giardini. La sua realizzazione, nell’odierna dimensione, fu sicuramente più tarda (1819-1820) rispetto alla Villa, perché più laboriosa e prolungata nel tempo l’acquisizione dei terreni dalle rispettive proprietà. Probabilmente fu lo stesso Zanoia a disegnare il Parco o darne indicazioni. Però questi morì nel 1817. L’ipotesi è che sia stato l’Annoni a portare a compimento le proposte dell’architetto.

La piantumazione originaria fu alquanto compromessa per lo stanziamento, durato alcuni mesi negli anni 1848-1849, di oltre 300 soldati austriaci con cavalli e carri. Successivamente fu di nuovo piantumato e arricchito con piante esotiche o tipiche delle nostre zone.

E’ doveroso ricordare che il Parco di Villa Annoni è stato oggetto di un importante progetto di recupero elaborato dal Parco Lombardo della Valle del Ticino tra il 1999 ed il 2000, iniziato nel 2002 e completato nel 2003.

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Il Parco ha la classica impostazione del Settecento inglese, in cui il “giardino pittorico” e campi coltivati si integrano in un’unica estetica del paesaggio. A supporto, anche la presenza di elementi architettonici, legati alla caccia (Casa dei daini e Casa dei caprioli) o “di capriccio”: il tempietto ionico, la grotta, il laghetto artificiale, la coffee house.

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Il tempietto ionico, con otto colonne di arenaria poggiate su basamento di granito rosa, chiude il lungo cannocchiale prospettico che si  presenta con una prima immagine straordinaria agli occhi del visitatore. Sul cippo all’interno, il busto in marmo, datato 1827, di Alessandro Annoni, commissionato allo scultore Gaetano Monti dalla moglie Leopoldina Cicogna e dal figlio Francesco, dopo la morte del conte nel 1825.

La coffee house nei pressi del laghetto è un elemento spesso presente nell’arredo dei parchi e giardini storici: una sorta di chalet in mattoni utilizzato come luogo di relax e di svago. Le pareti interne sono decorate a grottesche.

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Oltre al parco romantico all’inglese è presente un giardino all’italiana con una collezione di rose storiche e meli cotogno; il giardino è caratterizzato da disegni geometrici di siepi di bosso, ai cui lati sono stati piantati carpini a protezione delle intemperie.

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La materia vegetale è abbondante, soprattutto nella zona a giardino, in cui si contano più di 160 specie arboree, tra cui alberi e arbusti, spoglianti e sempreverdi. In prevalenza ci sono querce, aceri, robinie e carpini, si segnalano poi degli ailanti, delle ginkgo biloba (i famosi fossili viventi), dei rari meli da fiore (prunus serrulata), degli osmanti e dei lauri portoghesi.

Di tutto questa abbondanza è doveroso ricordare alcuni dei più antichi “colossi” messi a dimora nel parco. Primo fra tutti il Cedro del Libano alto 24 metri e con una circonferenza di 5,50 metri, tutelato come Albero Monumentale; piantato probabilmente nel 1809, vanta più di 200 anni! L’acero Japonicum di Villa Annoni vanta un secolo di vita e pare essere uno dei più antichi piantati in Italia insieme ad un altro suo “fratello” nella Reggia di Caserta.

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L’offerta vegetale si completa con un vigneto tradizionale, uno sperimentale e con un piccolo vigneto da cui annualmente è possibile produrre circa cento bottiglie di un vino locale tipico chiamato “baragiö”.

Adoro camminare in questo parco dove la natura ti stupisce, semplicemente.

Dove tutto si trasforma con il passare delle stagioni e dove la tavolozza di colori che sembra colare sulle piante, sui fiori, sul morbido tappeto verde del prato, sembra avvolgerti in un caloroso abbraccio. Se ascolti bene, in silenzio, puoi sentire il respiro della terra sulla quale è nato questo meraviglioso luogo incantato, ascoltarne la voce, assaporarne il profumo.

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Cuggiono però non è solo Villa Annoni ma anche molto altro.

Dal chiostro della villa si accede ad un altro luogo, il Museo Storico Civico Cuggionese, che occupa il corpo laterale destro della residenza, negli stessi locali che erano un tempo ad uso della servitù. In questo luogo verrete catturati dalle avvincenti ed appassionate spiegazioni degli Amici del Museo che riescono straordinariamente a portarti indietro nel tempo e farti comprendere l’importanza della Storia, quella con la S maiuscola, riconoscerne il vero valore che occupa nella società, nelle tradizioni e nella cultura del nostro tempo. 15 sale per oltre 2.500 oggetti, tutti accuratamente catalogati: un excursus che parte dagli attrezzi da lavoro e continua con documenti e oggetti legati alle guerre, all’importante fenomeno dell’emigrazione, all’attività in campo associativo e non ultime le testimonianze del sorgere e dello svilupparsi delle prime forme di previdenza e assistenza sociale.

Potrete anche ammirare la vera Cucina della Villa, con un curioso e singolare girarrosto a contrappeso, dove si preparavano le pietanze che venivano servite ai conti. Altro pezzo da non perdere: l’Autobotte. Autocarro FIAT 18 BL, tuttora funzionante, costruito nel 1915 dal Comune di Cuggiono, trasformato in autobotte ed aggregato al distaccamento dei Vigili del Fuoco di Milano dove contribuì a spegnere numerosi incendi innescati dai bombardamenti. In Italia di questo modello ne sono rimasti solo tre!

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Dal complesso di Villa Annoni entriamo nel tessuto urbano di Cuggiono e scopriamo la Chiesa di San Giorgio, la Chiesa di San Rocco, gli antichi stemmi delle casate che furono feudatari di Cuggiono: i Piantanida e i Clerici. C’è anche un interessante “percorso” fotografico: lungo le vie del paese, infatti, potrete incontrate alcuni pannelli fotografici, realizzati dal Collettivo Talpa di Cuggiono, che riproducono attraverso l’originale accostamento a colori/bianco-nero una Cuggiono “com’è” e una Cuggiono “com’era” per capire meglio i cambiamenti che hanno interessato il paese e avere l’opportunità di scorgere alcuni monumenti che oggi non esistono più.

In Via San Rocco, 48 troverete una piccola chiesa, oggi sconsacrata, Santa Maria in Braida. Dal 2007 grazie all’Ecoistituto della Valle del Ticino, questo piccolo angolo di storia del paese è tornato a nuova vita, diventando un importante luogo di incontro culturale per i cittadini e le associazioni.

A 2 km circa di distanza da Cuggiono si trova la tranquilla e pittoresca frazione di Castelletto che si specchia nelle morbide acque del Naviglio Grande di cui vi racconterò in un’altra puntata.

Non dimentichiamo…la tradizione.

Sì perché l’aspetto più bello di tutte queste realtà dell’hinterland milanese è proprio la tradizione. Quei momenti in cui le persone si riuniscono per condividere un semplice ma vivo momento di festa, quei momenti in cui, anche se non abiti in quel luogo, lo senti, lo condividi e ti emozioni.

Vediamo allora di fare una breve lista di alcuni degli appuntamenti da non perdere a Cuggiono e Castelletto.

Nel mese di gennaio l’appuntamento è con il tradizionale Falò di Sant’Antonio nella frazione di Castelletto. Ad aprile la Primavera pervade Cuggiono con la Festa di Primavera: bancarelle per le vie del paese, visite guidate nel parco e mostre in Villa. A giugno l’incontro è doppio: nella frazione di Castelletto si svolge il “Camminarmangiando”, passeggiata enogastronomica per le vie del borgo; a Cuggiono arriva la Festa del Solstizio d’Estate con eventi culturali, mercatino e la “Lucciolata”, ovvero la visita nel Parco di Villa Annoni di sera, alla ricerca delle lucciole! A settembre si tiene la “Sagra del Baragioeu” insieme agli Amici del Museo con mostre e degustazioni,  e “Essere Terra. Giornata del Biologico e dell’agricoltura contadina”; a ottobre la Festa “W il Parco” con pranzo e visite guidate. L’anno si chiude a dicembre con la discesa dei Babbi Natale a Castelletto di Cuggiono!

Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Comune di Cuggiono

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Credits

Comune di Cuggiono, Villa Annoni Cuggiono, Cuggiono 2015

Giovanni Visconti (a cura di), Cuggiono la sua storia. Museo Storico Civico Cuggionese e Comune di Cuggiono, Cuggiono, 2009

Per le foto ringrazio: Roberto Oldani, gli Amici del Museo Storico Civico Cuggionese e l’Associazione “La Piarda”.

Villa Necchi Campiglio a Milano

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Tre volte, il numero perfetto.
Tre volte sono stata a Villa Necchi Campiglio.
Perché?
Perché credo sia uno dei luoghi più affascinanti di Milano, un gioiello architettonico forgiato al numero 14 di Via Mozart vicino alla “Cà dell’orèggia” e a Palazzo Invernizzi con i fenicotteri rosa che si affacciano su Via Cappuccini.

Tutte le volte che entro in questa Villa penso: “Quanto sei così maledettamente eclettica, sensuale, unica!”
Portaluppi – che da piccola ho sempre collegato al cognome del mio medico – è in realtà il cognome dell’architetto che l’ha realizzata tra il 1932 e il 1935.
Piero Portaluppi: un grande architetto che ogni volta mi seduce con il suo stile, le sue forme, l’accostamento pazzesco e ricercato dei materiali.
Un uomo che incontro spesso nelle mie recenti visite.
Sorrido e fremo nelle mie esclamazioni di stupore e di incanto ogni volta che cammino nelle stanze di questa Villa. La prima volta credo di essermi quasi messa a piangere dall’emozione nell’ammirare così tanto genio e bellezza.

In realtà tutto inizia dall’ingresso. Non dall’ingresso all’interno della Villa, né dall’ingresso del giardino, né dalla biglietteria.Tutto inizia dall’ingresso. Punto. Un grazioso vialetto vegetale colorato, quasi magico, conduce alla biglietteria, una sorta di piccola serra in ferro battuto vicino alla Portineria progettata da Portaluppi.
Poi si entra nel giardino o parco, chiamatelo come volete, si entra in un luogo magico.

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Calpesto i sassi del vialetto che conduce all’ingresso in villa – adoro il rumore delle scarpe che schiacciano i piccoli sassi bianchi – cammino sotto la chioma di imponenti alberi e assaporo l’aria che mi sfiora il viso: la prima volta una sottile brezza estiva, la seconda volta l’aria di ottobre, la terza volta l’aria fredda dell’inverno.
C’è una piscina, qualche scultura, un maestoso ingresso e gli efficienti volontari FAI che ti accolgono come se fossi…a casa.
Entro e immediatamente mi sento rapita da un luogo davvero straordinario, unico.

Varcata la soglia si entra nella grande Hall, dove l’esigenza di lusso e sontuosità dei committenti trova adeguata risposta soprattutto in due aspetti cardine della Villa: la vastità degli spazi e l’alta qualità dei materiali. La stessa Hall con l’elevata altezza dei soffitti e la generosa estensione delle aperture dà prova di una dimensione architettonica più monumentale che intima.
Bellissimi sono i lastroni in noce del parquet, impreziositi da sottili inserti in palissandro; altrettanto importanti le porte, in radica, come la boiserie e i preziosi copricaloriferi in ottone!
La formazione artistica che c’è in me adora il motivo a greca della balaustra e in generale i richiami alle linee e alle forme geometriche che caratterizzano la casa.

Vicino alla scala l’opera “L’Amante morta” di Arturo Martini (1921) che con delicatezza sembra raccoglierci in silenzio.

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Tutti i dipinti e le sculture esposte in questo piano provengono dalla Collezione Claudia Gian Ferrari, gallerista e storica dell’arte milanese, scomparsa nel 2010, che ha voluto donare al FAI un importante nucleo della raccolta d’arte composta insieme al padre, il gallerista Ettore Gian Ferrari.
Entriamo nella Biblioteca, già di per sé luogo più affascinante di una casa.
Questa è forse la sala che più fedelmente testimonia il gusto e lo stile di Portaluppi.
Qui le librerie assumono una valenza strutturale, fungendo, grazie anche all’impiego di massicce lastre di cristallo, da divisori per un’appartata saletta di conversazione.
Subito rivolgo lo sguardo verso il soffitto, dove si cela la firma dell’architetto: l’intreccio delle costolature introduce nella casa il tipico motivo della losanga, particolarmente cara a Portaluppi, che la propone anche nei più minuti dettagli decorativi dei suoi mobili.

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Stupendo il camino incastonato tra le scaffalature lignee, con le sue linee purissime e il gioco creato dalla bicromia dei marmi: granito nero di Anzola e granito chiaro.
Ma più ancora che alla lettura, la stanza era dedicata a intrattenimenti sociali di natura ludica come dimostra la presenza di due tavoli da gioco, realizzati in legno di mogano.
Inizio a fantasticare sull’atmosfera che avvolgeva questo spazio e di nuovo, come di mia consuetudine, penso alle parole, ai volti, ai pensieri scambiati in questo luogo.

DSC_0839Nella sala successiva, dietro a quella che era una libreria in legno si trova un’ampia cornice a specchio e legno dorato, che deforma le nostre figure.

In questo Salone sono le tracce del secondo architetto della casa, Tomaso Buzzi, che intorno agli anni Cinquanta, asseconda le tendenze di gusto dei Necchi Campiglio e addolcisce le geometrie, privilegiando un arredo antiquariale con abbondante uso di tendaggi e panneggi, realizzati con ricami antichi riportati.

 

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Ecco uno degli ambienti più straordinari della Villa: la Veranda. Sotto i piedi non sento più lo scricchiolare del pavimento in legno ma c’è uno stabile, duro e prezioso pavimento in travertino, marmo verde Roja e marmo verde Patrizia, giocato su un disegno a fasce intrecciate che contribuisce alla geometria della stanza. Nella Veranda sembra di essere in un bosco oppure dentro ad una pietra scintillante verde smeraldo. Quasi interamente proiettata verso l’esterno, la Veranda si apre infatti sul giardino, attraverso le due pareti vetrate, proponendo così in via Mozart il motivo della lunga e ampia finestra orizzontale, per esprimere, nonostante la Villa si trovi in centro a Milano, forme e principi di villeggiatura immerse nelle natura.
Il dettaglio più affascinante è la vetrata: sfruttando la doppia vetrata Portaluppi crea una serra lungo le pareti della stanza, tendendo l’ambiente elegante e avvolto dalla luce e dai colori della natura circostante.
Naturalmente questo tipo di struttura aerea e trasparente offre scarse garanzie in termini di sicurezza, inconveniente cui il genio di Portaluppi rimedia inserendo due massicce grate scorrevoli in alpacca, che grazie alla modernità del disegno e alla ricercatezza del materiale, trasformano un semplice corpo di protezione in un elemento dall’alto valore decorativo.
E ancora…la geometria degli infissi e dei copricaloriferi in ottone, il tavolo in lapislazzuli, la scultura in bronzo di Adolfo Wildt “Il puro folle” (1930).

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Passiamo allo Studio del padrone di casa rivestito da una boiserie in palissandro che nasconde dietro alcune pennellature due grandi armadi per l’archivio professionale di Angelo Campiglio! Notevole la scrivania Impero in mogano, uno scrigno che si apre e si chiude grazie a un complesso meccanismo, inglobando al suo interno non solo il leggio e le ali laterali ma anche la sedia di corredo.

Il Fumoir è la stanza che più di ogni altra ha subito una radicale trasformazione per mano di Tomaso Buzzi: divani con schienale curvilineo, console di richiamo settecentesco e un imponente camino di sapore rinascimentale, conferma la volontà di conferire alla Villa un’aura più solenne e vicina alla tradizione italiana.
Per mia fortuna c’è sempre Portaluppi nelle splendide porte scorrevoli, con motivi a losanghe di specchi e nel soffitto, la cui decorazione esplode nella sala successiva…

Nella Sala da pranzo alzo lo sguardo e rimango a bocca aperta nel vedere il soffitto a stucco punteggiato da piccole stelle che sembra risucchiarmi come in una favola..
Da vero genio Portaluppi riversa nelle sue opere la passione per l’astronomia, appiccicandola nello spazio più consono per una casa: il soffitto.
Stelle e pianeti che forse anticipano il vicino Planetario nei giardini di Porta Venezia, sempre di Portaluppi (1929-30).
Rimango sbalordita quando la guida racconta che le pareti sono rivestite in pergamena!
Resto incantata da tanti altri dettagli, primo fra tutto il centrotavola in lapislazzuli, agata e corallo, opera di Alfredo Ravasco, al quale è stata dedicata una mostra all’interno della Villa.

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Nei due Office di appoggio alla Sala da pranzo ci si rende conto della quantità di lavoro e di passaggi cui venivano sottoposte le portate prima di giungere in tavola dalla cucina posta al piano inferiore, collegata da un montavivande e dalle scale di servizio, sul retro della Villa. Di particolare pregio negli armadi in legno di rovere, il servizio di piatti Richard Ginori decorato su disegni di Portaluppi.

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Dal punto di vista gastronomico vale la pena ricordare la ricca cucina dell’epoca che faceva largo uso di grassi e cacciagione e proponeva: “frittelle di formaggio”, “Stiacciata unta”, “piccioni in agrodolce” e, per dolce, “castagne al caramello”.

Si continua nella Fuciliera, così chiamata per la presenza di un armadio a muro destinato al deposito dei fucili da caccia.

Saliamo al piano superiore e subito mi attira la suggestiva e affascinante Galleria, il cui soffitto voltato è ingentilito da un motivo a rete cordonata e drappeggi, quasi fosse il sipario di un teatro.

Entriamo nella zona notte.
Simmetrici e speculari gli ambienti delle due sorelle Necchi, ognuno formato da camera da letto, spogliatoio e bagno.
I bagni…
Imponenti volumi dalle proporzioni grandiose e soprattutto interamente rivestite di marmo arabescato! Specchi ovunque e le finestre che si trasformano ancora in stelle e oblò, come se fossimo su una nave, nel mezzo dell’oceano, in una notte stellata.
Spazzole e pettine, bottiglie e porta profumi ci riportano infine in un’epoca passata, quando le essenze dovevano obbligatoriamente essere “prodotti nazionali” e gli evocativi nomi alludevano a “Fantasia di stelle” e “Mormorio di bosco”.

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Vogliamo parlare della Camera da letto degli ospiti detta “Camera del Principe”?
Parliamone: una semiparete in marmo nero del Carso, chiusa lateralmente da tende funge da leggero divisorio tra il bagno e lo spogliatoio.
Il principe che abitava in queste stanze era Enrico d’Assia, ospite fisso della famiglia durante i suoi soggiorni milanesi come scenografo della Scala.
Da notare lo splendido armadio in radica a due fronti di Portaluppi e sopra l’opera di Felice Casorati “Monumento ai caduti in corsa” (1948).

C’è anche la Camera da letto “della principessa” Maria Gabriella di Savoia, cara amica di famiglia. La stanza è stata recentemente riservata dal FAI come sede della Collezione di Alighiero ed Emilietta dè Micheli.

A Villa Necchi, non manca la figura della Guardarobiera che, così come d’uso nelle case signorili, era l’unica persona di servizio a condividere il piano padronale. Nulla nella camera a lei riservata fa pensare ad un arredo di seconda scelta: mobili in noce e radica, rivestimenti in seta degli armadi raffiguranti dei velieri, presentano la stessa cura nei dettagli già apprezzati nella Galleria padronale.
Infine il Guardaroba. Ampi armadi che contengono tuttora la biancheria della Villa e le divise del personale di servizio che, oltre alla guardarobiera, era composto da: cameriere, cuoco, maggiordomo e autista, quasi tutti residenti in Via Mozart.
Il custode invece abitava l’edificio della portineria, collegata alla Villa da un corridoio sotterraneo per garantire la privacy dei proprietari.

Quando uscite da Villa Necchi gustatevi dall’esterno il rivestimento in lastre di ceppo, granito e marmo e i raffinati accostamenti di superfici lisce, scabre e opache.
Gustatevi l’equilibrio, la ricerca, la raffinatezza, la passione, il sapore del genio di questo luogo.
Specchiatevi nella piscina, la prima piscina milanese privata e riscaldata, fermatevi a bere un caffè nella semplice e accogliente caffetteria accanto a quello che un tempo era un campo da tennis.

Fermate il tempo e vivete fino in fondo tutto quello che questa Villa vuole trasmettervi.

Ho scritto troppo, lo so…
Quindi, cosa aspettate?
Correte a visitare Villa Necchi Campiglio!

UN PO’ DI … STORIA

La Villa è stata realizzata da Piero Portaluppi tra il 1932 e il 1935 per il nucleo familiare composto da Angelo Campiglio, sua moglie Gigina Necchi e sua cognata Nedda.
Il mondo dei Necchi Campiglio è quello dell’alta borghesia industriale lombarda, classe agiata, ma anche tenace lavoratrice e al passo coi tempi. A loro si deve l’invenzione della celebre macchina da cucire.
A Portaluppi subentrerà Tomaso Buzzi, che, nel secondo dopoguerra, conferirà alle sale un aspetto più classico e tradizionale. La Villa ospita la Collezione Alighiero ed Emilietta de’ Micheli e, al piano terra, la Collezione Claudia Gian Ferrari di opere italiane del XX secolo.
La residenza, donata al FAI dalle due sorelle Gigina e Nedda nel 2001, è divenuta dopo i lavori di restauro e l’apertura al pubblico nel 2008, una casa museo in grado di restituire al pubblico l’opera di Piero Portaluppi che l’ha progettata.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Le guide del FAI, Villa Necchi Campiglio a Milano

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