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Piero Portaluppi

Villa Necchi Campiglio a Milano

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Tre volte, il numero perfetto.
Tre volte sono stata a Villa Necchi Campiglio.
Perché?
Perché credo sia uno dei luoghi più affascinanti di Milano, un gioiello architettonico forgiato al numero 14 di Via Mozart vicino alla “Cà dell’orèggia” e a Palazzo Invernizzi con i fenicotteri rosa che si affacciano su Via Cappuccini.

Tutte le volte che entro in questa Villa penso: “Quanto sei così maledettamente eclettica, sensuale, unica!”
Portaluppi – che da piccola ho sempre collegato al cognome del mio medico – è in realtà il cognome dell’architetto che l’ha realizzata tra il 1932 e il 1935.
Piero Portaluppi: un grande architetto che ogni volta mi seduce con il suo stile, le sue forme, l’accostamento pazzesco e ricercato dei materiali.
Un uomo che incontro spesso nelle mie recenti visite.
Sorrido e fremo nelle mie esclamazioni di stupore e di incanto ogni volta che cammino nelle stanze di questa Villa. La prima volta credo di essermi quasi messa a piangere dall’emozione nell’ammirare così tanto genio e bellezza.

In realtà tutto inizia dall’ingresso. Non dall’ingresso all’interno della Villa, né dall’ingresso del giardino, né dalla biglietteria.Tutto inizia dall’ingresso. Punto. Un grazioso vialetto vegetale colorato, quasi magico, conduce alla biglietteria, una sorta di piccola serra in ferro battuto vicino alla Portineria progettata da Portaluppi.
Poi si entra nel giardino o parco, chiamatelo come volete, si entra in un luogo magico.

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Calpesto i sassi del vialetto che conduce all’ingresso in villa – adoro il rumore delle scarpe che schiacciano i piccoli sassi bianchi – cammino sotto la chioma di imponenti alberi e assaporo l’aria che mi sfiora il viso: la prima volta una sottile brezza estiva, la seconda volta l’aria di ottobre, la terza volta l’aria fredda dell’inverno.
C’è una piscina, qualche scultura, un maestoso ingresso e gli efficienti volontari FAI che ti accolgono come se fossi…a casa.
Entro e immediatamente mi sento rapita da un luogo davvero straordinario, unico.

Varcata la soglia si entra nella grande Hall, dove l’esigenza di lusso e sontuosità dei committenti trova adeguata risposta soprattutto in due aspetti cardine della Villa: la vastità degli spazi e l’alta qualità dei materiali. La stessa Hall con l’elevata altezza dei soffitti e la generosa estensione delle aperture dà prova di una dimensione architettonica più monumentale che intima.
Bellissimi sono i lastroni in noce del parquet, impreziositi da sottili inserti in palissandro; altrettanto importanti le porte, in radica, come la boiserie e i preziosi copricaloriferi in ottone!
La formazione artistica che c’è in me adora il motivo a greca della balaustra e in generale i richiami alle linee e alle forme geometriche che caratterizzano la casa.

Vicino alla scala l’opera “L’Amante morta” di Arturo Martini (1921) che con delicatezza sembra raccoglierci in silenzio.

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Tutti i dipinti e le sculture esposte in questo piano provengono dalla Collezione Claudia Gian Ferrari, gallerista e storica dell’arte milanese, scomparsa nel 2010, che ha voluto donare al FAI un importante nucleo della raccolta d’arte composta insieme al padre, il gallerista Ettore Gian Ferrari.
Entriamo nella Biblioteca, già di per sé luogo più affascinante di una casa.
Questa è forse la sala che più fedelmente testimonia il gusto e lo stile di Portaluppi.
Qui le librerie assumono una valenza strutturale, fungendo, grazie anche all’impiego di massicce lastre di cristallo, da divisori per un’appartata saletta di conversazione.
Subito rivolgo lo sguardo verso il soffitto, dove si cela la firma dell’architetto: l’intreccio delle costolature introduce nella casa il tipico motivo della losanga, particolarmente cara a Portaluppi, che la propone anche nei più minuti dettagli decorativi dei suoi mobili.

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Stupendo il camino incastonato tra le scaffalature lignee, con le sue linee purissime e il gioco creato dalla bicromia dei marmi: granito nero di Anzola e granito chiaro.
Ma più ancora che alla lettura, la stanza era dedicata a intrattenimenti sociali di natura ludica come dimostra la presenza di due tavoli da gioco, realizzati in legno di mogano.
Inizio a fantasticare sull’atmosfera che avvolgeva questo spazio e di nuovo, come di mia consuetudine, penso alle parole, ai volti, ai pensieri scambiati in questo luogo.

DSC_0839Nella sala successiva, dietro a quella che era una libreria in legno si trova un’ampia cornice a specchio e legno dorato, che deforma le nostre figure.

In questo Salone sono le tracce del secondo architetto della casa, Tomaso Buzzi, che intorno agli anni Cinquanta, asseconda le tendenze di gusto dei Necchi Campiglio e addolcisce le geometrie, privilegiando un arredo antiquariale con abbondante uso di tendaggi e panneggi, realizzati con ricami antichi riportati.

 

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Ecco uno degli ambienti più straordinari della Villa: la Veranda. Sotto i piedi non sento più lo scricchiolare del pavimento in legno ma c’è uno stabile, duro e prezioso pavimento in travertino, marmo verde Roja e marmo verde Patrizia, giocato su un disegno a fasce intrecciate che contribuisce alla geometria della stanza. Nella Veranda sembra di essere in un bosco oppure dentro ad una pietra scintillante verde smeraldo. Quasi interamente proiettata verso l’esterno, la Veranda si apre infatti sul giardino, attraverso le due pareti vetrate, proponendo così in via Mozart il motivo della lunga e ampia finestra orizzontale, per esprimere, nonostante la Villa si trovi in centro a Milano, forme e principi di villeggiatura immerse nelle natura.
Il dettaglio più affascinante è la vetrata: sfruttando la doppia vetrata Portaluppi crea una serra lungo le pareti della stanza, tendendo l’ambiente elegante e avvolto dalla luce e dai colori della natura circostante.
Naturalmente questo tipo di struttura aerea e trasparente offre scarse garanzie in termini di sicurezza, inconveniente cui il genio di Portaluppi rimedia inserendo due massicce grate scorrevoli in alpacca, che grazie alla modernità del disegno e alla ricercatezza del materiale, trasformano un semplice corpo di protezione in un elemento dall’alto valore decorativo.
E ancora…la geometria degli infissi e dei copricaloriferi in ottone, il tavolo in lapislazzuli, la scultura in bronzo di Adolfo Wildt “Il puro folle” (1930).

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Passiamo allo Studio del padrone di casa rivestito da una boiserie in palissandro che nasconde dietro alcune pennellature due grandi armadi per l’archivio professionale di Angelo Campiglio! Notevole la scrivania Impero in mogano, uno scrigno che si apre e si chiude grazie a un complesso meccanismo, inglobando al suo interno non solo il leggio e le ali laterali ma anche la sedia di corredo.

Il Fumoir è la stanza che più di ogni altra ha subito una radicale trasformazione per mano di Tomaso Buzzi: divani con schienale curvilineo, console di richiamo settecentesco e un imponente camino di sapore rinascimentale, conferma la volontà di conferire alla Villa un’aura più solenne e vicina alla tradizione italiana.
Per mia fortuna c’è sempre Portaluppi nelle splendide porte scorrevoli, con motivi a losanghe di specchi e nel soffitto, la cui decorazione esplode nella sala successiva…

Nella Sala da pranzo alzo lo sguardo e rimango a bocca aperta nel vedere il soffitto a stucco punteggiato da piccole stelle che sembra risucchiarmi come in una favola..
Da vero genio Portaluppi riversa nelle sue opere la passione per l’astronomia, appiccicandola nello spazio più consono per una casa: il soffitto.
Stelle e pianeti che forse anticipano il vicino Planetario nei giardini di Porta Venezia, sempre di Portaluppi (1929-30).
Rimango sbalordita quando la guida racconta che le pareti sono rivestite in pergamena!
Resto incantata da tanti altri dettagli, primo fra tutto il centrotavola in lapislazzuli, agata e corallo, opera di Alfredo Ravasco, al quale è stata dedicata una mostra all’interno della Villa.

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Nei due Office di appoggio alla Sala da pranzo ci si rende conto della quantità di lavoro e di passaggi cui venivano sottoposte le portate prima di giungere in tavola dalla cucina posta al piano inferiore, collegata da un montavivande e dalle scale di servizio, sul retro della Villa. Di particolare pregio negli armadi in legno di rovere, il servizio di piatti Richard Ginori decorato su disegni di Portaluppi.

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Dal punto di vista gastronomico vale la pena ricordare la ricca cucina dell’epoca che faceva largo uso di grassi e cacciagione e proponeva: “frittelle di formaggio”, “Stiacciata unta”, “piccioni in agrodolce” e, per dolce, “castagne al caramello”.

Si continua nella Fuciliera, così chiamata per la presenza di un armadio a muro destinato al deposito dei fucili da caccia.

Saliamo al piano superiore e subito mi attira la suggestiva e affascinante Galleria, il cui soffitto voltato è ingentilito da un motivo a rete cordonata e drappeggi, quasi fosse il sipario di un teatro.

Entriamo nella zona notte.
Simmetrici e speculari gli ambienti delle due sorelle Necchi, ognuno formato da camera da letto, spogliatoio e bagno.
I bagni…
Imponenti volumi dalle proporzioni grandiose e soprattutto interamente rivestite di marmo arabescato! Specchi ovunque e le finestre che si trasformano ancora in stelle e oblò, come se fossimo su una nave, nel mezzo dell’oceano, in una notte stellata.
Spazzole e pettine, bottiglie e porta profumi ci riportano infine in un’epoca passata, quando le essenze dovevano obbligatoriamente essere “prodotti nazionali” e gli evocativi nomi alludevano a “Fantasia di stelle” e “Mormorio di bosco”.

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Vogliamo parlare della Camera da letto degli ospiti detta “Camera del Principe”?
Parliamone: una semiparete in marmo nero del Carso, chiusa lateralmente da tende funge da leggero divisorio tra il bagno e lo spogliatoio.
Il principe che abitava in queste stanze era Enrico d’Assia, ospite fisso della famiglia durante i suoi soggiorni milanesi come scenografo della Scala.
Da notare lo splendido armadio in radica a due fronti di Portaluppi e sopra l’opera di Felice Casorati “Monumento ai caduti in corsa” (1948).

C’è anche la Camera da letto “della principessa” Maria Gabriella di Savoia, cara amica di famiglia. La stanza è stata recentemente riservata dal FAI come sede della Collezione di Alighiero ed Emilietta dè Micheli.

A Villa Necchi, non manca la figura della Guardarobiera che, così come d’uso nelle case signorili, era l’unica persona di servizio a condividere il piano padronale. Nulla nella camera a lei riservata fa pensare ad un arredo di seconda scelta: mobili in noce e radica, rivestimenti in seta degli armadi raffiguranti dei velieri, presentano la stessa cura nei dettagli già apprezzati nella Galleria padronale.
Infine il Guardaroba. Ampi armadi che contengono tuttora la biancheria della Villa e le divise del personale di servizio che, oltre alla guardarobiera, era composto da: cameriere, cuoco, maggiordomo e autista, quasi tutti residenti in Via Mozart.
Il custode invece abitava l’edificio della portineria, collegata alla Villa da un corridoio sotterraneo per garantire la privacy dei proprietari.

Quando uscite da Villa Necchi gustatevi dall’esterno il rivestimento in lastre di ceppo, granito e marmo e i raffinati accostamenti di superfici lisce, scabre e opache.
Gustatevi l’equilibrio, la ricerca, la raffinatezza, la passione, il sapore del genio di questo luogo.
Specchiatevi nella piscina, la prima piscina milanese privata e riscaldata, fermatevi a bere un caffè nella semplice e accogliente caffetteria accanto a quello che un tempo era un campo da tennis.

Fermate il tempo e vivete fino in fondo tutto quello che questa Villa vuole trasmettervi.

Ho scritto troppo, lo so…
Quindi, cosa aspettate?
Correte a visitare Villa Necchi Campiglio!

UN PO’ DI … STORIA

La Villa è stata realizzata da Piero Portaluppi tra il 1932 e il 1935 per il nucleo familiare composto da Angelo Campiglio, sua moglie Gigina Necchi e sua cognata Nedda.
Il mondo dei Necchi Campiglio è quello dell’alta borghesia industriale lombarda, classe agiata, ma anche tenace lavoratrice e al passo coi tempi. A loro si deve l’invenzione della celebre macchina da cucire.
A Portaluppi subentrerà Tomaso Buzzi, che, nel secondo dopoguerra, conferirà alle sale un aspetto più classico e tradizionale. La Villa ospita la Collezione Alighiero ed Emilietta de’ Micheli e, al piano terra, la Collezione Claudia Gian Ferrari di opere italiane del XX secolo.
La residenza, donata al FAI dalle due sorelle Gigina e Nedda nel 2001, è divenuta dopo i lavori di restauro e l’apertura al pubblico nel 2008, una casa museo in grado di restituire al pubblico l’opera di Piero Portaluppi che l’ha progettata.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

FaiVillaNecchi

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Credits

Le guide del FAI, Villa Necchi Campiglio a Milano

Passeggiate ossolane

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Non è semplice descrivere situazioni già vissute.

Semplicemente perché l’espressione delle nostre emozioni è istantanea, effimera.

Ripercorrere con la mente quelle emozioni non è mai lo stesso di quando le hai appena sentite.

Tuttavia, l’intreccio magico che si snoda non-a-caso tra le mie storie, mi ha stimolato nella stesura di un nuovo racconto, questa volta ambientato nella natura. Quella natura di cui, ad un certo punto, abbiamo bisogno: i colori, il silenzio, i profumi, la sua essenza.

Sentire l’essenza di ciò che ci sta intorno: questa è la forza della natura.

Tutto si ferma, “non si muove un filo d’aria” e all’improvviso sentiamo come l’esigenza di morderla, afferrarla, nasconderla dentro le tasche dei pantaloni e portarla sempre con noi.

Questa estate ho sentito forte tale esigenza. Scappare dal caldo, che mi faceva girare la testa, spogliare la mente dai mille pensieri e perdermi.

Il mattino di quel lunedì la pioggia scaricava ampolle d’acqua gonfie e pesanti. Il tempo non era dei migliori per una gita in montagna ma credo che quel lunedì la mia determinazione, insieme a quella di Cinzia e Antonietta, abbia incontrato la forza della natura.

Così Lei ci ha risucchiato in un desiderio irrefrenabile di viverla comunque, in qualsiasi condizione e a qualsiasi prezzo.

Arrivate a destinazione, candidi raggi di sole, un’aria vivida e fresca hanno subito gonfiato i nostri polmoni assetati.

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Dopo una breve sosta alle Fonti di Baceno per una vera ricarica d’acqua in pieno stile “into the wild” ci rechiamo verso gli Orridi di Uriezzo.

Uriezzo è una frazione di Premia, in Valle Antigorio.

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Gli Orridi sono ombrose incisioni nella roccia scavate dall’antico sistema di torrenti che scorrevano sul fondo del ghiacciaio del Toce che percorreva in passato la valle. Con il ritiro dei ghiacciai, l’andamento della locale rete idrografica si è sensibilmente modificato: la peculiarità degli Orridi di Uriezzo consiste proprio nel fatto che il torrente che li ha modellati ora non percorre più queste strette incisioni, pertanto è possibile camminare agevolmente all’interno di esse. Gli Orridi sono contraddistinti da una serie di grandi cavità subcircolari separate da stretti e tortuosi cunicoli. Le pareti sono tutte scolpite da nicchie, volute, scanalature prodotte dal moto vorticoso e violento di cascate d’acqua e in certi punti si avvicinano tanto che dal fondo non permettono la vista del cielo. Il fondo roccioso non è visibile, perché mascherato da materiale alluvionale e da uno strato di terriccio.

Gli Orridi costituiscono un ecosistema complesso: costanti condizioni di elevata umidità, scarsa illuminazione, pareti lisce e levigate, determinano difficili condizioni ambientali, a cui si adattano, in campo vegetale soprattutto muschi e felci, presenti in una grande varietà specie.

Gli Orridi visitabili sono tre, denominati Orrido Sud (il più spettacolare, chiamato dagli abitanti del luogo “Tomba d’Uriezzo”, lungo circa 200 metri e profondo da 20 a 30 metri), Orrido Nord-Est (lungo circa 100 metri e profondo una decina, molto stretto in alcuni punti) e Orrido Ovest (meno caratteristico, formato da due tratti distinti). Un quarto orrido, che prende il nome di Vallaccia, si trova poco sotto la Chiesa di Baceno ma è difficilmente accessibile e termina con un salto sul torrente Devero.

Visitiamo i primi due.

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Ricordo quelle pareti che trasudavano d’acqua, i loro imponenti e sinuosi volumi che si chiudevano sopra le nostre teste, come se da un momento all’altro volessero inghiottirci.

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Ricordo il verde del muschio che ho tanto catturato con la macchina fotografica.

Finalmente posso fermare questa immagine, quella del muschio intendo, che io adoro tanto.

Ricordo sempre con affetto quando, da piccola, durante una gita scolastica al Parco del Ticino, tolsi le scarpe per camminare a piedi nudi su un vero tappeto di muschio. Se chiudo gli occhi, riesco ancora ad avvertire quella sensazione di benessere che provai sentendo la mia pelle nuda a contatto con una superficie morbida, umida, accogliente.

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All’uscita dell’Orrido Sud proseguiamo fino al ponte di Maiesso per ammirare le caratteristiche Marmitte dei Giganti lungo il corso del Toce. Si tratta di impressionanti cavità emisferiche o cilindriche scavate nella roccia dalla violenza delle acque di fusione del ghiacciaio.

Un nome tra mito e realtà che ben restituisce, nella potenza con cui l’acqua attacca la roccia, la forza della natura.

Decidiamo di sederci vicino a questo meraviglioso spettacolo per una breve pausa pranzo, di quelle che piacciono a me. Quando ti siedi su un sasso, senza una tavola, quando le mani sporche di terra toccano il cibo, quando ti abbandoni e ti rilassi completamente nei discorsi più vari e disparati.

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Riprendiamo a camminare ed eccole comparire “Le grandi cattedrali dell’energia”, così come le ha definite l’architetto futurista Antonio Sant’Elia.

Torri a pagoda o neomedievali, finestre esagonali, trapezoidali, bifore…La fantasia dell’architetto Piero Portaluppi si è scatenata nella progettazione delle centrali elettriche dell’Ossola. Da una parte segno del prestigio del committente, la Società Elettrica Conti, dall’altra espressioni dello stile eclettico déco del primo Dopoguerra.

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Ammiriamo la Centrale di Verampio e, riguardando le foto, che nome si staglia sul muro della stessa? Ettore Conti. Lo stesso che poco fa ho immaginato seduto nella sua calda poltrona a Milano. Adoro questi viaggi mentali.

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Terminiamo la nostra giornata con la visita alla Cascata del Toce, chiamata anche “La Frua”, che forma un salto di circa 143 metri di altezza.

Ci rigeneriamo alle Terme di Premia e a Cravegna (frazione di Crodo) ci fermiamo per una rustica cena alla festa del paese. Qui incontro gli amici dell’Unione Sportiva, un bel gruppo che qualche tempo fa ho accompagnato alla scoperta del mio caro Naviglio Grande.

Una giornata lenta, tranquilla, morbida. Una giornata che, forse, riesco a rivivere nei fugaci momenti che in questi giorni dedico ai colori dell’autunno.

No, mi sbaglio. Se rifletto bene, una cosa è ammirare la natura, un’altra è viverla.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

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Credits

Comunità Montana delle Valli dell’Ossola – Google

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