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ARTE IN CASA ~ Sa védum a l’Ortiga

Murale “Agli Orti dell’Ortica”. Foto di Andrea Cherchi

“Dòpo el pont che va giò a l’Ortiga, dove ona volta gh’era on quaj praa, coi sò pegor gh’era la Rita a faj pascolà. La Rita de l’Ortiga di Nanni Svampa

Ascolta qui 👉🏻 La Rita de l’Ortiga di Nanni Svampa

Cari Amici,
vi ho già accompagnato nell’orto di mio nonno nell’articolo ORTO&ARTE.
Prima di accompagnarvi per le strade di Milano, per il tredicesimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero parlarvi di quella che era la terra degli orti milanese, il Quartier de l’Ortiga, nella periferia est della città, al confine con Lambrate.
E’ il 1696 e per la prima volta la parola Ortica compare per indicare il nome di una celebre osteria con cascina che si trova ancora oggi nella via omonima.
Quel nome finì per identificare tutto il quartiere. Per sempre.
Non solo. Ortica deriva non dalla pungente pianta che tutti conosciamo bensì da orto, ortaglia, luogo adatto alle coltivazioni in quanto irrigabile dal fiume Lambro.
Nelle cronache, infatti, l’Ortica viene sempre dipinto come un luogo di terreni fertili, ancora presenti agli inizi del Novecento.

Nella seconda metà dell’Ottocento i campi coltivati cedettero il posto alla strada ferrata ferdinandea, inaugurata nel 1846, alla stazione intermediaria tra Milano e Monza (dismessa nel 1931) e alle industrie, quella ceramica della Richard-Ginori e quella metalmeccanica della Fratelli Innocenti.
Quest’ultima, aperta nel 1933, fu attiva soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale con il suo brevetto del Tubo Innocenti, ovvero gli snodi per impalcature, utili all’epoca della guerra per gli interventi di ingegneria “di pronto soccorso” e ancora oggi comunemente utilizzati.
Doveroso ricordare che dalla Fratelli Innocenti nacque la grande concorrente della Vespa, la Lambretta, così chiamata da Daniele Oppi poiché prodotta nelle vicinanze del fiume Lambro.

Oltre alla storia dell’Ortiga, uno degli aspetti che letteralmente adoro di questo quartiere è quello di poter camminare tra le strade di un vero e proprio museo permanente a cielo aperto, un luogo dove poter dire, semplicemente, che “qui la storia la conoscono i muri”.
Sto parlando del progetto ORME, (Ortica Memoria): a partire dal 2015, in occasione del 70° anniversario della Liberazione, il quartiere viene ricoperto con murales che raccontano la sua storia e quella della città nel corso del Novecento.
Il progetto è capeggiato da Wally e Alita, due street artists italiani che si nascondono sotto lo pseudonimo di Ortiocanoodles e che hanno fatto capolino nelle strade delle principali città europee nel 2004, prima con operazioni di stickering e incollando manifesti, poi con creazioni basate su un codice pop incentrato sull’uso della tecnica dello stencil.

Tra i murales dell’Ortiga campeggiano i volti di Alda Merini, Liliana Segre, quelli di coloro che hanno cantato l’Ortica, e alcuni l’hanno anche vissuta, come Ornella Vanoni, Enzo Jannacci, Dario Fo, Ivan Della Mea, Giorgio Strehler, Giorgio Gaber e Nanni Svampa.
Un meraviglioso graffito dedicato agli Orti dell’Ortica, per ricordare con fiori e colori il passato agricolo del piccolo borgo.
E tanti altri ancora …
Un murales non inaugurato a causa del lockdown.
Uno appena iniziato e quasi terminato dedicato al noster Domm.

Guarda il video 👉🏻 “Un assaggio di Ortica” 

Vi ho già raccontato troppo … sa védum a l’Ortiga per una visita guidata!

Presto vi aggiornerò sulle prossime visite guidate!
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Foto di Andrea Cherchi

Credits
Or.Me Ortica Memoria

Cucina piemontese ~ I “plin”

Cari Amici,
avete mai sentito parlare del plin?
In dialetto piemontese significa “pizzicotto” e non può che riferirsi al magistrale gesto di pizzicare la pasta per racchiudere il ripieno di carni e verdure in minuscole tasche di sfoglia all’uovo.
Ecco confezionati a mano gli agnolotti del plin, originari delle Langhe e della zona del Monferrato, chiamati anche pessià, i pizzicati.
Per esaltarne il puro sapore e conservarne la morbidezza i veri puristi langaroli usano servirli, come nei tempi passati, adagiati su canovacci di canapa, in dialetto curdunà, senza alcun condimento.

L’origine del termine agnolotto sembra invece derivare dal torinese anulòt, il ferro utilizzato una volta per tagliarli a forma di anello; l’originaria forma rotonda fu poi mutata in un grosso e gobbuto agnolotto quadrato, chiamato affettuosamente il gheub, il gobbo.
Il nome del cuoco autore degli agnolotti è avvolto da un velo leggendario. Pare che nel 1814 un libro intitolato La nuovissima cucina economica fu il primo a riportare la ricetta degli agnellotti alla piemontese.
Autore del libro un cuoco che viaggiò in Europa per raffinare la sua arte.
Il suo nome? Vincenzo Agnoletti.

Un caro saluto 🤗
elysArte

 

Credits
Ricerca sull’enogastronomia piemontese svolta dagli allievi del Ciofs Novara a.a 2019/2020

Alpinia, il secondo giardino alpino italiano

In un giardino alpino ogni filo d’erba ha la sua storia da raccontare.

Cari Amici,
è il secondo giardino alpino istituito in Italia, dopo quello di Chanousia sul colle del Piccolo San Bernardo. Si trova a 800 metri di altitudine, sulle pendici del Mottarone, nella graziosa frazione Alpino di Stresa.
Sto parlando del Giardino Botanico Alpinia.

Una sola panchina di legno grezzo, su un dosso a 800 metri d’altitudine, prospiciente il gran quadro del bacino centrale del Lago Maggiore, era quanto di turistico esisteva in posto; vi si giungeva per mezzo di uno stretto sentiero tra ginestre e felci. Quello era il “belvedere” e si sapeva che da quel posto, nel gran silenzio dell’isolamento dal resto del mondo, la vista poteva spaziare su laghi e monti fino a più di centocinquanta chilometri di lontananza.

Queste sono le parole di Iginio Ambrosini che insieme a Giuseppe Bossi lo istituì nel 1934.
Fondato in epoca fascista il giardino fu inaugurato con il nome di Duxia.


Il Giardino Botanico Alpinia rappresenta un luogo di notevole interesse naturalistico per la sua vasta e variegata raccolta di specie botaniche autoctone che crescono spontanee sui pendii del Mottarone, di specie provenienti dal piano alpino e subalpino, dal Caucaso, dalla Cina e dal Giappone.
Sono più di mille, infatti, le specie di piante che si espandono su un’area che dai 12.000 mq degli esordi si estende ora su 40.000 mq, regalando scorci che nella loro semplicità regalano una genuina sensazione di pace, ordine, tranquillità.
All’interno è inoltre presente una rinomata fonte d’acqua oligominerale dedicata al naturalista Marco de Marchi, fondatore dell’Istituto Idrobiologico di Pallanza.

Punto forte dell’area è l’eccezionale panorama visibile dal Belvedere, una vista unica che spazia dal Golfo Borromeo alla catena delle Alpi Svizzere.
Grazie a questa pregiata posizione Alpino divenne, fin dalla metà del XIX secolo, meta turistica per molti aristocratici europei e per artisti che qui trovarono l’ispirazione per le loro opere. Pittori della scuola lombarda e noti musicisti, affascinati dal luogo, vi costruirono splendide dimore; nacquero cosi Villa Pica-Alfieri, Villa Rebora Pimpinelli, Villa dell’Orto e Villa Anfossi. In quest’ultima è conservata un’epigrafe latina di Achille Ratti, futuro Papa Pio XI, dedicata all’Alpino: Qui tutto è musica, e il compito del maestro è quello di tradurre in note la voce superba della natura.

Henry Correvon, fondatore nel 1889 del Giardino alpino La Linnea in Svizzera, in una conferenza tenuta a Milano nel 1934 dichiarò: Ho visto dove Duxia nasce, ho visto molti bei luoghi d’Europa e d’America, dichiaro che il belvedere dell’Alpino è il più bello del mondo. Mi hanno detto che esagero, nego l’esagerazione.

Cosa state aspettando? Sedetevi qui e esagerate anche voi!

Lo sapevate che ..?
Oltre al Giardino Botanico Alpinia, l’agronomo Iginio Ambrosini fondò nel 1939 il Museo dell’Ombrello e del Parasole della vicina Gignese. Il Museo accoglie circa 1500 pezzi tra impugnature, bastoni, ombrelli e parasole e racconta l’evoluzione delle mode che hanno influenzato dall’Ottocento a oggi lo stile di questi accessori.
Comprende anche pezzi storici, ombrelli appartenuti a pittori, cardinali, nonché il parasole della Regina Margherita, la cui famiglia era solita villeggiare a Stresa. Nel settore del Museo dedicato alla vita degli Ombrellai è possibile ammirare i rudimentali attrezzi delle antiche botteghe, in un viaggio di memorie attraverso i volti, gli strumenti, i luoghi di lavoro che hanno caratterizzato la produzione di ombrelli. Un itinerario storico ricco di immagini, di testimonianze e curiosità di un lavoro antico che gli ombrellai nati nel Vergante hanno saputo far conoscere ed apprezzare in tutto il mondo.

 

Per saperne di più
http://www.giardinobotanicoalpinia.altervista.org
http://www.museodellombrello.org

L’Oasi Zegna e la Conca dei rododendri

Cari Amici,
lentamente possiamo iniziare ad uscire dalle nostre case e cercare luoghi in grado di raccontarci qualcosa di semplice: la serenità.
Potremmo chiamare questi luoghi affettuosamente oasi.
Piemontese d’adozione, non posso non parlarvi di un luogo che porta proprio questo nome.
Un luogo che, proprio in questi giorni, ho desiderato mostrare a mia figlia di appena un anno.

Sto parlando dell’Oasi Zegna, in provincia di Biella.
Le sue radici sono strettamente legate alla personalità di Ermenegildo Zegna.

I concittadini di Trivero erano indecisi se annoverare Ermenegildo Zegna tra i folli o i sognatori; concordi, comunque, nel pensare che non appartenesse alla categoria delle persone con i piedi per terra. In effetti, però, i piedi di Ermenegildo Zegna erano più radicati a terra di quanto i buoni abitanti di Trivero fossero disposti a credere. (Aldo Zegna). 

Ultimogenito di dieci figli, Ermenegildo nacque nel 1892.
Fu lui a prendere le redini del lanificio aperto dal padre Angelo Zegna, di professione orologiaio, fondando nel 1910, a soli 18 anni, il Lanificio Zegna, a Trivero, nelle Alpi biellesi.
La grande capacità commerciale di Ermenegildo non si limitò tuttavia al settore tessile.
L’imprenditore capì che la bellezza dell’ambiente naturale e il benessere delle persone che lo abitano erano indispensabili per un’azienda che aspirasse a durare nel tempo.
Per questo motivo negli anni ’30 fece costruire, oltre alle case per i dipendenti dell’azienda, una sala convegni, una biblioteca, una palestra, un cinema/teatro, una piscina pubblica, un centro medico e una scuola materna per i suoi concittadini.
Per questo motivo e per amore della natura e delle sue origini, egli decise di far vivere la montagna sopra Trivero, creando, a partire dal 1938, una fra le primissime strade costruite per fini turistici: la Panoramica Zegna.
Il tracciato di questa strada fu il primo precoce tassello di un grande, rivoluzionario progetto di valorizzazione del territorio e salvaguardia ambientale che portò nel 1993 alla creazione dell’Oasi Zegna. Un progetto che fin dalle sue origini non stravolse l’ambiente circostante ma ne rafforzò le difese idrogeologiche con la piantumazione di oltre 500.000 tra conifere, rododendri e ortensie.
Da non perdere all’interno dell’Oasi è la Conca dei rododendri che tra i mesi di maggio e giugno si trasforma in un morbido tappeto fiorito macchiato da colori di straordinaria bellezza.
Così bello da guadagnarsi il titolo di fioritura più bella d’Italia. Questo scenografico giardino fu realizzato negli anni ’50 in prossimità del Lanificio Ermenegildo Zegna. Dopo l’intervento dell’illustre architetto paesaggista Pietro Porcinai alla fine degli anni ’60 è stato recentemente ampliato da Paolo Pejrone.
Le piante sono disposte con cura nella conca, secondo la dimensione e le diverse tonalità, seguendo un disegno armonico che si inserisce perfettamente nel paesaggio circostante.

Voi non dovete fare altro che camminare dentro questo tappeto fiorito, lasciarvi cullare dai suoi colori e godervi un po’ di … serenità.
Fatelo per voi stessi.

Curiosità lungo la Strada Panoramica Zegna

Valle Cervo
Affacciata sul torrente omonimo, sul suo territorio sono visibili diverse formazioni rocciose come i graniti e la sienite della Balma, utilizzata come materiale da costruzione e impiegata anche per opere illustri, come il basamento della Statua della Libertà a New York.
Domina la valle il Santuario di San Giovanni, l’unico in Italia dedicato a S. Giovanni Battista.

Bielmonte
E’ il punto più alto raggiunto dalla Strada Panoramica. Dopo aver ricavato un ampio piazzale panoramico, Ermenegildo Zegna realizzò il primo impianto sciistico: la seggiovia del Monte Marca, costruita nel 1956 e messa in funzione nel gennaio dell’anno seguente. A monoposto, è ancora funzionante e sale all’omonimo rifugio a 1620 metri di quota

Bocchetto Luvera
Il nome è rimasto a significare la presenza delle “luere”, trappole per lupi. Meno di 100 anni fa erano presenti in Alta Valsessera ma non hanno retto alla caccia spietata dell’uomo.

Per maggiori informazioni e saperne di più …

http://www.oasizegna.com/it/luoghi/panoramica-zegna-10-tappe_7704.html

Credits 
http://www.zegnagroup.com
http://www.oasizegna.com

ARTE IN CASA ~ Naumachie e l’Inter all’Arena di Milano

Spettacolo nautico e pirotecnico nell’anfiteatro dell’Arena, post 2 agosto 1863, albumina, Milano, Civico Archivio Fotografico

Cari Amici,
tra i tanti libri che mia figlia adora togliere dalla libreria di casa ce n’è uno che, in particolare, ha attirato la mia attenzione e mi ha offerto lo stimolo per questo dodicesimo appuntamento di ARTE IN CASA.
Si tratta del catalogo della mostra Milano città d’acqua allestita tra il 2015 e il 2016 a Palazzo Morando a Milano.
Una mostra fotografica meravigliosa che ricordo molto bene soprattutto perché tra gli scatti esposti compariva una vecchia foto del ponte di Bernate Ticino, il paese che, anche se da qualche anno mi sono trasferita oltre il Ticino, resta nel cuore casa mia.

Tutti conosciamo Milano come una città d’acqua ma sappiamo davvero tutto dell’acqua di Milano? Avete mai sentito parlare di naumachie?
Si trattava di uno spettacolo in voga nell’antica Roma che consisteva nella simulazione di un combattimento navale. Le naumachie erano organizzate in bacini naturali o artificiali o in edifici appositamente predisposti, come anfiteatri e circhi.

Lo sapevate che le naumachie nel XIX secolo si svolgevano anche a Milano?
Dove? All’Arena, ubicata all’interno del recinto del Parco Sempione.
Nata con il nome di anfiteatro, divenne Arena Civica nel 1870 dopo che il Comune di Milano acquisì la struttura e infine nel 2002 intitolata a Gianni Brera, giornalista sportivo e scrittore.

Costruita a partire dal 1805 con le pietre provenienti dalla demolizione delle fortificazioni del Castello Sforzesco, l’Arena fu progettata dell’architetto Luigi Canonica, terminata e inaugurata due anni più tardi, nel 1807.
Le cronache riportano che il giorno dell’inaugurazione fossero presenti nell’Anfiteatro più di 35.000 persone. Tra loro, se diamo retta a una stampa dell’epoca, era presente Napoleone, il promotore del progetto.
Da subito divenne luogo prescelto per intrattenimenti pubblici e spettacoli di vario genere.
Prime fra tutte ad attirare l’attenzione della popolazione cittadina furono le ascensioni con i palloni aerostatici che riscuotevano enorme successo.
Ma non mancavano le serate danzanti sul ghiaccio, divertimento invernale prediletto dagli Austriaci.
Un altro genere di divertimenti era rappresentato da giochi equestri, dagli spettacoli di fuochi artificiali e dalle corse dei cavalli berberi.
Quest’ultima specialità fu fonte di scandalo allorquando degenerò in seguito alla fuga dei cavalli che, lanciati a tutta velocità attraverso la porta maggiore, si sparpagliavano nelle arterie cittadine portando enorme scompiglio tra la folla che in quel momento assisteva alla solenne processione.
Un altro episodio legato alla storia dell’Arena restò a lungo impresso nella memoria dei Milanesi: “Al primo di agosto 1830 comparve nelle acque dell’anfiteatro anche la balena, attraversando il recinto con l’andamento naturale, aprendo l’immensa bocca col maneggio della lingua, e girando gli occhi”. Era stata costruita in legno, tela e latta e suscitò la più viva ammirazione.

Ciò che più di ogni altro contribuì a caratterizzare la vita dell’anfiteatro nel corso dell’Ottocento furono le battaglie navali. Secondo un anonimo cronista dell’epoca “osservare l’arena allagata, quelle vaghe navicelle che lievemente solcano le acque tranquille di quel bacino tutto adorno all’ingiro di ghirlande di fiori, di emblemi, di bandiere, e di un vago tempietto nel mezzo” rappresentava davvero uno spettacolo unico e grandioso.

Durante la stagione invernale, quando le temperature e l’acqua ghiacciata impedivano questo genere di spettacoli, alle Naumachie e ai fuochi si sostituivano le feste sul ghiaccio, di cui le cronache dell’epoca magnificavano quella del 1880.

Finita l’epoca della Belle époque, l’Arena diventò un vivace centro della socialità cittadina, divenendo teatro di importanti manifestazioni ciclistiche – prima della costruzione del Vigorelli – spettacoli ginnici e gare sul campionato di calcio prima che venisse costruito lo stadio di S. Siro.
L’Inter, infatti, che si esibiva nel suo campetto di Via Goldoni, per le partite importanti si trasferiva nell’Arena napoleonica. L’Arena fu per quasi 20 anni la casa dei nerazzurri: qui si sono vinti i primi Scudetti e Coppe Italia, e questo non può che essere motivo di vanto e orgoglio per la Società meneghina. Forse non tutti sanno che Giuseppe Meazza ha segnato all’Arena oltre la metà dei suoi 282 gol totali in maglia nerazzurra. E forse non tutti si ricordano i successi nerazzurri su questo campo, tra cui la prima vittoria in Campionato, il primo Scudetto e la prima Coppa Italia. Il primo scudetto della storia interista (1909/10) è legato a doppio filo all’Arena Civica, e non solo: contro la Juventus il 28 novembre 1909 viene consegnata alla storia la prima vittoria in assoluto in campionato dell’Inter.

Nel 1909 l’anfiteatro accolse l’ultima tappa del primo giro d’Italia e un anno più tardi ospitò la prima partita della nazionale azzurra di calcio, un memorabile 6-2 inflitto ai cugini transalpini.

Per concludere una curiosità: nel 1891 l’Arena allagata fu teatro delle prime regate agonistiche della Canottieri Milano, società nata da appena un anno e destinata a segnare la storia sportiva e sociale della città.

Al prossimo appuntamento!
Un caro saluto
elysArte

Credits
Stefano Galli, Catalogo della mostra “Milano città d’acqua”, 2015
http://www.inter.it

La Walk of Fame meneghina

Immagina tratta da mitomorrow

Cari Amici,
in questi giorni cammino per le vie del mio quartiere in città.
La camminata parte ogni giorno lungo una strada sulla quale si affaccia un’edicola.
Guardando l’edicola, ogni volta ricordo quando in panetteria dai nonni arrivava (brevi mano da sciura Maria Rosa) il TV Sorrisi e Canzoni.

Bene, a tal proposito, vi racconto una curiosità.

Al numero 21 di Largo Corsia dei Servi a Milano si trova la Walk of Fame della città.
Inaugurato nel 1992 da Lorella Cuccarini e Marco Columbro, il marciapiede delle stelle porta le impronte di personaggi famosi del cinema e dello spettacolo impresse nel cemento.
Da Sharon Stone a Patrick Swayze, da Sandra e Raimondo a Francis e Sofia Coppola. Dalle manine di Angela Lansbury a quelle più importanti di Pippo Baudo. E ancora Sophia Loren, Michael Douglas, Sharon Stone, Arnold Schwarzenegger.
Il luogo scelto non è casuale: nelle vicinanze, infatti, precisamente in Corso Europa 5 sorgeva la sede di TV Sorrisi e Canzoni, la rivista che ha dato vita alla notte dei Telegatti.
Ed era proprio in occasione della kermesse che, alle star nazionali e internazionali presenti, veniva chiesto di lasciare la propria traccia in città.

Buona giornata!
elysArte

ARTE IN CASA ~ Il villaggio dei giornalisti

Mario Cavallè, casa a fungo, 1946

Cari Amici,
da piccola mi chiedevo come sarebbe stato vivere nella casa di un puffo.
Sì, ricordate i puffi? Quelle buffe creature blu con le loro case a forma di fungo?
Bene, avreste mai pensato che, nel vasto mondo della storia dell’architettura, c’è stato qualcuno che ha progettato case a forma di fungo?
Ebbene sì, tutto è possibile.

Per l’undicesimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero farvi conoscere un quartiere di Milano famoso per le sue case a forma di fungo e non solo.
Sto parlando del Villaggio dei giornalisti.

Ci troviamo nella zona nord-orientale della città, nel quartiere della Maggiolina, poco oltre la Stazione Centrale, quartiere che nel corso del Novecento fu investito da interessanti ed originali progetti architettonici.
Nel 1911 l’avvocato Mario Cerati, redattore del quotidiano milanese Il secolo, scrisse un articolo nel quale denunciò come l’attenzione del governo fosse concentrata solo sull’urbanistica popolare, mentre scarseggiavano i quartieri della piccola e media borghesia.
Promosse così la “costituzione di una società cooperativa per l’acquisto di terreni nel Comune Milano o nelle sue immediate vicinanze per costruirvi fabbricati ad uso di abitazione dei suoi soci”.
L’iniziativa ebbe un forte successo: venne costituita la società “Quartiere Giardino Mirabello”, dal nome della villa quattrocentesca, ancora oggi ben conservata, vicino alla quale iniziarono le prime operazioni.
I terreni acquistati furono identificati nelle immediate vicinanze, ma tutti fuori da Milano, in località Greco Milanese, paese adiacente alla grande città che venne aggregato al Comune di Milano nel 1923.
Considerando che il primo nucleo di aderenti all’iniziativa furono pubblicisti, si diede al quartiere il nome di “Villaggio dei Giornalisti” che fu progettato dell’ingegnere Evaristo Stefini.

Nel quartiere si esibì l’estro creativo dell’ingegnere Mario Cavallè che realizzò nel 1946 le celebri case a igloo, chiamate anche case zucca e le singolari case a fungo.

Queste ultime particolare abitazioni furono progettate sul modello del fungo allucinogeno Amanita Muscaria, ovvero il fungo per antonomasia che i bambini disegnano fin da piccoli: quello rosso con i puntini bianchi. Purtroppo agli inizi degli anni Sessanta i funghi di Cavallè furono demoliti ma nel Comune di Novate Milanese ne sono stati riprodotti tre, non del tutto uguali a quelli originali ma in grado comunque di richiamarne la memoria.

Oltre a queste originali casette è doveroso ricordare la presenza nel quartiere dell’abitazione che l’architetto Luigi Figini progettò per se stesso, Villa Figini: una struttura in cemento armato sostenuta da pilastri ispirata agli insegnamenti del grande architetto Le Corbusier, manifesto dell’architettura razionalista italiana e Bene Storico Monumentale.

Luigi Figini, Villa Figini, 1934-1935 © Archivio Architetto Figini AAF Milano

Le sorprese non finiscono qui.
In un dialogo tra antico e moderno si colloca la splendida Villa Mirabello, uno degli esempi di maggior interesse per quanto riguarda la tipologia della villa-cascina suburbana quattrocentesca. Il nome deriva dal nobile Giovanni Mirabello che acquisì la proprietà dopo l’ultimo duca della dinastia viscontea, Filippo Maria Visconti. Nel 1445 la villa entrò in possesso di Pigello Portinari, nobile fiorentino incaricato di gestire a Milano il Banco Mediceo e committente della cappella Portinari in S. Eustorgio.

Villa Mirabello, seconda metà sec. XV

Come sempre, vorrei raccontarvi molto di più su questo insolito ed interessante quartiere ma … vi aspetto ad una mia futura visita guidata!

Un caro saluto
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ARTE IN CASA ~ L’oratore dello sciopero di Emilio Longoni

Cari Amici,
in occasione della Festività del 1° maggio appena trascorsa, per il decimo appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi la descrizione di un’opera d’arte presente alla mostra Divisionismo. La rivoluzione della luce al Castello di Novara. Un’opera significativa non solo dal punto di vista artistico ma soprattutto storico in quanto il dipinto raffigura lo sciopero con il quale il 1° maggio del 1890 Milano celebrò per la prima volta la Festa dei lavoratori.

Sto parlando de L’oratore dello sciopero di Emilio Longoni, opera proveniente dalla Banca di Credito Cooperativo di Barlassina, paese natale dell’artista.

EMILIO LONGONI, L’oratore dello sciopero, 1890-1891, olio su tela, 193 x 134 cm, Barlassina, Banca di Credito Cooperativo

Esposto nel 1891 alla Prima Esposizione Triennale di Brera, evento che rappresentò “la prima uscita pubblica dei divisionisti”, insieme a Sole d’Inverno e La Piscinina, il primo un dipinto che “piace ai pittori”, il secondo una tela “che piace a tutto il pubblico ed agli artisti”, L’oratore dello sciopero, sia per il linguaggio sperimentale con cui è condotto, sia per il contenuto apertamente politico è un dipinto che “piace a pochi e a molti dispiace”.

EMILIO LONGONI, La piscinina, 1891, olio su tela, 126 x 71 cm, Collezione privata

Rispetto alle numerose opere di contenuto sociale presenti all’esposizione, L’oratore dello sciopero è l’unico ad affrontare un soggetto di cronaca politica.
A Milano la festa del 1° maggio si era trasformata in una giornata di tumulti e scontri armati tra la polizia e i manifestanti, tumulti ai quali Longoni aveva assistito e forse partecipato.

Quello che più colpisce di questo dipinto, oltre all’uso di un colore acceso steso a pennellate veloci e materiche, è l’audace taglio compositivo: la scena è colta dall’alto e il punto di vista dell’artista viene dunque a coincidere con quello dell’oratore issatosi su un’impalcatura di un cantiere in Piazza Fontana. Si tratta di un vero e proprio manifesto di intenti da parte di Longoni che, mostrandosi, letteralmente, a fianco di una delle categorie di lavoratori più numerose e agguerrite della Milano di fine secolo, quella dei muratori, annuncia con chiarezza di voler fare della propria pittura una strumento di comunicazione politica.

La figura di Emilio Longoni si lega molto bene con quella di Giovanni Segantini, protagonista con All’ovile di un altro mio articolo dedicato alle opere in mostra a Novara.
I due si conoscono nel 1875 all’Accademia delle Belle Arti di Brera e tra loro nasce un’amicizia sincera. Gli amici, si sa, si aiutano. Dopo qualche anno, a seguito di alcune delusioni in campo artistico, un viaggio a Napoli  e senza lavoro, Longoni torna a Milano ed incontra l’ex compagno di accademia.
Segantini per aiutare l’amico in difficoltà lo introduce ai fratelli Alberto e Vittore Grubicy de Dragon, che svolgevano con la propria galleria d’arte in via San Marco un’importante opera di mecenatismo nei confronti di giovani artisti emergenti, fornendo loro anche stimoli culturali per un aggiornamento sui coevi orientamenti dell’arte europea; i due fratelli offrono al giovane Longoni un contratto.
Così dal 1882 al 1884 Longoni e Segantini vivono e lavorano per la galleria Grubicy fianco a fianco, prima a Pusiano, in Brianza, poi a Carella, sul lago di Segrino.
Il rapporto con i Grubicy e l’amicizia con Segantini si interrompono tuttavia alla fine del 1884 quando Longoni non accetta più che alcuni suoi dipinti, come da contratto consegnati ai galleristi non firmati né datati, vengano siglati da Grubicy con il nome di Segantini e così venduti. E’ il caso de Le capinere, altra opera esposta in mostra.

EMILIO LONGONI, Le capinere, 1883, olio su tela, 110 x 170 cm, Ospedale Maggiore Policlinico, Milano

Ci sono altre opere di Longoni che desidero condividere con voi … ma per questo vi aspetto direttamente alla mostra Divisionismo. La rivoluzione della luce, appena questa riaprirà i battenti in autunno al Castello di Novara!

Un caro saluto
elysArte

 

Credits

Elisabetta Chiodini, Divisionismo. La rivoluzione della luce, 2019
METS Percorsi d’Arte, Novara

Immagini: http://www.deartibus.it e Pinterest

ARTE IN CASA ~ Paneropoli

PAOLO UCCELLO, San Giorgio e il drago, 1460 circa, olio su tela, 57 x 73 cm, National Gallery, Londra

Cari Amici,
il 23 aprile si festeggia San Giorgio, patrono di cavalieri, arcieri, soldati, armaioli e boy scout.

Siamo abituati a vederlo a cavallo nell’atto di uccidere il drago e tutti conoscete la sua storia.
Ma forse non tutti sapete che il 23 aprile, a Milano, è d’obbligo mangiare il pan de mej o pan meino. Forse non tutti sapete che il 23 aprile, a Milano, fino agli anni ‘60 circa, si teneva la Panerada.

Per il nono appuntamento di ARTE IN CASA desidero condividere con voi una tra le più sentite tradizioni milanesi legate a questa ricorrenza.

Andiamo con ordine.

Tutti conosciamo il pan de mej come il dolce zuccherato che ci regala in bocca il delicato sgretolarsi della farina gialla, uno degli ingredienti che compongono la sua ricetta. Il suo nome, in realtà, deriva dalla parola miglio, ingrediente molto usato nell’antichità e che, mischiato ad altre farine, serviva per produrre il pane.

Il 23 aprile era anticamente la data in cui si stipulavano i contratti annui per la fornitura di latte tra mandriani (detti anche bergamini) e lattai. In quel periodo, infatti, i mandriani lasciavano la pianura per salire agli alpeggi.
Per solennizzare questo antico patto si diffuse l’usanza di consumare il pan de mej: i lattai, per l’occasione, regalavano ai propri clienti la panna liquida (la panera) per accompagnare il pane di miglio aromatizzato con i fiori di sambuco, in piena fioritura. Ecco battezzata la panerada.

Le mandrie dette “bergamine”, poiché la transumanza avveniva nelle valli bergamasche, scendevano dagli alpeggi il 25 novembre, giorno di Santa Caterina, da cui il detto “a Santa Caterina la vacca la va’ in cassina”. Alcune mandrie entravano a Milano per una più immediata fornitura di latte fresco.
I bergamini, come altre categorie che hanno contribuito alla vita economica di Milano (basti pensare agli orefici, gli spadari, gli armorari) hanno, in pieno centro storico, una via ad essi dedicata: via Bergamini, nei pressi dell’Università Statale, anticamente chiamata contrada dei bergamini.
In questa contrada stavano antiche stalle di legno dove stazionavano le vacche che fornivano il latte fresco agli ammalati dell’Ospedale Maggiore (la Cà Granda, voluta nel 1456 da Francesco Sforza); strutture che furono rimosse dopo le Cinque Giornate del 1848, poiché il loro legno fu riutilizzato per fabbricare le barricate di Milano.

Il pan de mej è inoltre legato ad un quartiere di Milano, Morivione (in milanese, Moriviun), sito nella parte meridionale della città, a sud di Porta Lodovica, appartenente al Municipio 5. In precedenza borgo rurale facente parte dei Corpi Santi di Milano, venne annesso al comune di Milano nel 1873.

Da queste parti imperversava nella prima metà del XIV secolo una banda di taglieggiatori che terrorizzava i viandanti e la pacifica popolazione del contado. Erano gli ultimi avanzi della disciolta “Compagnia di San Giorgio” scampata dalla famosa battaglia di Parabiago, nella quale le truppe di Azzone Visconti, signore di Milano, insieme agli zii Luchino e Giovanni arcivescovo, avevano portato una sonante vittoria su Lodrisio Visconti, ennesimo zio di Azzone e bramoso di rubargli il potere.
Quando il potere passò a Luchino Visconti, il nuovo signore ritenne giunto il momento di liberare il borgo da quell’accolita di ladroni al cui comando era il famigerato Vione Squilletti.
Messi assieme i migliori cavalieri, Luchino uscì dalle mura cittadine e piombò sulla banda accerchiandola da ogni parte. Dopo una zuffa furibonda Vione e gran parte dei suoi furono uccisi: era il giorno di San Giorgio.
La notizia della strepitosa vittoria si sparse in un baleno in tutto il territorio, le campane suonarono a festa e i contadini corsero incontro ai liberatori offrendo loro, in segno di gratitudine, la propria specialità: pane di miglio e panna.
Infine, ci fu qualcuno che a ricordo dell’evento scrisse col carbone sul muro di un cascinale: “Qui morì Vione!” Da qui l’usanza dei milanesi di dire “andiamo dove morì Vione”, andiamo a Morivione.
Così a testimonianza dell’accaduto ogni anno, nel giorno di San Giorgio, i milanesi erano soliti recarsi in questo borgo per festeggiare San Giorgio con la panerada.

E Panerepoli?
Fu così che Ugo Foscolo battezzò la città di Milano, la città della panna e del burro.
Si dice per ritorsione contro il pubblico milanese che coprì di fischi la prima rappresentazione della tragedia Aiace alla Scala affossandola definitivamente in un coro di sonore risate esplose alla battuta infelice “Oh, Salamini!” che l’eroe rivolse ai combattenti di Salamina ma che suonò come un’invocazione ai succulenti insaccati.

Credits
Wikipedia
Anticacredenzasantambrogiomilano
Bruno Pellegrino, Milano 69 luoghi da scoprire, 2018

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