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parole che rotolano, immagini che catturano, luoghi da conoscere, emozioni da vivere…

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Milano

A Natale … regala l’Arte! 🎁🌈🎄

Cari Amici,
siete in cerca di idee per i vostri regali di Natale? 🎄🎁
elysArte vi consiglia …

👉🏻 Domenica 13 gennaio 2019, ore 15.30
La Basilica di Sant’Eustorgio a Milano

👉🏻 Martedì 15 gennaio 2019
Shopping in London & “Mary Poppins afternoon tea”
A cura della mia amica e London lover Valeria!

👉🏻 Domenica 20 gennaio 2019, ore 14.30
Laboratorio di affresco per adulti a Morimondo

Clicca sulle locandine e scopri tutti i dettagli! 😉

Se volete un’idea ancora più originale contattatemi per organizzare tour privati per voi e i vostri cari!

Elisa Zanoni
Guida Turistica e Accompagnatore Turistico
Via Pascoli, 6 – 20010 Bernate Ticino (MI)
Italy

M +39 349 83 93 984
elysa.zanoni@gmail.com

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Speciale black Friday ~ L’Ultima Cena di Leonardo e la chiesa di Santa Maria delle Grazie

Cari Amici,
👉ATTENZIONE!👈
Offerta speciale black Friday!

Visita guidata al Cenacolo e alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie ad un prezzo speciale a voi dedicato!

Quando?
👉 Martedì 4 dicembre 2018, ore 14.30
👉 Venerdì 21 dicembre 2018, ore 14.30

Iscrizioni entro e non oltre il 25 novembre!

Posti limitati!!!

Per maggiori informazioni contattatemi!
ELISA ZANONI
E-mail: elysa.zanoni@gmail.com
Phone: +39 349 8393984

Domenica 2 dicembre 2018 ~ LA “CAPPELLA SISTINA” di Milano

Cari Amici,
elysArte vi aspetta per una nuova visita guidata!
👉🏻 Domenica 2 dicembre 2018, ore 14.45.
LA “CAPPELLA SISTINA” di Milano.
Un’occasione per visitare una delle chiese più affascinanti della città.
Tutti i dettagli nella locandina 😉

L’Ultima Cena di Leonardo e la chiesa di Santa Maria delle Grazie

L’Ultima Cena, denominata anche “Cenacolo Vinciano”, è una delle maggiori opere eseguite da Leonardo Da Vinci, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Nell’ambito di un vasto programma di lavori voluto da Ludovico il Moro, Leonardo riceve tra il 1494 e il 1495 l’incarico di decorare la sala del refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie con la raffigurazione dell’Ultima Cena.

Il tema era stato già indagato da altri artisti, ma Leonardo, a differenza dei suoi predecessori, sceglie di rappresentare il momento immediatamente successivo al terribile annuncio del tradimento, quando, tra lo sbigottimento generale, gli Apostoli si interrogano su quanto sta per avvenire. “Uno di voi mi tradirà”: con queste parole Gesù getta scompiglio tra i Dodici scatenando un dialogo che Leonardo raffigura sapientemente attraverso la posizione dei corpi e delle mani la cui gestualità loquace collega un gruppo all’altro. La scena, drammatica e coinvolgente, è intrisa di emozioni quali incredulità, inquietudine, paura, sospetto; ciò che risulta dominante è la magistrale rappresentazione della complessa psicologia dei personaggi che reagiscono allo stesso evento in modi diversi, in ragione del proprio temperamento.

Non perdete l’occasione di scoprire questo meraviglioso capolavoro insieme a una guida turistica abilitata che vi mostrerà l’Ultima Cena e la Basilica di Santa Maria delle Grazie.

Quando?

Mercoledì 22 agosto 2018, ore 14.45

Martedì 25 settembre 2018, ore 14.45

Mercoledì 10 ottobre 2018, ore 14.45

Venerdì 2 novembre 2018, ore 14.45

Martedì 13 novembre 2018, ore 14.45

Mercoledì 21 novembre 2018, ore 14.45

Martedì 4 dicembre 2018, ore 14.30

Venerdì 21 dicembre 2018, ore 14.30

Posti limitati!!!

Per maggiori informazioni contattatemi!
ELISA ZANONI
E-mail: elysa.zanoni@gmail.com
Phone: +39 349 8393984

Geometrie e cattedrali di vetro

Per una laureata in storia dell’arte medievale i grattacieli sono cattedrali di vetro, distese infinite che si alzano verso il cielo, a voler dire anche loro qualcosa, come i loro antenati.

E’ il nuovo disegno delle città, quello che tutti chiamano “skyline”, una sottile linea che scivola e compone curve, spigoli, rette, che crea paradossali geometrie, specchi riflessi e trasparenze.

Dopo aver partecipato ad un Workshop di Street Photography a Milano con Matteo Abbondanza sento come un’irrefrenabile voglia di catturare le geometrie di queste cattedrali di vetro. La passione con cui Matteo cattura la realtà che lo circonda, la maniacale eppure così attraente ricerca della perfezione geometrica, accendono qualcosa … chiamatela ispirazione, curiosità, voglia di uscire.

La cosa straordinaria è che la visione di un altro stimola sempre nuove visioni, nuove domande.

E’ come se improvvisamente mi fossi rivista sui banchi del Liceo Artistico, alla ricerca di quella perfezione di linee, di geometrie, di colori. Una perfezione che cerco ostinatamente di mantenere nella quotidianità delle mie giornate: l’ordine della mia casa, del mio armadio, il cibo nella dispensa …

In primis, quindi, sono attirata da questa maniacale ricerca di perfezione.

E poi una domanda: come vedo io, Elisa Zanoni, guida turistica, laureata in storia dell’arte medievale, questa nuova realtà fatta di vetro? Qual è il mio sguardo?

Così, come sempre mi succede, mi sono messa in gioco.

Perché in fondo sono ancora una bambina: ho antenne sensoriali molto fini per accogliere tutti gli stimoli di questo mondo. E appena li avverto, li afferro per mano fino a quando non mi pongo una domanda e non ho trovato un’adeguata risposta.

Cerco un compagno di viaggio, come sempre. Scelgo Roberto. E’ da un po’ che non giro la città con questo “rompipalle” fotoamatore. Lui è il mio turista, io la sua guida turistica che “fa qualcosa con la macchina fotografica”.

Prima tappa: CityLife. MM5 Viola. Fermata “Tre Torri”.

1920. Sulle macerie lasciate dalla guerra, terminata solo due anni prima, l’Italia sente l’esigenza di ricostruirsi un futuro. In questo clima, otto uomini d’affari assecondano il nuovo slancio imprenditoriale organizzando la prima Fiera Campionaria Italiana, con sede a Milano.

2005. 85 anni dopo questa prima Fiera Campionaria, viene inaugurato il nuovo polo fieristico di Rho-Pero firmato da Massimiliano Fuksas. Il trasferimento della Fiera fuori Milano ha comportato un duplice beneficio per la città: l’eliminazione dei picchi di traffico e la liberazione di un’area di pregio.

Nel 2004 si conclude la gara internazionale per la riqualificazione del vecchio quartiere fieristico, volta a ricreare una connettività senza precedenti con il contesto urbano circostante. Vince il concorso “CityLife”, un progetto definito il “Portale d’Europa”. Tra il 2007 e il 2008 si svolge l’importante opera di demolizione e bonifica dei 20 padiglioni fieristici, per un volume totale di 2,5 milioni di metri cubi.

CityLife costituisce una delle aree di intervento urbanistico più grandi d’Europa, con un mix bilanciato di servizi privati e pubblici. A firmarlo sono tre architetti di fama internazionale, Zaha Hadid, Daniel Libeskind e Arata Isozaki.

Il Dritto, lo Storto e il Curvo. Sembrano tre personaggi sbucati da qualche favola. In realtà sono i soprannomi delle Tre Torri che svettano in questo nuovo quartiere, i giganti trasparenti e contorti che subito attirano lo sguardo verso l’alto.

Il Dritto. Questa torre, meglio nota come “Torre Allianz” porta la firma di Andrea Maffei e Arata Isozaki, l’architetto giapponese già autore in Italia del progetto per il Palasport Olimpico di Torino. Un modulo di sei piani di facciata ricurva che, nel suo susseguirsi, si ripete all’infinito verso il cielo, porta questa torre all’altezza di 202 metri.

Lo Storto o “Torre Generali”- 170 metri di altezza – è opera dell’architetto anglo-irachena Zaha Hadid, che non vedrà mai realizzata la sua creatura di vetro, perché viene a mancare nel 2016. Ha un sinuoso portamento dinamico, un andamento tortile, in fondo anche un po’ affascinante.

Il Curvo, che ancora non è sbucato dalle viscere della terra, è opera di Daniel Libeskind. Avrà un’altezza di 175 metri di altezza e probabilmente ospiterà offici o una struttura alberghiera o residenziale.

Poi ci sono le residenze, le residenze che il mio amico Daniele definirebbe “da gran Signori”.

Le residenze di Zaha Hadid hanno qualcosa che ricorda le navi da crociera, come mi fa notare giustamente Roberto. Sono fluide, leggere … eleganti.

Lo stesso vale per le residenze di Daniel Libeskind, un arcipelago residenziale dove l’alternanza dei materiali di facciata e l’andamento verticale degli allineamenti conferisce agli edifici un’immagine scultorea.

Inizio a sdraiarmi, appoggiarmi ovunque, muovermi, cercare l’anima dannatamente geometrica e perfetta di questo quartiere.

Seconda tappa: Porta Garibaldi.

Il Progetto Porta Nuova è un vasto intervento di riqualificazione urbana ed architettonica all’interno del Centro Direzionale di Milano, il quartiere a carattere terziario che si estende dalla stazione ferroviaria di Milano Porta Garibaldi a piazza della Repubblica, da Porta Nuova a Palazzo Lombardia, passando per via Melchiorre Gioia. Principale obiettivo dell’opera è ricucire, attraverso il potenziamento del Centro Direzionale, i quartieri di Porta Nuova (comprensiva dell’area delle ex-Varesine), Porta Garibaldi e Isola.

Baricentro dell’intera zona è il parco pubblico chiamato Giardini di Porta Nuova, attorno al quale sono disposti i tre ambiti separati del progetto, ossia Porta Nuova Garibaldi, Porta Nuova Varesine e Porta Nuova Isola. L’edificazione del complesso di Porta Nuova è iniziata nel 2005 e la sua esecuzione si è protratta per circa un decennio.

Il complesso conta oltre venti edifici tra grattacieli, uffici, centri culturali e ville urbane.

Anche qui l’altezza è padrona di casa. E così incontriamo qualche altro gigante trasparente.

Una serie di palazzi ecosostenibili in vetro e ferro, progettati dall’architetto argentino Cesar Pelli e disposti attorno ad un podio circolare, piazza Gae Aulenti, culminano nella Torre Unicredit, il più alto grattacielo d’Italia, con i suoi 231 metri, 80 dei quali conferiti da un sinuoso dettaglio architettonico detto Spire, che significa Guglia. Quasi a voler comunicare con le statue delle Guglie del Duomo che in lontananza la fronteggiano.

Il vetro di questa torre crea un bel contrasto con il legno dell’Unicredit Pavilion. Firmato dallo stesso architetto del padiglione Zero di Expo,  Michele De Lucchi, è concepito come un ideale seme posto al confine tra piazza Gae Aulenti e i Giardini di Porta Nuova, composto da un nucleo in cemento armato e uno scheletro di legno con nessuna colonna all’interno. La sua funzione è prevalentemente quella di luogo per conferenze, congressi, concerti, esposizioni, performance e seminari.

Tra via Melchiorre Gioia e il business district della Torre Diamante si ergono tre torri residenziali di altezze differenti, disposte anch’esse intorno al proprio podio, ovvero piazza Alvar Aalto.

Torre Solaria che con i suoi 143 metri è l’edificio residenziale più alto d’Italia; Torre Solea, che si sviluppa su 15 piani residenziali, più un piano commerciale a doppia altezza sul podio e uno al piano terra; Torre Aria con 17 piani sopra il podio.

Qui mi sdraio per terra, incurante dei passanti. In fondo siamo a Milano, non sembrerà poi così strano. Il cielo sopra le nostre teste inizia a diventare sempre più grigio, fino a quando inizia a piovere.

Ci rifugiamo sotto l’Edificio detto Showroom o Armonica e osserviamo le persone che passano: adoro questi momenti, li vivrei all’infinito. Osservare le persone, la vita che ti scorre davanti.

Poi torna il sole. Ci sono ancora il Bosco Verticale e il nuovo Palazzo della Regione Lombardia che ci aspettano ma è ora di tornare a casa.

Di solito non guardo mai subito gli scatti della giornata, li lascio “decantare” per qualche giorno. Ma quello era il giorno della maniacale ricerca di perfezione e non ho resistito.

Sono soddisfatta? No, non abbastanza. Ho ancora sete di geometrie, di linee, di vetro, ma non solo. Una delle qualità più irresistibili di noi essere umani? Lasciarci rapire dalle nostre passioni.

 

Cuggiono tra ville, conti, storia e curiosità…

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Ho frequentato la Scuola Media a Cuggiono, un paese distante qualche chilometro da Bernate Ticino. Prima di svoltare a sinistra nella via della scuola, costeggiavo un muro fatto di mattoni e ciottoli del Fiume Ticino, dal quale sbucavano molti alberi.

Una volta, con le amiche di scuola, sono entrata in un grande parco. Uno dei pochi ricordi che conservo di quel momento, oltre alla giornata nuvolosa e ad un tempietto, è la fama degli attenti e ligi guardaparco che gironzolavano in bicicletta, controllando che fosse tutto a posto.

Riguardando delle vecchie foto di famiglia, ritrovo quel tempietto, insieme ad un laghetto e qualche cigno e solo in quel momento capisco che si tratta sempre dello stesso luogo.

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Nel 2010 inizia la mia avventura a Cuggiono ed entro a far parte del Gruppo Guide Culturali Locali di Cuggiono.

Nel 2016 mi ritrovo a partecipare alla 24° Edizione delle Giornate FAI di Primavera e con ben 2500 visitatori si può dire che…abbiamo fatto il botto!

Bene, cosa dite, conosciamo meglio Cuggiono?

Partiamo da quel benedetto parco.
Quel Parco fa parte di un complesso ben più ampio: Villa Annoni.

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Villa Annoni a Cuggiono è un complesso gentilizio, neoclassico settecentesco, con residenza padronale e Parco di 23 ettari, secondo in Lombardia solo a quello di Villa Reale a Monza, considerando quelli cintati. Considerando che il Parco di Monza è il quarto recintato più grande d’Europa, direi che non siamo piazzati male in classifica.

La storia di Villa Annoni iniziò verso la fine del ‘700 quando il conte Gian Pietro Annoni acquistò i primi terreni nel Comune di Cuggiono Maggiore, con il probabile obiettivo di ampliarli attraverso la realizzazione di una grande tenuta agricola, all’interno della quale costruire una villa come dimora di campagna e residenza estiva. Alla morte del conte, nel 1796, fu il figlio Alessandro Annoni a continuare il progetto del padre, proseguendo nella costruzione della villa e del parco all’interno della vasta tenuta agricola paterna. Il progetto di costruzione della villa con il relativo parco fu commissionato e inizialmente progettato dall’architetto Leopoldo Pollack. Direi che un Pollack per Cuggiono non è da poco: costui, infatti, non era altro che l’allievo preferito dell’architetto neoclassico Giuseppe Piermarini il quale gli passò l’incarico, nel 1790, di costruire Villa Reale a Milano.

Il Pollack tuttavia non poté vedere terminato il progetto perché morì improvvisamente nel 1806. Pur con tutto l’impegno messo in campo dal figlio, Giuseppe Pollack, per poter terminare l’opera del padre Leopoldo, il “passaggio di consegne” dei lavori di Villa Annoni fu affidato all’architetto e abate genovese Giuseppe Zanoia che a sua volta lo portò a termine nel 1809.

Il parco venne progettato unitariamente al complesso edilizio e realizzato tra il 1819 e il 1825, anno della morte del Conte Alessandro Annoni.

Saranno la moglie, Leopoldina Cicogna e l’unico figlio del conte, Francesco Annoni, ad occuparsi della gestione del parco. Costui, noto per essere stato molto attivo nel panorama dei moti risorgimentali (partecipò alle Cinque Giornate) si sposò con Chiara Severina Longo in età avanzata (1867) e, d’accordo con la stessa, Francesco ottenne di riconoscere come figlio naturale Aldo Cassia Ferri (1831-1900), che divenne poi Aldo Annoni e a cui passò la proprietà del complesso alla morte del padre Francesco.  Non avendo discendenti diretti da Aldo Annoni, la villa passò ad un suo cugino, Giampietro Cicogna Mozzoni. I Cicogna abitarono saltuariamente la villa fino al 1947 quando la vendettero al Senatore Pietro Bellora, industriale Gallaratese, che fece della villa la sua residenza definitiva.

Nel 1979 il complesso fu acquisito dal Comune di Cuggiono che dal 2007, dopo un importante restauro conservativo dell’immobile e degli affreschi, ha sede in alcune parti ristrutturate del primo piano e di un’ala laterale del Palazzo.

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La villa ripropone l’usuale schema a “U” tipico delle residenze di campagna della nobiltà lombarda, soprattutto tra il XVII e il XIX secolo, con una parte centrale rialzata rispetto alle laterali. Dal cortile d’onore verso strada della Villa, una breve scalinata, due leoni araldici e colonne doriche trabeate immettono nell’ampio vestibolo, in origine spazio aperto, oggi difeso da una pregevole cancellata in ferro battuto.

E’ da precisare che le sale interne al piano terra della villa non sono aperte al pubblico, se non in occasione di eventi e mostre. Quelle al primo piano sono invece occupate, come già indicato, dagli uffici comunali. Per le decorazioni interne di villa Annoni, che riproducono scene mitologiche e motivi decorativi ispirati ai più puri stilemi dell’arte neoclassica, il conte Alessandro Annoni si appellò ad artisti di un certo livello, quali Giuseppe Lavelli, che ricevette anche un elogio per le opere eseguite a Cuggiono dal segretario dell’Accademia di Belle Arti di Brera, Giuseppe Bossi, e Giacomo Cambiasi.

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Il Parco. Il Parco di Villa Annoni è esempio significativo del neoclassicismo nell’arte dei giardini. La sua realizzazione, nell’odierna dimensione, fu sicuramente più tarda (1819-1820) rispetto alla Villa, perché più laboriosa e prolungata nel tempo l’acquisizione dei terreni dalle rispettive proprietà. Probabilmente fu lo stesso Zanoia a disegnare il Parco o darne indicazioni. Però questi morì nel 1817. L’ipotesi è che sia stato l’Annoni a portare a compimento le proposte dell’architetto.

La piantumazione originaria fu alquanto compromessa per lo stanziamento, durato alcuni mesi negli anni 1848-1849, di oltre 300 soldati austriaci con cavalli e carri. Successivamente fu di nuovo piantumato e arricchito con piante esotiche o tipiche delle nostre zone.

E’ doveroso ricordare che il Parco di Villa Annoni è stato oggetto di un importante progetto di recupero elaborato dal Parco Lombardo della Valle del Ticino tra il 1999 ed il 2000, iniziato nel 2002 e completato nel 2003.

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Il Parco ha la classica impostazione del Settecento inglese, in cui il “giardino pittorico” e campi coltivati si integrano in un’unica estetica del paesaggio. A supporto, anche la presenza di elementi architettonici, legati alla caccia (Casa dei daini e Casa dei caprioli) o “di capriccio”: il tempietto ionico, la grotta, il laghetto artificiale, la coffee house.

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Il tempietto ionico, con otto colonne di arenaria poggiate su basamento di granito rosa, chiude il lungo cannocchiale prospettico che si  presenta con una prima immagine straordinaria agli occhi del visitatore. Sul cippo all’interno, il busto in marmo, datato 1827, di Alessandro Annoni, commissionato allo scultore Gaetano Monti dalla moglie Leopoldina Cicogna e dal figlio Francesco, dopo la morte del conte nel 1825.

La coffee house nei pressi del laghetto è un elemento spesso presente nell’arredo dei parchi e giardini storici: una sorta di chalet in mattoni utilizzato come luogo di relax e di svago. Le pareti interne sono decorate a grottesche.

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Oltre al parco romantico all’inglese è presente un giardino all’italiana con una collezione di rose storiche e meli cotogno; il giardino è caratterizzato da disegni geometrici di siepi di bosso, ai cui lati sono stati piantati carpini a protezione delle intemperie.

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La materia vegetale è abbondante, soprattutto nella zona a giardino, in cui si contano più di 160 specie arboree, tra cui alberi e arbusti, spoglianti e sempreverdi. In prevalenza ci sono querce, aceri, robinie e carpini, si segnalano poi degli ailanti, delle ginkgo biloba (i famosi fossili viventi), dei rari meli da fiore (prunus serrulata), degli osmanti e dei lauri portoghesi.

Di tutto questa abbondanza è doveroso ricordare alcuni dei più antichi “colossi” messi a dimora nel parco. Primo fra tutti il Cedro del Libano alto 24 metri e con una circonferenza di 5,50 metri, tutelato come Albero Monumentale; piantato probabilmente nel 1809, vanta più di 200 anni! L’acero Japonicum di Villa Annoni vanta un secolo di vita e pare essere uno dei più antichi piantati in Italia insieme ad un altro suo “fratello” nella Reggia di Caserta.

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L’offerta vegetale si completa con un vigneto tradizionale, uno sperimentale e con un piccolo vigneto da cui annualmente è possibile produrre circa cento bottiglie di un vino locale tipico chiamato “baragiö”.

Adoro camminare in questo parco dove la natura ti stupisce, semplicemente.

Dove tutto si trasforma con il passare delle stagioni e dove la tavolozza di colori che sembra colare sulle piante, sui fiori, sul morbido tappeto verde del prato, sembra avvolgerti in un caloroso abbraccio. Se ascolti bene, in silenzio, puoi sentire il respiro della terra sulla quale è nato questo meraviglioso luogo incantato, ascoltarne la voce, assaporarne il profumo.

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Cuggiono però non è solo Villa Annoni ma anche molto altro.

Dal chiostro della villa si accede ad un altro luogo, il Museo Storico Civico Cuggionese, che occupa il corpo laterale destro della residenza, negli stessi locali che erano un tempo ad uso della servitù. In questo luogo verrete catturati dalle avvincenti ed appassionate spiegazioni degli Amici del Museo che riescono straordinariamente a portarti indietro nel tempo e farti comprendere l’importanza della Storia, quella con la S maiuscola, riconoscerne il vero valore che occupa nella società, nelle tradizioni e nella cultura del nostro tempo. 15 sale per oltre 2.500 oggetti, tutti accuratamente catalogati: un excursus che parte dagli attrezzi da lavoro e continua con documenti e oggetti legati alle guerre, all’importante fenomeno dell’emigrazione, all’attività in campo associativo e non ultime le testimonianze del sorgere e dello svilupparsi delle prime forme di previdenza e assistenza sociale.

Potrete anche ammirare la vera Cucina della Villa, con un curioso e singolare girarrosto a contrappeso, dove si preparavano le pietanze che venivano servite ai conti. Altro pezzo da non perdere: l’Autobotte. Autocarro FIAT 18 BL, tuttora funzionante, costruito nel 1915 dal Comune di Cuggiono, trasformato in autobotte ed aggregato al distaccamento dei Vigili del Fuoco di Milano dove contribuì a spegnere numerosi incendi innescati dai bombardamenti. In Italia di questo modello ne sono rimasti solo tre!

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Dal complesso di Villa Annoni entriamo nel tessuto urbano di Cuggiono e scopriamo la Chiesa di San Giorgio, la Chiesa di San Rocco, gli antichi stemmi delle casate che furono feudatari di Cuggiono: i Piantanida e i Clerici. C’è anche un interessante “percorso” fotografico: lungo le vie del paese, infatti, potrete incontrate alcuni pannelli fotografici, realizzati dal Collettivo Talpa di Cuggiono, che riproducono attraverso l’originale accostamento a colori/bianco-nero una Cuggiono “com’è” e una Cuggiono “com’era” per capire meglio i cambiamenti che hanno interessato il paese e avere l’opportunità di scorgere alcuni monumenti che oggi non esistono più.

In Via San Rocco, 48 troverete una piccola chiesa, oggi sconsacrata, Santa Maria in Braida. Dal 2007 grazie all’Ecoistituto della Valle del Ticino, questo piccolo angolo di storia del paese è tornato a nuova vita, diventando un importante luogo di incontro culturale per i cittadini e le associazioni.

A 2 km circa di distanza da Cuggiono si trova la tranquilla e pittoresca frazione di Castelletto che si specchia nelle morbide acque del Naviglio Grande di cui vi racconterò in un’altra puntata.

Non dimentichiamo…la tradizione.

Sì perché l’aspetto più bello di tutte queste realtà dell’hinterland milanese è proprio la tradizione. Quei momenti in cui le persone si riuniscono per condividere un semplice ma vivo momento di festa, quei momenti in cui, anche se non abiti in quel luogo, lo senti, lo condividi e ti emozioni.

Vediamo allora di fare una breve lista di alcuni degli appuntamenti da non perdere a Cuggiono e Castelletto.

Nel mese di gennaio l’appuntamento è con il tradizionale Falò di Sant’Antonio nella frazione di Castelletto. Ad aprile la Primavera pervade Cuggiono con la Festa di Primavera: bancarelle per le vie del paese, visite guidate nel parco e mostre in Villa. A giugno l’incontro è doppio: nella frazione di Castelletto si svolge il “Camminarmangiando”, passeggiata enogastronomica per le vie del borgo; a Cuggiono arriva la Festa del Solstizio d’Estate con eventi culturali, mercatino e la “Lucciolata”, ovvero la visita nel Parco di Villa Annoni di sera, alla ricerca delle lucciole! A settembre si tiene la “Sagra del Baragioeu” insieme agli Amici del Museo con mostre e degustazioni,  e “Essere Terra. Giornata del Biologico e dell’agricoltura contadina”; a ottobre la Festa “W il Parco” con pranzo e visite guidate. L’anno si chiude a dicembre con la discesa dei Babbi Natale a Castelletto di Cuggiono!

Per maggiori informazioni e saperne di più…

GuideCulturaliLocaliCuggiono

Comune di Cuggiono

MuseoStoricoCivicoCuggionese

EcoistitutoDellaValleDelTicino

Pictures

 

Credits

Comune di Cuggiono, Villa Annoni Cuggiono, Cuggiono 2015

Giovanni Visconti (a cura di), Cuggiono la sua storia. Museo Storico Civico Cuggionese e Comune di Cuggiono, Cuggiono, 2009

Per le foto ringrazio: Roberto Oldani, gli Amici del Museo Storico Civico Cuggionese e l’Associazione “La Piarda”.

Da Alice

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La cucina è arte. Colori, sapori, semplicità, perfezione, equilibrio, ricerca, passione.
La cucina è arte. Emoziona.

Questo scrivevo nel 2015 quando per la prima volta sono stata da Alice Ristorante.
Avevo deciso di regalare a Stefano, per Natale, non cose ma emozioni.
E le emozioni, si sa, nascono dalle esperienze.
Avevo deciso di regalare l’esperienza del cibo, quello che mangiamo tutti i giorni, dalla colazione, al pranzo, alla cena, allo spuntino di mezzanotte.
A differenza però di questa esperienza che, seppur bella nella sua semplicità, resta “quotidiana”, avevo scelto di regalare un’esperienza fuori dall’ordinario, qualcosa di unico, che ti lascia un segno, per sempre.

Social Table. Un tavolo dalle fattezze quasi magiche dove sedersi insieme ad altri dieci commensali e un ospite d’eccellenza, dove conoscersi e soprattutto dove conoscere e condividere l’esperienza della cucina e lasciarsi emozionare dal cibo.

Non c’è ricchezza senza condivisione e il social table per il sociale è proprio il modo che Alice Ristorante ha scelto per condividere.
“Per il sociale” perchè il ricavato di queste serate viene devoluto ad associazioni no profit.

Ritorno da Alice Ristorante il 22 gennaio 2016 insieme a Stefano, Max e Laura.
Questa volta ci incontriamo per pranzo.

Ritorno con la consapevolezza di stare semplicemente bene.
Quando ti siedi da Alice e inizi a mangiare tutto cambia.

Un’esplosione di colori, profumi, sapori.
I sapori della nostra Terra, i sapori della nostra Italia.
Un’esplosione che regala emozioni.

L’emozione è il sentimento più prezioso e quando la cucina, quando il cibo emoziona, allora si crea una sinfonia perfetta, armoniosa, straordinaria, surreale.

Alice. E pensare che questo è il nome che mia madre voleva darmi alla mia nascita.

Teatro Smeraldo

Quando lo racconto a mio nonno lui risponde “ah sì dove c’è il Teatro Smeraldo!”
In realtà a partire dal 1942 il Teatro Smeraldo c’era veramente; chiuso nel 2012, l’edificio è passato ufficialmente alla catena Eataly di Oscar Farinetti che lo ha trasformato in un negozio Eataly e che è stato inaugurato nel 2014.

Alice Ristorante
Alice Ristorante di Viviana Varese e Sandra Ciciriello vanta dal 2011 una stella Michelin.

Al secondo piano dello store milanese di Oscar Farinetti Viviana e Sandra accolgono i propri clienti in un’ampia sala incorniciata e illuminata da una grande vetrata che affaccia su Piazza XXV Aprile. Il ristorante gourmet può ospitare circa 70 persone in un ambiente di design personalizzato grazie alla presenza di piante e oggetti naturali e di artigianato: scelti personalmente dalla Chef e dalla Maitre, richiamano il mare e le atmosfere del sud, rappresentano il punto di partenza di un viaggio che passa attraverso tatto, vista, olfatto e gusto.

I tavoli sono di Riva 1920, realizzati in legno massello di briccole recuperando i caratteristici pali che nella laguna di Venezia segnalano le vie d’acqua. Le sedie Tulip di Knoll dalla tipica forma a calice rendono omaggio al designer Eero Saarinen. Alle posate di Giò Ponti si affiancano le ceramiche disegnate dalla Chef e create artigianalmente per Alice Ristorante. La cucina a vista è un pezzo unico prodotto a mano da Molteni. Le sculture sui tavoli sono frutto della fantasia di Enrico Paolucci. La grafica dei menu è curata da Mauro Strada.

Ricordi da Expo…
Riva 1920. Il nome non mi suona nuovo! Certo, l’ho ripetuto tante volte nelle mie spiegazioni ad ExpoMilano2015!
Riva 1920 ha realizzato Pangea, il tavolo di 80 metri quadri esposto presso il Padiglione Zero, nella “Valle delle Civiltà” e anche presso Piazza Italia, all’incrocio tra il Cardo ed il Decumano.
Progettato da Michele De Lucchi, si ispira al supercontinente che teneva unite tutte le terre emerse. Simbolo dell’unione di tutti i Paesi attorno al tema universale del cibo, il progetto ripropone un ritorno alle origini e all’unità, senza confini di stato, pregiudizi, differenze tra popoli. Il peso dell’intera struttura è di circa 6 tonnellate e per la sua realizzazione sono stati necessari quasi 50 giorni di lavoro.

Per maggiori informazioni e saperne di più….

Alice Ristorante

Pictures


Credits

Alice Ristorante – Google

Villa Necchi Campiglio a Milano

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Tre volte, il numero perfetto.
Tre volte sono stata a Villa Necchi Campiglio.
Perché?
Perché credo sia uno dei luoghi più affascinanti di Milano, un gioiello architettonico forgiato al numero 14 di Via Mozart vicino alla “Cà dell’orèggia” e a Palazzo Invernizzi con i fenicotteri rosa che si affacciano su Via Cappuccini.

Tutte le volte che entro in questa Villa penso: “Quanto sei così maledettamente eclettica, sensuale, unica!”
Portaluppi – che da piccola ho sempre collegato al cognome del mio medico – è in realtà il cognome dell’architetto che l’ha realizzata tra il 1932 e il 1935.
Piero Portaluppi: un grande architetto che ogni volta mi seduce con il suo stile, le sue forme, l’accostamento pazzesco e ricercato dei materiali.
Un uomo che incontro spesso nelle mie recenti visite.
Sorrido e fremo nelle mie esclamazioni di stupore e di incanto ogni volta che cammino nelle stanze di questa Villa. La prima volta credo di essermi quasi messa a piangere dall’emozione nell’ammirare così tanto genio e bellezza.

In realtà tutto inizia dall’ingresso. Non dall’ingresso all’interno della Villa, né dall’ingresso del giardino, né dalla biglietteria.Tutto inizia dall’ingresso. Punto. Un grazioso vialetto vegetale colorato, quasi magico, conduce alla biglietteria, una sorta di piccola serra in ferro battuto vicino alla Portineria progettata da Portaluppi.
Poi si entra nel giardino o parco, chiamatelo come volete, si entra in un luogo magico.

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Calpesto i sassi del vialetto che conduce all’ingresso in villa – adoro il rumore delle scarpe che schiacciano i piccoli sassi bianchi – cammino sotto la chioma di imponenti alberi e assaporo l’aria che mi sfiora il viso: la prima volta una sottile brezza estiva, la seconda volta l’aria di ottobre, la terza volta l’aria fredda dell’inverno.
C’è una piscina, qualche scultura, un maestoso ingresso e gli efficienti volontari FAI che ti accolgono come se fossi…a casa.
Entro e immediatamente mi sento rapita da un luogo davvero straordinario, unico.

Varcata la soglia si entra nella grande Hall, dove l’esigenza di lusso e sontuosità dei committenti trova adeguata risposta soprattutto in due aspetti cardine della Villa: la vastità degli spazi e l’alta qualità dei materiali. La stessa Hall con l’elevata altezza dei soffitti e la generosa estensione delle aperture dà prova di una dimensione architettonica più monumentale che intima.
Bellissimi sono i lastroni in noce del parquet, impreziositi da sottili inserti in palissandro; altrettanto importanti le porte, in radica, come la boiserie e i preziosi copricaloriferi in ottone!
La formazione artistica che c’è in me adora il motivo a greca della balaustra e in generale i richiami alle linee e alle forme geometriche che caratterizzano la casa.

Vicino alla scala l’opera “L’Amante morta” di Arturo Martini (1921) che con delicatezza sembra raccoglierci in silenzio.

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Tutti i dipinti e le sculture esposte in questo piano provengono dalla Collezione Claudia Gian Ferrari, gallerista e storica dell’arte milanese, scomparsa nel 2010, che ha voluto donare al FAI un importante nucleo della raccolta d’arte composta insieme al padre, il gallerista Ettore Gian Ferrari.
Entriamo nella Biblioteca, già di per sé luogo più affascinante di una casa.
Questa è forse la sala che più fedelmente testimonia il gusto e lo stile di Portaluppi.
Qui le librerie assumono una valenza strutturale, fungendo, grazie anche all’impiego di massicce lastre di cristallo, da divisori per un’appartata saletta di conversazione.
Subito rivolgo lo sguardo verso il soffitto, dove si cela la firma dell’architetto: l’intreccio delle costolature introduce nella casa il tipico motivo della losanga, particolarmente cara a Portaluppi, che la propone anche nei più minuti dettagli decorativi dei suoi mobili.

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Stupendo il camino incastonato tra le scaffalature lignee, con le sue linee purissime e il gioco creato dalla bicromia dei marmi: granito nero di Anzola e granito chiaro.
Ma più ancora che alla lettura, la stanza era dedicata a intrattenimenti sociali di natura ludica come dimostra la presenza di due tavoli da gioco, realizzati in legno di mogano.
Inizio a fantasticare sull’atmosfera che avvolgeva questo spazio e di nuovo, come di mia consuetudine, penso alle parole, ai volti, ai pensieri scambiati in questo luogo.

DSC_0839Nella sala successiva, dietro a quella che era una libreria in legno si trova un’ampia cornice a specchio e legno dorato, che deforma le nostre figure.

In questo Salone sono le tracce del secondo architetto della casa, Tomaso Buzzi, che intorno agli anni Cinquanta, asseconda le tendenze di gusto dei Necchi Campiglio e addolcisce le geometrie, privilegiando un arredo antiquariale con abbondante uso di tendaggi e panneggi, realizzati con ricami antichi riportati.

 

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Ecco uno degli ambienti più straordinari della Villa: la Veranda. Sotto i piedi non sento più lo scricchiolare del pavimento in legno ma c’è uno stabile, duro e prezioso pavimento in travertino, marmo verde Roja e marmo verde Patrizia, giocato su un disegno a fasce intrecciate che contribuisce alla geometria della stanza. Nella Veranda sembra di essere in un bosco oppure dentro ad una pietra scintillante verde smeraldo. Quasi interamente proiettata verso l’esterno, la Veranda si apre infatti sul giardino, attraverso le due pareti vetrate, proponendo così in via Mozart il motivo della lunga e ampia finestra orizzontale, per esprimere, nonostante la Villa si trovi in centro a Milano, forme e principi di villeggiatura immerse nelle natura.
Il dettaglio più affascinante è la vetrata: sfruttando la doppia vetrata Portaluppi crea una serra lungo le pareti della stanza, tendendo l’ambiente elegante e avvolto dalla luce e dai colori della natura circostante.
Naturalmente questo tipo di struttura aerea e trasparente offre scarse garanzie in termini di sicurezza, inconveniente cui il genio di Portaluppi rimedia inserendo due massicce grate scorrevoli in alpacca, che grazie alla modernità del disegno e alla ricercatezza del materiale, trasformano un semplice corpo di protezione in un elemento dall’alto valore decorativo.
E ancora…la geometria degli infissi e dei copricaloriferi in ottone, il tavolo in lapislazzuli, la scultura in bronzo di Adolfo Wildt “Il puro folle” (1930).

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Passiamo allo Studio del padrone di casa rivestito da una boiserie in palissandro che nasconde dietro alcune pennellature due grandi armadi per l’archivio professionale di Angelo Campiglio! Notevole la scrivania Impero in mogano, uno scrigno che si apre e si chiude grazie a un complesso meccanismo, inglobando al suo interno non solo il leggio e le ali laterali ma anche la sedia di corredo.

Il Fumoir è la stanza che più di ogni altra ha subito una radicale trasformazione per mano di Tomaso Buzzi: divani con schienale curvilineo, console di richiamo settecentesco e un imponente camino di sapore rinascimentale, conferma la volontà di conferire alla Villa un’aura più solenne e vicina alla tradizione italiana.
Per mia fortuna c’è sempre Portaluppi nelle splendide porte scorrevoli, con motivi a losanghe di specchi e nel soffitto, la cui decorazione esplode nella sala successiva…

Nella Sala da pranzo alzo lo sguardo e rimango a bocca aperta nel vedere il soffitto a stucco punteggiato da piccole stelle che sembra risucchiarmi come in una favola..
Da vero genio Portaluppi riversa nelle sue opere la passione per l’astronomia, appiccicandola nello spazio più consono per una casa: il soffitto.
Stelle e pianeti che forse anticipano il vicino Planetario nei giardini di Porta Venezia, sempre di Portaluppi (1929-30).
Rimango sbalordita quando la guida racconta che le pareti sono rivestite in pergamena!
Resto incantata da tanti altri dettagli, primo fra tutto il centrotavola in lapislazzuli, agata e corallo, opera di Alfredo Ravasco, al quale è stata dedicata una mostra all’interno della Villa.

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Nei due Office di appoggio alla Sala da pranzo ci si rende conto della quantità di lavoro e di passaggi cui venivano sottoposte le portate prima di giungere in tavola dalla cucina posta al piano inferiore, collegata da un montavivande e dalle scale di servizio, sul retro della Villa. Di particolare pregio negli armadi in legno di rovere, il servizio di piatti Richard Ginori decorato su disegni di Portaluppi.

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Dal punto di vista gastronomico vale la pena ricordare la ricca cucina dell’epoca che faceva largo uso di grassi e cacciagione e proponeva: “frittelle di formaggio”, “Stiacciata unta”, “piccioni in agrodolce” e, per dolce, “castagne al caramello”.

Si continua nella Fuciliera, così chiamata per la presenza di un armadio a muro destinato al deposito dei fucili da caccia.

Saliamo al piano superiore e subito mi attira la suggestiva e affascinante Galleria, il cui soffitto voltato è ingentilito da un motivo a rete cordonata e drappeggi, quasi fosse il sipario di un teatro.

Entriamo nella zona notte.
Simmetrici e speculari gli ambienti delle due sorelle Necchi, ognuno formato da camera da letto, spogliatoio e bagno.
I bagni…
Imponenti volumi dalle proporzioni grandiose e soprattutto interamente rivestite di marmo arabescato! Specchi ovunque e le finestre che si trasformano ancora in stelle e oblò, come se fossimo su una nave, nel mezzo dell’oceano, in una notte stellata.
Spazzole e pettine, bottiglie e porta profumi ci riportano infine in un’epoca passata, quando le essenze dovevano obbligatoriamente essere “prodotti nazionali” e gli evocativi nomi alludevano a “Fantasia di stelle” e “Mormorio di bosco”.

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Vogliamo parlare della Camera da letto degli ospiti detta “Camera del Principe”?
Parliamone: una semiparete in marmo nero del Carso, chiusa lateralmente da tende funge da leggero divisorio tra il bagno e lo spogliatoio.
Il principe che abitava in queste stanze era Enrico d’Assia, ospite fisso della famiglia durante i suoi soggiorni milanesi come scenografo della Scala.
Da notare lo splendido armadio in radica a due fronti di Portaluppi e sopra l’opera di Felice Casorati “Monumento ai caduti in corsa” (1948).

C’è anche la Camera da letto “della principessa” Maria Gabriella di Savoia, cara amica di famiglia. La stanza è stata recentemente riservata dal FAI come sede della Collezione di Alighiero ed Emilietta dè Micheli.

A Villa Necchi, non manca la figura della Guardarobiera che, così come d’uso nelle case signorili, era l’unica persona di servizio a condividere il piano padronale. Nulla nella camera a lei riservata fa pensare ad un arredo di seconda scelta: mobili in noce e radica, rivestimenti in seta degli armadi raffiguranti dei velieri, presentano la stessa cura nei dettagli già apprezzati nella Galleria padronale.
Infine il Guardaroba. Ampi armadi che contengono tuttora la biancheria della Villa e le divise del personale di servizio che, oltre alla guardarobiera, era composto da: cameriere, cuoco, maggiordomo e autista, quasi tutti residenti in Via Mozart.
Il custode invece abitava l’edificio della portineria, collegata alla Villa da un corridoio sotterraneo per garantire la privacy dei proprietari.

Quando uscite da Villa Necchi gustatevi dall’esterno il rivestimento in lastre di ceppo, granito e marmo e i raffinati accostamenti di superfici lisce, scabre e opache.
Gustatevi l’equilibrio, la ricerca, la raffinatezza, la passione, il sapore del genio di questo luogo.
Specchiatevi nella piscina, la prima piscina milanese privata e riscaldata, fermatevi a bere un caffè nella semplice e accogliente caffetteria accanto a quello che un tempo era un campo da tennis.

Fermate il tempo e vivete fino in fondo tutto quello che questa Villa vuole trasmettervi.

Ho scritto troppo, lo so…
Quindi, cosa aspettate?
Correte a visitare Villa Necchi Campiglio!

UN PO’ DI … STORIA

La Villa è stata realizzata da Piero Portaluppi tra il 1932 e il 1935 per il nucleo familiare composto da Angelo Campiglio, sua moglie Gigina Necchi e sua cognata Nedda.
Il mondo dei Necchi Campiglio è quello dell’alta borghesia industriale lombarda, classe agiata, ma anche tenace lavoratrice e al passo coi tempi. A loro si deve l’invenzione della celebre macchina da cucire.
A Portaluppi subentrerà Tomaso Buzzi, che, nel secondo dopoguerra, conferirà alle sale un aspetto più classico e tradizionale. La Villa ospita la Collezione Alighiero ed Emilietta de’ Micheli e, al piano terra, la Collezione Claudia Gian Ferrari di opere italiane del XX secolo.
La residenza, donata al FAI dalle due sorelle Gigina e Nedda nel 2001, è divenuta dopo i lavori di restauro e l’apertura al pubblico nel 2008, una casa museo in grado di restituire al pubblico l’opera di Piero Portaluppi che l’ha progettata.

Per maggiori informazioni e saperne di più…

FaiVillaNecchi

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Credits

Le guide del FAI, Villa Necchi Campiglio a Milano

Il Pan de Toni

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Arriva dicembre, arriva Natale.

Mentre dipingo con Sandro per la realizzazione di un grande fondale destinato al presepe della Chiesa di Bernate Ticino, mentre chiacchiero con Stefano, mentre intervisto i miei nonni a proposito delle tradizioni natalizie di una volta da trasmettere alla radio.

A tutti racconto la leggenda del “Pan de Toni”.

Ricevo in regalo un libro d’arte dedicato alla Casa degli Atellani e alla Vigna di Leonardo.

Assaporo il morbido profumo delle sue grandi pagine e inizio a divorarlo.

A pag. 143 mi ritrovo, non-a-caso, a leggere del “Pan de Toni” e scopro che la leggenda è legata a quella Casa e a quella Vigna che ho visitato qualche mese fa!

Mentre leggo e mentre guardo la miniatura del XV secolo con un fornaio che inforna le pagnotte, riportata a fianco del racconto, ricordo il profumo del pane sfornato dal vecchio forno di mio nonno.

“PANIFICIO” reca ancora l’insegna a Bernate Ticino.

Un piccolo negozio che dieci anni fa e dopo più di cinquant’anni di storia ha deciso di fermarsi, semplicemente.

Nonostante la chiusura, le pareti di questo luogo continuano ad emanare il profumo avvolgente di quel pane. Se chiudo gli occhi sento ancora il rumore delle “michette” roventi appena sfornate che il nonno versava nella grande cesta, pronte per essere spedite nelle case del paese o fare bella mostra di sé in negozio.

In quella stanza del negozio, ormai vuota, posso ancora ascoltare la voce delle persone che, mentre ordinano una tartaruga, un francesino o un ventaglio, un etto di prosciutto cotto o un pezzo di gorgonzola, chiacchierano della loro vita, della vita del nostro piccolo e semplice paese.

Oggi i bambini a cui si regalava una tartina sono diventati grandi, alcune anziane signore che si presentavano di buon mattino a comprare il pane fresco non ci sono più.

Sono convinta che tutti conservano un bel ricordo di questo nostro piccolo negozio.

Ah! E come mi divertivo da piccola ad indossare il grembiule della mamma e sfilare per il cortile oppure sistemare minuziosamente insieme allo zio la frutta sulla frolla gialla delle crostate, legarmi intorno al polso, come fossero braccialetti, le strisce di pasta di pane avanzata da qualche parte. E poi, a settembre, per la festa del paese, la fila di gente in cortile per cuocere il “Michelac” – dolce di cui vi parlerò – nel forno del nonno.

Torniamo a noi e al “Pan de Toni”.

La leggenda ad esso legata è scritta talmente bene che non posso fare a meno di riportarla così com’è stampata sulle grandi pagine del libro regalato.

L’origine storica del milanesissimo gran pane dolce guarnito di frutta secca ufficialmente chiamato panettone risalirebbe a certe tradizioni romane, e prima ancora celtiche, di celebrare le feste religiose mangiando un pane zuccherato più sfizioso di quello di ogni giorno. In un manoscritto di tale Giorgio Valagussa, precettore dei figli di Francesco Sforza (e quindi di Ludovico il Moro) compare la descrizione di una cerimonia natalizia, il cosiddetto rito del ciocco, che consisteva nella condivisione a tavola di tre grandi pani di frumento, ossia di pane bianco, invece del solito pane di miglio. Allora il pane di frumento era il pane dei signori e il pane di miglio era il pane dei poveri. Eppure, a Natale, si faceva un’eccezione. Il primo dizionario italiano milanese, nel 1606, cita il Panaton de Danedaa, un Pan grosso, qual si suole fare il giorno di Natale, e Pietro Verri parla finalmente di un pane di tono, ossia pane di lusso, da consumarsi nelle occasioni speciali. Insomma le origini del panettone si perdono nei secoli, ma non si sa chi abbia creato la ricetta. Per far prima, tra L’Otto e il Novecento cominciarono a circolare almeno tre versioni romanzate sull’invenzione del panettone, tutte e tre riferite all’età sforzesca. In una si cita una suorina che crea il panettone per sfamare le sue consorelle; in un’altra si cita un cuoco di corte, che ricorre al dolce improvvisato dal garzone Toni per arricchire il pranzo natalizio del duca di Milano, visto che lui ha bruciato tutte le sue torte. La terza, la più durevole, riguarda la Casa degli Atellani, e non si può fare a meno che ricordarla qui.

Narra la leggenda che Giacometto della Tela avesse un figlio, di nome Ughetto, che di mestiere faceva il falconiere per Ludovico il Moro. Ughetto era innamorato della giovane Adalgisa, figlia di Toni, un panettiere che teneva bottega sul borgo delle Grazie, proprio vicino alla Casa degli Atellani. I tempi non erano socialmente maturi perché un falconiere che abitava in una casa da nobile sposasse la figlia di un prestinaio: tanto più che, da quando nel quartiere aveva aperto un’altra panetteria, gli affari di Toni andavano parecchio male. Pur di stare vicino alla sua amata, Ughetto va allora a lavorare in bottega da Toni, deciso a darsi da fare (di notte e sotto mentite spoglie, perché Giacometto e sua madre non s’insospettiscano). Con i soldi guadagnati dalla vendita di due falconi Ughetto compra un grande panetto di burro e, una notte, lo aggiunge al consueto impasto del pane: il giorno dopo, la bottega di Toni è presa d’assalto. Passano altre notti, e Ughetto ci riprova. Vende altri due falconi, compra altro burro e zucchero e reimpasta il pane con quelli. La scena si ripete: tutta Milano impazzisce per il nuovo pane dolce della bottega di Toni. Sotto Natale Ughetto aggiunge alla sua trovata uova, pezzetti di cedro candito e uva sultanina, battezzando così la ricetta del Pan de Toni, che diventerà poi la ricetta del Panettone. Finalmente ricco, Toni è in grado di garantire la dote alla figlia, e Adalgisa e Ughetto coronano il loro sogno d’amore. In realtà i figli di Giacometto della Tela furono Carlo, Lucio Scipione e Annibale; in compenso üghêta, in dialetto milanese, significa uvetta, uva passa.

(tratto da “La Casa degli Atellani e la Vigna di Leonardo” di Jacopo Ghilardotti)

L’uvetta non mancava al Panificio Garavaglia perché si preparava il Pan Tramvai – il pane con l’uvetta. Il nonno e lo zio preparavano anche la focaccia dolce con l’uvetta, di cui ricordo bene la croccante crosta di zucchero e la focaccia con l’uva americana…

 

 

Credits

“La Casa degli Atellani e la Vigna di Leonardo” di Jacopo Ghilardotti

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